Storia delle Arti Marziali (1)

Premessa

Le difficoltà della ricerca

Cercare di stilare un trattato sulla storia delle arti marziali e la loro evoluzione nel tempo, è un’impresa quasi impossibile, se si considera che non esistono praticamente fonti storiche attendibili, almeno per quel che riguarda i primordi.
Il tentativo, nei capitoli che seguono, è quello di dare un quadro storico del vastissimo mondo delle arti marziali tracciando una linea temporale di alcuni degli eventi più rilevanti, senza avere la pretesa di essere una verità assoluta dal momento che anche fra gli storici più autorevoli ci sono molte discordanze nel racconto dei fatti e sulle vari date.
Quindi, scusandoci di eventuali errori o imperfezioni che potranno essere presenti anche nelle varie traslitterazioni, invitiamo chiunque voglia aprire una discussione a utilizzare lo spazio per i commenti presenti in fondo a ogni pagina, o per discussioni più articolate, ad iscriversi al nostro nuovo forum sulle arti marziali.

Dalle lotte primordiali alle arti marziali

Beni Hasan (Storia delle Arti Marziali)
20° secolo a.C. – Murales nella tomba 15 a Beni Hasan, raffigurante tecniche di lotta.

Quasi tutte le informazioni che ci sono pervenute sono state tramandate oralmente attraverso le generazioni nell’ambito delle varie scuole ed è assai difficile distinguere quelle vere da quelle leggendarie o di pura fantasia.
Di certo, difendersi dagli animali feroci prima, e sopravvivere in un combattimento corpo a corpo con altri uomini dopo, è una delle prime necessità sentite dall’uomo.
È quindi facile pensare che, dai primi colpi portati alla cieca dai nostri antenati cavernicoli sotto lo stimolo dell’istinto di sopravvivenza, alle moderne e raffinate discipline marziali che tutti oggi conosciamo, ci sia un filo conduttore fatto di sperimentazioni sul campo e studi teorici.

Realisticamente possiamo dire che la prima volta che un uomo ha stretto le dita a pugno, arrivando alla conclusione che un colpo inferto con una determinata parte del corpo piuttosto che con l’altra poteva essere più efficace, è stato il primo passo verso la codifica dei moderni stili. Da qui alla considerazione che non solo gli arti potevano essere impiegati come armi, ma che esistevano punti più esposti al dolore per cui era utile indirizzare proprio in quelle regioni colpi precisi, il passo era breve. Ma non ancora sufficiente.
Per parlare di arte marziale nel senso moderno del termine, cioè come studio delle possibilità di difendersi con una tecnica adeguata per ogni situazione, si deve compiere uno sforzo ulteriore.

Origini del termine “arti marziali”

Il termine arte marziale, derivato dal latino, poiché “arte marziale” significa letteralmente “arte di Marte” (mitologico Dio romano della guerra), è entrato nell’uso comune agli inizi degli anni sessanta quando furono introdotte in occidente le arti marziali orientali e talvolta è associato solo a queste e in particolare alle arti marziali cinesi, giapponesi e coreane.

Wushu (Storia delle Arti Marziali)
Wushu

In lingua cinese si usa il termine wushu, dove “wu” indica l’aggettivo “militare” e possiede anche le specifiche di “marziale, valoroso e fiero”, “shu” è invece traducibile come “arte, perizia, abilità, tecnica”; ne consegue che l’esatta interpretazione della parola wushu è naturalmente “arte marziale”. L’attuale termine wushu fece la sua prima apparizione all’interno dell’opera intitolata “Zhao Ming Taizi Wenxuan” (cioè la “Raccolta di scritti dell’illustre erede legittimo”); il suo autore Xiao Tong, vissuto dal 501 al 531 d.C. si dilettava di letteratura presso la corte di Nanjing, che all’epoca era un centro d’arte e di cultura, fatto fiorire dalla volontà di suo padre, l’imperatore Liang Wu Di.
La rivalutazione del termine wushu dovette attendere il 1911, quando l’ultima dinastia imperiale crollò e dalle sue ceneri sorse la Repubblica Cinese; quest’istituzione fu scossa durante il 1926, analogamente a molte nazioni europee, dall’ascesa politica dell’estrema destra: il partito unico dei nazionalisti, detto Guomindang, fondò, tra le altre innovazioni moderniste, la Scuola Centrale di Nanjing, che attraverso ricerche, pubblicazioni e corsi di formazione operò una nuova interpretazione delle arti marziali tradizionali, definendole col termine Zhongguo Wushu, che nell’uso pratico veniva sempre abbreviato in Guoshu (cioè l'”Arte Nazionale”).

La pratica del wushu è per il popolo cinese una tradizione antica quanto la sua millenaria civiltà, ma nel resto del mondo è un evento ancora recente e per l’Italia in particolare se ne possono far risalire gli esordi alla metà degli anni ’70, in seguito all’effimero dilagare sul mercato occidentale delle opere cinematografiche prodotte ad Hong Kong, prime fra tutte quelle basate sulle prestazioni marziali dell’artista Li Xiaolong, divenuto poi figura di culto internazionale sotto il nome americanizzato di Bruce Lee.; ne consegue logicamente che purtroppo ancor oggi l’uso del termine wushu non è unitariamente diffuso nel mondo, preferendo spesso al suo posto svariati altri nomi (specialmente Kung Fu, Guoshu, Gong Fu, Quan fa, ecc.); chiaramente questo stato di cose non serve ad altro che a confondere le idee a chi è estraneo a questa disciplina o ad essa vorrebbe accostarsi.
Kungfu altro non è che la traslitterazione anglosassone, che utilizza la trascrizione detta Wade Gyles, del termine cinese Gongfu.
Kungfu è quindi un termine piuttosto generico che letteralmente significa “abilità acquisita con la fatica”, per un cinese Kungfu può significare semplicemente “tempo da impiegare in qualche attività”.
Nonostante, come detto, in Occidente si usi comunemente il termine Kungfu per indicare le arti marziali cinesi, forse sarebbe più corretto utilizzare la forma completa “Wushu Kungfu”.

Bujutsu è invece la denominazione giapponese di un insieme di sistemi di combattimento trasmessi fin dall’epoca feudale giapponese. Il termine indica colettivamente le arti marziali disarmate o più spesso armate che, almeno fino al 1868 (restaurazione Meiji), erano competenza specifica della classe militare (Buke) il cui esponente tipico fu il Bushi o Samurai.
Bujutsu si compone dei kanji di “guerriero” e di “tecnica”. Perciò letteralmente significa “tecniche del guerriero”, intese come un semplice insieme di mosse da impiegare in combattimento. Dunque, un significato puramente pratico. Una variante più classica di questa parola, nell’accezione di sistema organigo di educazione militare, è Bugei,che significa proprio “arti marziali”, o “arti del guerriero”. Il Bujutsu antico (koryu) va quindi distinto dal Budo contemporaneo, sua rielaborazione fondata su sistemi educativi o pedagogici più moderni (gendai), ponendo l’accento sull’aspetto filosofico, etico e morale, oltre che sulle tecniche di lotta in sè, specialmente nella prima metà del XX secolo. Budo si compone sempre del kanji di “guerriero”, insieme a quello di “Via, strada”. Pertanto letteralmente si traduce come “Via del guerriero”.

Differenze fra arti marziali e sport da combattimento

Nell’esaminare la storia delle arti marziali, è necessario comunque distinguere quelle che noi definiamo discipline marziali, dai vari sport da combattimento come il pugilato, la savate, il full-contact e simili. Tale distinzione è dettata dal fatto, che a differenza degli sport da combattimento, nelle arti marziali la lotta non è fine a se stessa, ma fa parte di qualcosa di più vasto, basandosi su un’unione di combattimento, filosofia e religione: l’obiettivo dei praticanti non è solamente quello di vincere la resistenza dell’avversario, ma l’apprendimento va al di là dell’abilità nel combattimento, includendo l’accrescimento delle capacità fisiche, mentali e spirituali, attraverso un analisi del proprio io, per poter vivere in armonia con l’universo, diventando un metodo per rafforzare il fisico e la psiche tramite esercizi strettamente collegati con la medicina orientale e, non ultima, una pratica sportiva in grado di sviluppare le migliori qualità dell’uomo: coraggio, determinazione, coordinamento e socialità.

I princìpi delle arti marziali

Principio arti marziali (Storia delle Arti Marziali)

Arrivare a elaborare un sistema, seppure rozzo di tecniche di lotta o di percossa non significa aver compreso il punto delle arti marziali. Un uomo grosso, dai muscoli potenti, poteva sempre prevalere su un individuo meno dotato fisicamente o su una donna. Lo studio delle tecniche da combattimento nasce, come abbiamo detto, dalla necessità di uscire da situazioni di pericolo.
È logico aspettarsi che fossero proprio i deboli e le donne i primi a voler imparare una tecnica precisa per rintuzzare gli attacchi, rozzamente inferti, di altri essere umani spinti non dalla volontà di difendersi ma da quella di sopraffare i propri simili.
La storia ci dimostra il fondamento di questa intuizione. Il wing chun per esempio, uno degli stili più efficaci per la difesa personale, fu ideato da una donna e il jujutsu sembra essere stato codificato da un medico che osservava la cedevolezza dei rami di un salice sotto il peso della neve (vedi: la leggenda del salice).

Il principio base di tutte le arti marziali è quello di non opporre mai la forza alla forza ma di sfruttare doti, quali l’agilità e la precisione, tipiche d’individui meno dotati di potenza muscolare, ma sicuramente capaci di sfruttare l’intelligenza per sopravvivere.
Nasce così la leggenda del debole che batte il forte, di Davide che, con un unico colpo di fionda, abbatte il gigante Golia. Questo è l’elemento fondamentale dello studio dell’arte marziale: la ricerca della tecnica più efficace anche nelle mani di un essere apparentemente indifeso.