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Arti Marziali Giapponesi

Apporto idrico nel judo: idratazione e reidratazione

Acqua corpo umano

Acqua corpo umano

Un’alta percentuale della massa del nostro organismo è rappresentata dall’acqua, elemento fondamentale di tutti i processi biologici.

Circa il 55% del peso corporeo è infatti costituito dall’acqua totale dell’organismo.
Nell’apporto idrico va considerata non soltanto l’acqua in sè, ma anche l’acqua contenuta nelle diverse bevande.
Per le bevande contenenti caffeina (caffè, tè, Coca-Cola, Pepsi-Cola ecc…), va però ricordato che, avendo la caffeina una certa azione diuretica, tale caratteristica di fatto annulla la loro capacità idratante (vedi, a tale proposito, anche il paragrafo “la caffeina”).
La perdita di acqua avviene con due meccanismi principali: renale (mediante l’urina) ed extra-renale (mediante il sudore).
Il ricambio idrico dell’organismo è regolato da meccanismi assai complessi e risulta correlato all’equilibrio elettrolitico (cioè del sodio, del cloro e del potassio).

L'apporto idrico nella performance atletica del judo e raccomandazioni per i judoka

Giornalmente

In situazione di riposo, è sempre opportuno bere durante il giorno una quantità di acqua, identificabile in almeno due litri, possibilmente in ore diverse.

In allenamento

Acqua

L’allenamento del judo, specie se intenso e prolungato, causa sempre la perdita di una consistente quantità di acqua, soprattutto attraverso la sudorazione.
In previsione di ciò è bene, qualche ora prima del semplice allenamento (uchi-komi e randori), bere qualche bicchiere d’acqua (pre-idratazione). Tale apporto idrico va aumentato, nelle ore che precedono uno shiai.
Durante l’allenamento, specie se intenso e prolungato ed in presenza di abbondante sudorazione, sarebbe consigliabile bere un pò di acqua (ogni 20 minuti), ma non tutti i maestri ed istruttori di judo sono d’accordo con ciò. Dopo l’allenamento, è necessario reintegrare l’acqua perduta con il sudore (re-idratazione) ingerendo almeno due bicchieri d’acqua.
Se, però, la disidratazione dovuta ad un eccesso di allenamento (ad esempio, effettuando diversi randori, specie di ne-waza), dovesse tradursi in una marcata perdita di peso, la reidratazione dovrebbe prolungarsi per almeno un giorno.
Una non soddisfacente reidratazione dell’organismo può essere rilevata da un colorito più intenso delle urine.
Inoltre, poiché con la perdita di acqua attraverso il sudore l’organismo si impoverisce anche di alcuni importanti elettroliti (particolarmente il potassio), per una più completa reidratazione, oltre che la semplice acqua sarebbe estremamente utile ingerire, dopo l’allenamento, succhi di frutta (non bibite commerciali) o gli integratori idro-salini commercialmente disponibili.

Articolo scritto in esclusiva per Martial Net dal Prof. Giorgio Grisanti titolare della cattedra di Audiologia dell’Università di Palermo

Peso forma: condizione fisica e allenamento

Il peso forma

Tabella calcolo BMI

Tabella calcolo BMI

Il corpo umano è formato da vari tessuti che, nell’insieme, costituiscono gli organi.
Dal punto di vista chimico, i tessuti sono formati prevalentemente da proteine, minerali, zuccheri, acqua (nell’insieme: massa magra) e grasso. Quest’ultimo costituisce la massa grassa, che in parte non è visibile e in parte lo è (adiposità, distribuita in maniera diversa a seconda del sesso, dell’età ecc.), e rappresenta la parte più variabile nella composizione corporea (dal 5% al 60% e più).
Molti atleti esperti sono in grado d’identificare un peso corporeo associato con la migliore possibilità: questo è il “peso forma”, che riflette la quantità relativa di tessuto adiposo rapportato alla massa magra (ossa, muscoli, visceri). Scientificamente sono stati identificati i livelli di adiposità associati ai migliori risultati in vari sport.
Nelle competizioni, per l’atleta è desiderabile avere la massima quantità di forza, resistenza e velocità per ciascun chilo di peso corporeo. Ciò implica il raggiungimento della minima quantità di adiposità compatibile con la salute e il pieno benessere, oltre che per una normale crescita dell’atleta adolescente. Una adiposità in eccesso non contribuisce alla forza, limita la velocità e la resistenza e soli in piccolissima parte partecipa alle attività metaboliche (un chilo di grasso produce 9000 calorie, necessarie per percorrere cento chilometri alla velocità di 16 chilometri all’ora!).
È stato calcolato che un chilo di grasso in pù fa peggiorare di tre minuti il tempo in una maratona, o riduce di due centimetri l’altezza di un salto.

Percentuale massa grassa

Percentuale massa grassa

Negli atleti di lotta il 10-15% del peso corporeo è formato da grasso. I corridori invece fanno meglio quando hanno meno del 5% di grasso, così come i ginnasti maschi. Sebbene le donne normalmente abbiano una maggiore percentuale di grasso, anche nel sesso femminile i migliori risultati sono associati alla minore quantità possibile di grasso corporeo. Ciò è particolarmente importante nelle gare di lunga durata e in quelle in cui bisogna sollevare il corpo e imprimergli una accelerazione.
Confrontando la percentuale di grasso corporeo degli atleti attuali con quella degli atleti degli scorsi decenni, si è notato che i miglioramenti nelle prestazioni possono essere spiegati in buona parte con la riduzione della massa grassa rispetto alla massa magra degli atleti di oggi.
È quindi importante che l’atleta raggiunga e mantenga il proprio “peso-forma”, in relazione allo sport praticato, alla costituzione fisica, all’età.
Normalmente la quantità di grasso corporeo si stima con il metodo delle pliche cutanee o con un nuovo sistema, l’impedenzometria. Queste stime forniscono importanti informazioni per stabilire il peso corporeo e la percentuale di grasso ottimali per l’atleta.

Riduzione appropriata di peso

Bilancia

Ci sono innumerevoli programmi dietetici che permettono di far perdere peso in breve tempo. Le regole che un adeguato regime dietetico per un atleta dovrebbe seguire sono:

  • Ridurre solo la massa grassa;
  • Evitare la perdita di acqua e la disidratazione;
  • Minimizzare la perdita di tessuto muscolare;
  • Permettere una sufficiente introduzione di calorie per permettere di svolgere la normale vita di relazione e gli allenamenti;
  • Identificare il livello di adiposità associato alla migliore perfomance per quel determinato sport e calcolare un livello di peso desiderabile per l’atleta;
  • Calcolare la quantità di grasso da eliminare;
  • Non far perdere più di 1-1.5 kg alla settimana;
  • Creare un bilancio energetico negativo attraverso una modesta riduzione nell’assunzione di cibo a un moderato aumento della spesa energetica;
  • Iniziare almeno due mesi prima dell’inizio delle competizioni;
  • Il medico che stabilisce il programma di riduzione di peso dovrebbe: monitorizzare la velocità di perdita di peso attraverso il controllo del peso ogni settimana e la plicometria ogni due settimana; vigilare sulle perdite rapide o eccessive, che potrebbero indicare una inappropriata risposta da stress con rifiuto del cibo, o malattie organiche.

Aumento del peso per la competizione

 

Deep squat

Alcuni atleti possono avere la necessità di aumentare il proprio peso per affrontare determinati sport. Questo spinge alcuni a utilizzare diete speciali e costose, farmaci e supplementi potenzialmente dannosi. È importante che questi atleti sappiano che la potenziale performance in ogni sport (con l’esclusione forse dei lottatori di sumo) può essere aumentata solo aumentando il peso dei muscoli. Infatti, l’aumento di grasso riduce la velocità e aumenta il rischio d’incidenti in alcuni sport. Solo il lavoro muscolare, supportato da una alimentazione adeguata per quantità e qualità alla aumentata necessità di energia e vitamine necessarie per la sintesi proteica, aumenterà il peso dei muscoli. Non ci sono ormoni, vitamine, misture di proteine che da soli possano permettere un aumento delle masse muscolari. Dosi non pericolose di ormoni steroidei non provocano un aumento delle masse muscolari in atleti normali, maschi, in età post-puberale. Le dosi massicce utilizzate da alcuni sono così pericolose che non possono essere nemmeno sperimentate per motivi etici, e per di più gli steroidi sono proibiti come sostanze doping. Chi ha intenzione di aumentare il proprio peso grazie all’aumento delle masse muscolari deve iniziare un programma di allenamento quotidiano sotto la supervisione di un allenatore esperto. Generalmente si allenano a giorni alterni i muscoli degli arti inferiori e quelli degli arti superiori. Si aggiungono alla dieta dalle 750 alle 900 chilocalorie al giorno per permettere un corretto bilancio calorico.
Il supporto del medico è necessario per:

  • Stabilire le necessità dietetiche e monitorizzare l’introduzione di cibo con un diario scritto per le prime due o tre settimane del programma. Si può utilizzare questa opportunità per abituare il soggetto a una corretta alimentazione, con ridotta quantità di grassi saturi e una aumentata quantità di fibre e di carboidrati complessi (pane, pasta);
  • Misurare le pliche di grasso e monitorizzarle due volte al mese per accertarsi che non ci sia un aumento di grasso;
  • Ricordare ripetutamente all’atleta che supplementi dietetici e medicine sono inutili e dannosi per acquistare peso;
  • Indirizzare l’atleta a programmi di allenamento appropriatamente diretti;
  • L’aumentata introduzione di 750-900 chilocalorie è l’aspetto più impegnativo del programma di aumento di peso, poiché una attività fisica di un’ora o più al giorno non è di solito un problema per un giovane atleta. Per evitare di utilizzare un quarto o un quinto pasto al giorno, si possono utilizzare bevande altamente energetiche.

In questo modo è possibile che un atleta coscienzioso che abbia già raggiunto l’altezza dell’adulto possa guadagnare 500-800 gr. alla settimana.

Conclusioni

Alberto Sordi

Perdere o guadagnare peso è un processo importante e delicato per chi si dedica ad attività sportive. Regole corrette, seguite scrupolosamente, possono fare di un atleta un campione. Ciò che è importante è che, perdendo peso, si deve perdere solo tessuto adiposo: quindi non muscoli, né tanto meno acqua. Quanti atleti sono convinti che allenandosi con indumenti pesanti, magari con fogli di cellophane attaccati alla pelle per aumentare la quantità di sudore prodotto, possano dimagrire? Questi atleti dovrebbero sapere che stanno perdendo solamente acqua, non grasso, e che stanno facendo correre dei seri rischi al proprio organismo (colpi di calore, sovraccarico cardiaco, diminuzione delle prestazioni). Questi sistemi sono quindi completamente sbagliati. Altri invece seguono diete estremamente drastiche e sbilanciate, con cui perdono molti chili di peso in poco tempo: stanno certamente perdendo non solo grasso, ma anche tessuto muscolare, e stanno facendo correre al proprio organismo i rischi di una acidosi, dell’ipoglicemia, e di una perdita della capacità globale di esercizio; la fretta fa danno, l’improvvisazione e la faciloneria pure. Solo seguendo i consigli di chi ha approfondito queste problematiche si possono ottenere risultati soddisfacenti senza correre rischi; altrimenti, è meglio lasciar fare alla natura, e seguire il proprio istinto (non la pubblicità o la moda o la golosità!) per scegliere la quantità degli alimenti da mangiare.

Articolo scritto in esclusiva per Martial Net dal Prof. Giorgio Grisanti titolare della cattedra di Audiologia dell’Università di Palermo

Effetti benefici del judo sul sistema dell'equilibrio

La funzione dell'equilibrio

La funzione dell’equilibrio è una importante funzione di tipo sensoriale-motorio: essa interviene soprattutto durante i movimenti del corpo e consente di mantenere la posizione eretta anche in opposizione alla forza di gravità.
La funzione dell’equilibrio viene gradualmente a formarsi da parte di ciascun individuo nel corso della propria esperienza, e può essere definita come il corretto rapporto fra schema corporeo e schema spaziale. In altre parole, la sua finalità è quella di regolare il rapporto statico e dinamico fra corpo e spazio-ambiente.

L'apparato che regola l'equilibrio

I centri regolatori dell’equilibrio sono situati nel sistema nervoso centrale. A essi giungono informazioni dalla periferia, e cioè:

  • dai recettori vestibolari situati nell’orecchio interno
  • dall’organo della vista
  • dai muscoli e dalle articolazioni (recettori propriocettivi)

Tutte queste informazioni aggiornano i centri nervosi sulle minime variazioni di posizione del corpo rispetto all’ambiente.

Il sistema nervoso centrale
Il sistema nervoso centrale

Sistema vestibolare

Il sistema vestibolare
Il sistema vestibolare
Il sistema vestibolare, situato nel labirinto (orecchio interno) consta di due tipi di sensori, dotati di funzioni diverse:

  • il sacculo e l’utricolo, i quali provvedono all’orientamento nei riguardi della gravità;
  • i tre canali semicircolari che sono orientati secondo i tre piani dello spazio e che presiedono all’orientamento nel movimento

I canali semicircolari vengono attivati da accelerazioni rotatorie, mentre il sacculo e l’utricolo vengono attivati dalle accelerazioni lineari e gravitazionali. In tal modo i centri nervosi superiori vengono informati dal sistema vestibolare sui movimenti e sulla posizione del capo nello spazio. L’integrazione di tali informazioni serve al controllo dei movimenti oculari e dei riflessi posturali.

Sistema visivo

Il sistema visivo agisce in stretta connessione con quello vestibolare e invia ai centri informazioni utili a mantenere il capo in senso perpendicolare alla gravità.

Il sistema visivo
Il sistema visivo

Sistema propriocettivo

Il sistema propriocettivo
Il sistema propriocettivo

Localizzato nei muscoli e nelle articolazioni, questo sistema informa i centri sulla posizione di alcuni muscoli in relazione al resto del corpo. I centri nervosi hanno quindi la possibilità di percepire la posizione del corpo nello spazio, anche a prescindere dalle informazioni che provengono dal sistema vestibolare e da quello visivo.

Il mantenimento dell'equilibrio

 

Equilibrio

La corretta percezione della posizione del nostro corpo nello spazio è alla base del mantenimento dell’equilibrio. Il corretto mantenimento dell’equilibrio si basa sulle informazioni che provengono dal sistema vestibolare, visivo e propriocettivo (muscoli e articolazioni). L’integrazione fra tali input e il coordinamento della risposta motoria avviene a livello dei centri nervosi. Il coordinamento fra il sistema vestibolare, il sistema visivo e quello propriocettivo è automatico. Grazie a questo meccanismo, quando per una qualsiasi ragione viene a mancare una delle tre informazioni (ad esempio, chiudendo gli occhi) le altre due suppliscono, permettendo che il corpo si mantenga in equilibrio. Recenti ricerche hanno analizzato mediante tecniche di cinematica il modo in cui l’orientamento del corpo viene controllato durante l’esecuzione di salti o di capriole da parte di ginnasti e si è visto, ad esempio, che nello stesso tipo di salto o di capriola il momento di inerzia del corpo subisce modificazioni a secondo che l’esercizio sia eseguito ad occhi aperti o chiusi. Un conflitto di informazioni fra i sistemi vestibolare, visivo e propriocettivo è alla base delle “cinetosi” (mal d’auto, di mare, ecc…), ed è la causa di una sintomatologia vertiginosa caratterizzata da una sensazione illusoria di movimento o disequilibrio, talora con nausea e vomito.

Effetti del judo sull'equilibrio

Kuzushi

Kuzushi

Il judo tende a migliorare la funzione dell’equilibrio sviluppando un senso di stabilità fisica e mentale in tutte le posizioni. La funzione dell’equilibrio è anzitutto importante, nel judo, per ciò che riguarda il mantenimento della posizione eretta, sia fondamentale (Shizentai) che difensiva (Jigotai). Inoltre, alcune posizioni del corpo nello spazio che di norma, nella vita di ogni giorno, sono assolutamente inusuali, vengono invece assunte con regolarità e frequenza durante gli allenamenti di judo. Sia nella caduta in avanti (Mae Ukemi), così come in alcune proiezioni che Uke si trova a subire nel nage-waza, è necessario che in pochi secondi si abbia il coordinamento automatico dei movimenti. In particolare, poi, in alcune tecniche di nage-waza (Seoi Nage, Tsuri Komi Goshi, Harai Goshi, Tomoe Nage, Kata Guruma, ecc…) è necessario che lo judoka proiettato mantenga, nella fase di volo, la percezione della posizione del proprio corpo nello spazio. E’ facilmente comprensibile come l’esercizio del judo, se eseguito con costante regolarità, rappresenti un training di indiscussa e particolare importanza nell’apprendimento della coordinazione automatica dei movimenti, e quindi nel mantenimento dell’equilibrio, anche nelle situazioni più diverse.

Articolo scritto in esclusiva per Martial Net dal Prof. Giorgio Grisanti titolare della cattedra di Audiologia dell’Università di Palermo

Aspetti medico sportivi nelle
Arti Marziali

Effetti benefici del judo sul sistema dell'equilibrio

La funzione dell’equilibrio è una importante funzione di tipo sensoriale-motorio: essa interviene soprattutto durante i movimenti del corpo e consente di mantenere la posizione eretta anche in opposizione alla forza di gravità…

Kuzushi
Bilancia

Peso forma: condizione fisica e allenamento

Il corpo umano è formato da vari tessuti che, nell’insieme, costituiscono gli organi.
Dal punto di vista chimico, i tessuti sono formati prevalentemente da proteine, minerali, zuccheri, acqua (nell’insieme: massa magra) e grasso…

Apporto idrico nel judo: idratazione e reidratazione

Un’alta percentuale della massa del nostro organismo è rappresentata dall’acqua, elemento fondamentale di tutti i processi biologici.
Circa il 55% del peso corporeo è infatti costituito dall’acqua totale dell’organismo…

Acqua corpo umano
Caffé

Caffeina effetti e raccomandazioni nel judo​

La caffeina è la droga stimolante più largamente usata nel mondo ed è contenuta non solo nel caffè, del quale costituisce il principale ingrediente attivo, ma anche nel tè, nel cioccolato ed in alcune bevande (Cosa-Cola, Pepsi Cola ecc…)…

Diabete e la pratica del judo

Il diabete mellito è una malattia cronica caratterizzata da un aumento della glicemia (e cioè della percentuale di glucosio nel plasma ematico) e da glicosuria (presenza di glucosio nell’urina)…

Sport e diabete
Disabilita Fisica

Disabilità e la pratica del judo

Molto spesso si assiste al fatto che i termini di disabilità e di handicap vengano usati indifferentemente, a volte per indicare una stessa condizione svantaggiata. Si tratta però, in molti casi, di un uso improprio di denominazioni che si riferiscono invece a situazioni ben diverse…

Visita di idoneità sportiva

La Medicina dello Sport è una disciplina specialistica clinica che si occupa degli esiti della pratica dell’attività sportiva sull’uomo; tra i compiti definiti istituzionalmente dal Sistema Sanitario Nazionale vi è quello della certificazione dell’idoneità agonistica…

Certificato sana e robusta costituzione

Programma tecnico judo

Consigliato dal Kodokan Judo Institute di Tokyo

La conoscenza didattica delle tecniche del judo per i vari kyu, può essere presa in considerazione per il conseguimento del kyu superiore. Le graduazioni per i kyu avvengono sempre nell’ambito dei vari gruppi associativi con la successiva convalida federale. La graduazione a primo dan (shodan) – e gradi superiori – deve essere sanzionata dal Collegio delle Cinture Nere (o dagli Organi Federali).

Programma per 6° kyu (cintura bianca) e 5° kyu (cintura gialla)

Cintura Bianca
Cintura Gialla

TAISO (Programma di ginnastica speciale: riscaldamento, defaticamento, potenziamento articolare e muscolare)

SHISEI (Posizioni di guardia)

  • Shizen-tai (Posizione naturale)
  • Migi-shizen-tai (Posizione naturale a destra)
  • Hidari-shizen-tai (Posizione naturale a sinistra)
  • Jigo-tai (Posizione difensiva)
  • Migi-jigo-tai (Posizione difensiva a destra)
  • Hidari-jigo-tai  (Posizione difensiva a sinistra)

UKEMI (Cadute)

  • Ushiro-ukemi (Caduta indietro)
  • Migi-yoko-ukemi (Caduta laterale a destra)
  • Hidari-yoko-ukemi (Caduta laterale a sinistra)
  • Mae-ukemi (Caduta in avanti)

SHINTAI (Spostamenti)

  • Tai-sabaki (Movimenti ruotanti)
  • Ayumi-ashi (Movimento di spostamento normale)
  • Tsugi-ashi (Movimento di piede scaccia piede)
  • Tsuri-ashi (Strisciamento dei piedi: movimento comune ad ayumi-ashi e tsugi-ashi)

KUMI-KATA (Prese al judogi)

LE FASI DI UNA TECNICA

  • Kuzushi (Squilibrio)
  • Tsukuri (Preparazione)
  • Kake (Proiezione)

YAKOSOKU-GEIKO (Esercizio convenuto)

  • Kakari-geiko (Successione di tecniche)
  • Uchi-komi (Ripetizione di movimenti)

NAGE-WAZA (Tecniche di proiezione)

  • De-ashi-barai (Spazzata al piede avanzante)
  • Hiza-guruma (Trattenuto ruotato al ginocchio)
  • Sasae-tsuri-komi-ashi (Trattenuto alla caviglia con rotazione del corpo)
  • Uki-goshi (Colpo d’anca con presa in cintura)
  • O-soto-gari (Sgambetto indietro al polpaccio)

KATAME-WAZA (Tecnica delle immobilizzazioni)

  • Hon-kesa-gatame (Immobilizzazione fondamentale con presa di braccio e al bavero dietro la nuca)
  • Kuzure-kesa-gatame (Variante della precedente)
  • Makura-kesa-gatame (Immobilizzazione a fascia con presa di testa)
  • Ushiro-kesa-gatame (Immobilizzazione a fascia per dietro)
  • Kata-gatame (Immobilizzazione con presa di testa e braccia)

Programma per 4° kyu (cintura arancione)

Cintura Arancione

NAGE-WAZA (Tecniche di proiezione)

  • O-goshi (Grande colpo d’anca)
  • O-uchi-gari (Grande falciata interna al polpaccio)
  • Seoi-nage (Braccia in spalla)
  • Ippon-seoi-nage (Caricamento sul dorso con l’uso di una mano)
  • Morote-seoi-nage (Come l’ippon-seoi-nage ma con l’uso di due mani)
  • Ko-soto-gari (Piccola falciata esterna al tallone)
  • Ko-uchi-gari (Piccola falciata interna al tallone)
  • Koshi-guruma (Rotazione dell’anca)

KATAME-WAZA (Tecnica delle immobilizzazioni)

  • Yoko-shiho-gatame (Immobilizzazione a croce)
  • Kuzure-yoko-shiho-gatame (Variante della precedente)
  • Kami-shiho-gatame (Immobilizzazione di braccia e di spalle da dietro e con presa in cintura)
  • Kuzure-kami-shiho-gatame (Variante delle precedente)
  • Tate-shiho-gatame (Immobilizzazione sull’addome)
  • Kuzure-tate-shiho-gatame (Variante della precedente)

OSAE-KOMI-WAZA

  • Esercizi basilare delle tecniche delle immobilizzazioni semplici (Osae-komi)
  • Attacchi e difese (a terra)

RANDORI (Esercizio libero)

Programma per 3° kyu (cintura verde)

Cintura Verde

NAGE-WAZA (Tecniche di proiezione)

  • Tsuri-komi-goshi (Colpo d’anca raccolto)
  • Okuri-ashi-barai (Grande spazzata laterale di piede al malleolo)
  • Tai-otoshi (Rovesciata in avanti con opposizione di gamba)
  • Harai-goshi (Falciata con l’anca)
  • Uchi-mata (Sgambetto interno di coscia)

KATAME-WAZA (Tecnica delle immobilizzazioni)

SHIME-WAZA (Basi della tecnica delle compressioni alla gola)

  • Kata-juji-jime (Soffocamento respiratorio con avambracci incrociati)
  • Gyaku-juji-jime (Soffocamento sanguigno a croce con presa ai baveri da supino)
  • Nami-juji-jime (Soffocamento sanguigno con presa scorrevole di bavero)
  • Hadaka-jime (Soffocamento respiratorio da dietro con un avambraccio)

KANSETZU-WAZA (Basi della tecnica delle leve articolari)

  • Ude-garami (Leva incrociata al braccio a terra)
  • Ude-hishigi-juji-gatame (Inforcata laterale di braccio con leva al gomito)
  • Ude-hishigi-waki-gatame (Immobilizzazione con braccia e rottura del braccio)

SHIAI (Competizione: in piedi e a terra)

Programma per 2° kyu (cintura blu)

Cintura Blu

NAGE-WAZA (Tecniche di proiezione)

  • Ko-soto-gake (Piccolo agganciamento esterno per dietro)
  • Kata-guruma (Ruota sulle spalle)
  • Ashi-guruma (Ruota sulla gamba)
  • Hane-goshi (Colpo d’anca con gamba raccolta)
  • Harai-tsuri-komi-ashi (Spazzata alla caviglia con rotazione del corpo)
  • Tomoe-nage (Capovolta con piede all’addome)

KATAME-WAZA (Tecnica delle immobilizzazioni)

SHIME-WAZA (Basi della tecnica delle compressioni alla gola)

  • Okuri-eri-jime (Soffocamento da dietro con bavero scorrevole)
  • Kata-ha-jime (Soffocamento da dietro con presa di braccio)

KANSETZU-WAZA (Basi della tecnica delle leve articolari)

  • Ude-hishigi-hiza-gatame (leva al gomito con il ginocchio)

SHIAI (Competizione: in piedi e a terra)

NAGE-NO-KATA (I, II e III serie)

  • Te-waza (Tecniche dei movimenti di braccia): Uki-otoshi, Kata-seoi, Kata-guruma
  • Koshi-waza (tecniche dei movimenti d’anca): Uki-goshi, Harai-goshi, Tsuri-komi-goshi
  • Ashi-waza (Tecniche dei movimenti di gamba): Okuri-ashi-barai, Sasae-tsuri-komi-ashi, Uchi-mata

Programma per 1° kyu (cintura marrone)

Cintura Marrone

NAGE-WAZA (Tecniche di proiezione)

  • Yoko-otoshi (Circolato laterale con opposizione di gamba)
  • Hane-maki-komi (Braccio girato sull’anca con la gamba raccolta)
  • Utsuri-goshi (Controcolpo attorno all’anca)
  • O-guruma (Grande ruota sull’anca con falciata di coscia)
  • Soto-maki-komi (Braccio girato sull’anca)
  • Ushiro-goshi (Controcolpo d’anca per dietro)

KATAME-WAZA (Combinazioni e concatenamenti)

NAGE-NO-KATA (IV e V serie)

  • Ma-sutemi-waza (Tecniche delle cadute in avanti): Tomoe-nage, Ura-nage, Sumi-gaeshi
  • Yoko-sutemi-waza (Tecniche delle cadute laterali): Yoko-gake, Yoko-guruma, Uki-waza

Metodo d'insegnamento del Nage-No-Kata

Conoscenza del regolamento tecnico per le competizioni

Studio per l'applicazione del movimento

Significato del judo

Cos'è il judo

La Via della cedevolezza significato degli ideogrammi JU e DO

Judo Kangi - significato del judo

Per assimilare la natura del judo occorre anzitutto capire il significato della parola stessa.
La parola jujutsu era in uso già tre o quattrocento anni fa. Le arti militari di quei tempi assumevano il nome delle armi o degli oggetti che servivano al combattimento.
Il jujutsu (che letteralmente vuol dire pratica della flessibilità) era appunto specificato dalla flessibilità secondo il motto “La flessibilità vince la brutalità”.
Poiché il significato della parola ju, principio della flessibilità, è l’idea-base del judo dei nostri tempi (do essendo il mezzo) occorre studiarla per prima.
Il principio della flessibilità viene brevemente spiegato così: di fronte ad un avversario, si vince cedendo, cioè non opponendo resistenza alla sua forza, bensì adattandovisi, ed acquistando un vantaggio per poi utilizzarlo a proprio profitto.
Ecco un esempio:

Se un uomo forte mi spinge con tutta la sua energia, sarò battuto, se non farò altro che oppormi a lui, ma se, invece di resistere spingendo, io indietreggio più di quanto mi spinge, o se giro nella direzione della spinta, egli sarà proteso in avanti dal suo stesso slancio, e perderà l’equilibrio.
Se valendomi della forza della sua spinta, applico una particolare tecnica, sarà relativamente facile per me farlo cadere al momento in cui perde l’equilibrio. In alcuni casi poi, riuscirò persino a farlo cadere, girando abilmente il mio corpo.

Il principio della flessibilità si basa quindi su questo concetto. È ovvio tuttavia che un principio generale non si può ricavare soltanto da quanto precede, ma da tutti gli aspetti e da tutte le fasi del judo. In breve: adoperare corpo e spirito con un massimo di efficienza.
Ecco perché il Prof. Jigoro Kano adottò questo principio e questa parola suscettibili di essere compresi da tutti gli uomini del mondo e, andando oltre, di spiegare una morale di mutuo aiuto e di bene per tutti.
Il concetto della massima utilizzazione dell’energia mentale e fisica è molto importante, non solo nel judo, ma anche in tutti gli atti della vita sociale.
Possiamo quindi concludere dicendo che il judo è il mezzo che dà modo di raggiungere la massima efficienza fisica e spirituale.

Ideogramma JU

 

Ideogramma Ju - cos'è il judo

L’ideogramma ju vuol dire morbido, cedevole. Nelle arti marziali orientali vi è una tradizionale distinzione tra tecniche dure e tecniche morbide intendendo come dure quelle arti in cui si contrappone direttamente la propria forza a quella dell’avversario mentre nelle tecniche morbide si cerca di sfruttare la forza, l’azione dell’avversario a proprio vantaggio.
Le leggende raccontano che tanti anni fa durante una bufera di neve un monaco stava attraversando un bosco: le piante erano talmente cariche di neve che i loro rami si spezzavano per il troppo peso. Anche gli alberi più possenti alla fine crollavano sotto il carico che continuava ad accumularsi sui loro rami. Ad un certo punto il monaco si fermò stupefatto di fronte ad un esile salice che nonostante l’apparente fragilità si ergeva intatto in mezzo alla tormenta. Egli osservò meglio e notò che i rami del salice erano così esili che non opponevano alcuna resistenza al peso della neve ma si flettevano lasciandola subito cadere a terra. Il monaco, esperto di arti marziali, pensò che questo principio poteva essere applicato alla lotta: sfruttare la forza, il peso dell’avversario per farlo cadere.
Il judo applica sempre questo principio: adattarsi all’azione dell’avversario per utilizzarne la forza. Se qualcuno spinge o tira con tutta la sua energia ed improvvisamente non incontra più resistenza rimarrà sbilanciato dalla propria stessa foga: è questo il momento giusto per applicare una tecnica, che potrà essere eseguita con poco sforzo. Diventa così essenziale la ricerca dell’opportunità migliore, lo studio del movimento che meglio sfrutta le proprie possibilità, in modo da non sprecare energia.
Tradurre questo principio con gentilezza è forse un po’ troppo poetico, sottintende che siamo gentili poiché assecondiamo l’attacco dell’avversario anziché contrastarlo chiaramente, ma il termine è stato probabilmente ispirato dall’eleganza dell’azione, che non è mai brutale.
Il concetto fondamentale alla base di tutte le tecniche judo è quindi quello di non opporre la forza alla forza ma di impiegare la propria abilità per volgere a nostro vantaggio una situazione apparentemente sfavorevole. Ma questa idea non era certamente nuova: altre forme di lotta tra cui la stessa antica arte del jujutsu si basavano sul concetto di ju.

Ideogramma DO

 

Ideogramma Do - cosa è il judo

La vera innovazione portata dal Maestro Jigoro Kano è contenuta nel secondo ideogramma do.
Questo ideogramma raffigura, stilizzato, un allievo che procede sotto lo sguardo attento del Maestro e vuol simboleggiare il contenuto filosofico, educativo, formativo di questa nuova arte: il judo non è soltanto jutsu, tecnica, ma assume il significato più profondo di Via, metodo per migliorare.
La creazione di tecniche che possano essere eseguite senza pericolo, con costante controllo, e lo studio dei modi di cadere hanno consentito di slegare l’arte marziale dal combattimento reale permettendone l’utilizzo anche come sport o come svago.
Seguire il proprio do, la propria Via di crescita significa utilizzare il judo per diventare migliori, acquisire correttezza ed autodisciplina, esercitare il rispetto reciproco, sforzarsi di aiutarsi vicendevolmente. Tutto questo non si limita solamente alla pratica in materassina ma dovrà gradatamente estendersi al di là delle mura della palestra, divenire una abitudine mentale, un modo di vivere.
Anche lo stesso principio del ju può allora essere inteso in senso più lato come un invito ad affrontare le avversità senza lasciarsi sopraffare dall’inevitabile ma cercando di cogliere in ogni frangente il lato positivo che può volgere la situazione a nostro favore.
Generalmente l’allievo, soprattutto se molto giovane, trae altrettanti benefici sul piano educativo che su quello strettamente motorio ed il suo progresso viene sempre giudicato non solo in funzione delle capacità tecniche acquisite ma anche della propria serietà: l’allievo più esperto deve poter essere additato come esempio, sotto tutti gli aspetti.
Caratteristica essenziale, legata alla stessa raffigurazione dell’ideogramma do, è la funzione dell’insegnante nell’ambito del judo. Vi è un legame profondo tra maestro e discepolo su cui si fondano le possibilità dell’allievo di migliorarsi ed intorno a cui ruotano l’impostazione didattica e la credibilità della palestra. L’insegnante non rappresenta soltanto una fonte di conoscenza ed uno specchio di limpidità morale ma deve essere un punto di riferimento, una guida per l’allievo. Senza questo profondo rapporto l’insegnante verrebbe considerato soltanto un allenatore, come negli altri sport, e non un vero Maestro.

Metodo Kawaishi

Mikinosuke Kawaishi il padre del judo francese

Mikinosuke Kawaishi (1899–1969), il padre del judo francese, 7° dan

Il Maestro Mikinosuke Kawaishi 7° Dan (10° Dan postumo conferito dalla Federazione Francese), arrivò nel 1935 in Francia e vi rimase fino alla scomparsa. Egli si dedidcò per tutta la vita alla diffusione del judo in quel paese, tanto da meritarsi l’appellativo di “Padre del Judo Francese”, creò un suo metodo selezionando 61 tecniche che prese il nome di Metodo Kawaishi e che negli anni cinquanta e sessanta influenzò notevolmente il judo francese.
Egli credeva che semplicemente trapiantare gli stessi metodi di insegnamento giapponese in Occidente non fosse la scelta più appropriata. Così sviluppò uno stile intuitivo dell’insegnamento ed un’organizzazione strutturata delle tecniche che meglio si adattavano agli occidentali con una evoluzione graduale in livelli (Kyu) in relazione al colore delle cinture.
Questo sembrò aver avuto successo in Francia e portò ad una rapida crescita del judo dopo la Seconda Guerra Mondiale e nei cinquant’anni successivi, ma il Kodokan, con un orientamento sempre più verso l’aspetto sportivo del judo, vietò varie tecniche legate al jujutsu ed all’autodifesa durante i tornei o shiai fino a cancellarle dai programmi di studio.

Metodo Kawaishi Judo

Tabella del Metodo Kawaishi

L’insistenza del Maestro Kawaishi nel preservare l’insegnamento e la pratica di queste tecniche portò ad una controversia, i suoi oppositori sostenevano che si discotavano dallo spirito del Kodokan Judo, mentre i suoi seguaci consideravano necessario un approccio più vicino agli insegnamenti del jujutsu tradizionale.
Gli spunti tecnici offerti da questo metodo, che comprende ben 160 tecniche di nage e di katame-waza, sono innumerevoli. Non è solo lo studio delle leve di gamba e di collo, ma anche l’interessante classificazione delle leve di braccia a seconda della posizione di inizio, gli oltre 30 strangolamenti, le numerose tecniche di immobilizzazione, che aprono letteralmente nuovi orizzonti nello studio del katame-waza.
Analogamente nel nage-waza si troveranno spunti di sicuro interesse studiando le 61 tecniche di proiezione di questo Metodo.

ASHI WAZAKOSHI WAZAKATA WAZATE WAZASUTEMI WAZA
O-soto-gariUki-goshiKata-seoiTai-otoshiTomoe-nage
De-ashi-baraiKubi-nageSeoi-nageUki-otoshiYoko-tomoe
Hiza-gurumaTsuri-goshiKata-gurumaKugi-nageMaki-tomoe
Ko-soto-gakeKoshi-gurumaSeoi-otoshiHizi-otoshiMakkomi
O-uchi-gariHarai-goshiHidari-kata-seoiSukui-nageYoko-gake
Ko-uchi-gariHane-goshiSeoi-nageMochiage-otoshiTani-otoshi
Okuri-ashi-baraiUshiro-goshiSumi-otoshiSumi-gaeshi
O-soto-gurumaTsuri-komi-goshiObi-otoshiUki-waza
O-soto-otoshiUtsuri-goshiKata-ashi-doriKani-basami
Ko-soto-gariUchi-mataRio-ashi-doriYoko-otoshi
Sasae-tsuri-komi-ashiO-goshiHane-makkomi
Harai-tsuri-komi-ashiKo-tsuri-goshiUra-nage
Soto-gakeO-gurumaYoko-guruma
Ko-uchi-makkomiYama-arashiYoko-wakare
Ashi-gurumaObi-goshiTawara-gaeshi

Jigoro Kano

Fondatore del judo

(28 ottobre 1860 – 4 maggio 1938)

Il vero valore del judo si realizza soltanto nell’animo che intende sviluppare le doti interiori e conquistare un punto di vista più elevato della realtà, al fine di autorealizzarsi per essere utile.

Jigoro Kano è nato il 28 ottobre 1860 nella località balneare di Mikage, nella prefettura di Hyogo, vicino a Kobe, in Giappone da una famiglia di noti produttori di Sakè.
Suo padre, Jirosaku Mareshiba Kano, aveva però abbandonato il mestiere tradizionale di famiglia per diventare funzionario civile presso il Ministero della Marina Militare, entrando così in contatto con molti personaggi di primo piano del mondo politico giapponese che in seguito ebbero molta influenza sulla formazione e sulla carriera del figlio.
Jigoro Kano fu, sin dalla più giovane età, un “enfant prodige” dotato di grande facilità di apprendimento ma fisicamente era un bambino esile, debole e delicato di salute.
Nel 1871 si trasferì a Tokyo con la famiglia e nel 1873 si iscrisse ad una scuola di inglese privata situata nei pressi del bosco di Shiba.
Fu in quel periodo che il giovane Jigoro Kano, contro il consiglio del suo medico, decise di fare qualcosa per migliorare la sua salute e allo stesso imparare a difendersi contro i bulli: era infatti continuamente tormentato dai compagni di scuola che, invidiosi dei successi che riportava negli studi, approfittavano della sua fragile struttura fisica (era alto solo un metro e cinquanta e pesava 48 chili) per malmenarlo, fu così che Kano cominciò ad interessarsi al jujutsu nel quale vide un modo per difendersi dalla loro brutalità.

Jigoro Kano all'età di 17

Jigoro Kano all’età di 17 anni quando iniziò a praticare jujutsu

Nel 1877 fu fondata l’Università di Tokyo e Jigoro Kano si iscrisse alla Facoltà di Lettere, nello stesso anno, grazie alla presentazione di Teinosuke Yagi (che nel frattempo gli aveva insegnato i primi rudimenti di jujutsu) divenne allievo prima di Hachinosuke Fukuda, della Tenshin Shin’yo-ryu (Scuola del vero salice divino).

Hachinosuke Fukuda

Hachinosuke Fukuda (1829-1880)

Il jujutsu praticato alla Tenshin Shin’yo-ryu, fondata da Iso Mataemon Ryukansai Minamoto no Masatari, era morbido e prediligeva l’armonia piuttosto che il combattimento, ma allo stesso tempo la peculiarità di tale stile era costituita dagli atemi-waza, ossia le tecniche di colpo (shin-no-ate – colpire o calciare punti fisiologicamente deboli del corpo) combinate con tecniche lancio, blocco articolare e tecniche di strangolamento per creare uno stile potente.
Dopo aver studiato presso la Tenshin Shin’yo-ryu, Kano si trasferisce alla scuola Kito-ryu (Scuola dell’ascesa e della caduta) a studiare sotto Tsunetoshi Iikubo. La Kito-ryu, è un antico stile di arti marziali (koryu) di jujutsu fondata da Toshinobu Ibaragi, che include nage-waza (tecniche di proiezione), atemi-waza (tecniche di colpo), kansetsu-waza (tecniche di leva articolare) e shime-waza (strangolamenti). Simile a certi stili di aikijujutsu, basa gran parte della sua filosofia su concetti come il ki e l’abilità nel saperlo controllare ed usare. Inoltre, grande peculiarità dello stile è l’uso dei kuzushi come atto propedeutico all’applicazione delle nage-waza. Era uno stile molto più morbido e caratterizzato da allenamenti moderati, con attenzione alla libertà di azione.
Dotato di ferrea volontà, Jigoro Kano fece progressi talmente rapidi ed importanti che fu ammesso alla conoscenza dei Densho, i libri segreti, in cui ogni scuola custodiva gelosamente gli insegnamenti più segreti, appunto, del Maestro fondatore.

Iikubo-sensei fu un grande Maestro per Jigoro Kano e difatti continuò ad essere il suo insegnante fino al 18°-19° Meiji (1885–1886), ovvero fintanto che Kano divenne lui stesso un insegnante. A quei tempi lui aveva 50 anni e Jigoro Kano non poteva succedergli vincendo contro di lui nel randori, ma nel 18° Meiji (1885) circa, grazie all’assidua pratica, Kano acquisì particolari abilità nell’uso del principio del kuzushi e quindi provò ad applicare nel randori prima il kuzushi e poi il waza. Iikubo-sensei era uno specialista di nage-waza della Kito-ryu, ma stranamente non riusciva a proiettare Kano poiché questi aveva già capito profondamente il principio del kuzushi. Dopo quest’esperienza Kano incominciò ad insegnare roppo-no-kuzushi (kuzushi in 6 direzioni) e happo-no-kuzushi (kuzushi in 8 direzioni) al Kodokan.
Dopo un po’ Kano riportò i risultati della sua ricerca ad Iikubo-sensei e questi ne confermò la validità. Di conseguenza suggerì a Jigoro Kano di fare randori con avversari più giovani mentre lui stesso non praticò più randori con Kano, finché un giorno gli consegnò il diploma della Kito-ryu insieme ad altre pergamene.

(Toshiro Daigo)

Intorno al 1880 Jigoro Kano ha iniziato a ripensare le tecniche di jujutsu che aveva imparato. Vide che combinando le migliori tecniche di varie scuole in un unico sistema avrebbe potuto creare un programma di educazione fisica che incarnava l’abilità mentale e fisica. Inoltre credeva che, una volta omesse le tecniche più pericolose, il jujutsu potesse essere praticato come sport competitivo.

Tempio Eisho

L’ingresso del tempio di Eisho, il luogo dove è nato il Judo Kodokan

Nel 1882 si trasferì nel Tempio shintoista di Eisho sito nel quartiere Shimoya di Tokyo, e lì attrezzò una piccola sala di dodici tatami (12×18 metri), per la pratica del jujutsu, aprirla anche ad altri studenti fu cosa quasi automatica.
Questa data, 5 giugno 1882, 15° anno dell’era Meiji, viene ufficialmente considerata la data di nascita del Kodokan, presso cui, il primo anno, si iscrissero nove allievi fra i quali il leggendario Shiro Saigo.
Tsunejiro Tomita, servitore di Kano, fu il primo allievo ad essere iscritto al Kodokan.
Il jujutsu insegnato da Kano era però qualcosa di profondamente diverso nella tecnica e nelle finalità da quello comunemente conosciuto, inoltre, vista la scarsa considerazione di cui quest’arte godeva, era bene darsi una nuova immagine.
Kano scelse per il suo metodo il nome di judo, ma per distinguersi da un’altra scuola, Jikishin-ryu, che aveva usato questo termine, completò il nome in Judo Kodokan.
Il termine Kodokan si divide in ko (lezione, studio, metodo), do (Via, percorso), e kan (sala o luogo). Quindi significa “luogo dove studiare la Via”. Allo stesso modo judo si scompone in ju (dolce, flessibile, cedevole) e do (Via, percorso) quindi la Via della flessibilità.
La devozione di Kano per il judo non ha interferito con il suo progresso accademico. Ha proseguito i suoi studi di letteratura, politica e economia politica, e si è laureato all’Università Imperiale di Tokyo nel 1881.
Jigoro Kano lavorò duramente per l’affermazione e la diffusione della sua creazione, lottando contro i pregiudizi e le derisioni delle altre scuole che consideravano inefficace il suo metodo; fu un periodo di battaglie epiche, il periodo del “Dojo Jaburi”, un’antica usanza secondo la quale una scuola poteva recarsi presso un altro Dojo, sfidarne il Maestro ed i migliori allievi e misurarsi con loro.
Se gli sfidanti vincevano, avevano il diritto di distruggere le insegne del Dojo perdente, mettendolo in ridicolo e screditandolo pubblicamente.

Shitenno- Yokoyama Sakujiro , Saigo Shiro, Tomita Tsunejiro e Yamashita Yoshitsugu

Gli shitenno (i magnifici 4) allievi di Jigoro Kano: Yokoyama, Saigo, Tomita e Yamashita

Il Kodokan fu oggetto di svariati Dojo Jaburi, ma, grazie a figure leggendarie come Tsunejiro Tomita, Shiro Saigo, Yamashita Yoshiaki e Yokoyama Sakujiro, ne uscì sempre a testa alta.
La vittoria definitiva giunse nel 1886 quando, a causa della rivalità tra le scuole di jujutsu e judo, fu organizzato, dal comandante della Polizia Metropolitana di Tokyo, un torneo per determinare l’arte superiore. Il Kodokan sconfisse in un match epico una delle più famose scuole di jujutsu, quella di Hikosuke Totsuka; questo sancì la supremazia non solo morale ma anche tecnica del Kodokan che da allora si espanse sempre più, cambiando varie sedi.
Sezioni del Kodokan furono aperte a Nirayama, Edajima e Kyoto.
La categorizzazione del Judo Kodokan è stata completata circa 1887. La sua struttura come arte marziale era tale da poter essere praticato come sport competitivo. Colpi, calci, certe leve articolari, e altre tecniche troppo pericolose per le competizioni, venivano insegnate solo agli ordini superiori.
Il Kodokan e il judo si imposero e il dojo di Tokyo si ingrandiva di anno in anno. In pochi anni il metodo di Jigoro Kano catturò l’attenzione del Ministero dell’Istruzione nipponico.
Quest’ultimo cominciò a prendere in considerazione i meriti delle varie scuole di jujutsu con l’intento di inserire questa arte marziale tra le materie di studio accanto alla educazione fisica. Ben presto il judo divenne materia integrante di studio nelle Scuole di tutto il Paese, e dovunque in Giappone si tenevano gare di judo.
A partire dal 1889 Jigoro Kano lascia il Giappone per visitare l’Europa e gli Stati Uniti. Ha viaggiato all’estero otto volte per insegnare judo e più volte per partecipare alle Olimpiadi e le riunioni di commissione. Spesso a fronte di estremo disagio, molti degli studenti di Jigoro Kano dedicarono la loro vita a sviluppare judo in paesi stranieri.
I migliori allievi cominciarono a viaggiare per il mondo: Yamashita andò in America; in Inghilterra troviamo Gunji Koizumi (Maestro di jujutsu poi convertito al judo), in Francia Kawaishi (che elaborò un suo personalissimo metodo tutt’oggi famoso): più tardi (è quasi storia attuale) Ichiro Abe e Michigami sempre in Francia, Ken Noritomo Otani, Tadashi Koike, e Katsuyoshi Takata in Italia.

Sei Ryoku Zen Yo e Ji Ta Kyo Ei

Sei Ryoku Zen Yo e Ji Ta Kyo Ei, le massime fondamentali del judo kodokan

Le massime fondamentali del Judo Kodokan, Sei Ryoku Zen Yo (massima efficienza con il minimo sforzo) e Ji Ta Kyo Ei (prosperità e mutuo benessere), sottolineano la formazione morale e spirituale, oltre alla preparazione fisica di judo. Il fine ultimo del judo era la perfezione dell’individuo in modo che potesse essere di valore per la società. Questa fase spirituale sviluppata gradualmente fu completata intorno al 1922, nello stesso anno venne fondata la Kodokan Judo Cultural Society.
Nel corso della sua vita, Jigoro Kano ha conseguito un dottorato in judo, un grado equivalente al dodicesimo dan, assegnato solamente all’ideatore del Judo Kodokan. Ha sempre lavorato per garantire lo sviluppo dell’atletica e lo sport giapponese in generale, e di conseguenza è spesso chiamato il “Padre degli sports giapponesi”. Nel 1935, gli è stato conferito il premio Asahi per il suo eccezionale contributo all’organizzazione dello sport in Giappone durante la sua vita.
Mentre tornava a casa da una riunione del CIO al Cairo, dove riuscì ad avere Tokyo designato come sito per le Olimpiadi 1940, e dopo una vita dedicata al judo, Jigoro Kano morì di polmonite a bordo della SS Hikawa Maru il 4 maggio 1938, all’età di 78 anni.
Ci ha lasciato in eredità la sua meravigliosa creatura: continuiamo a nutrirla con amore.

Gunji Koizumi

Il padre del judo britannico

(8 luglio 1885 – 15 aprile 1965)

Il judo ha la natura dell’acqua

L’acqua scorre per raggiungere un livello equilibrato.
Non ha forma propria, ma prende quella del recipiente che la contiene.
È indomabile e penetra ovunque.
È permanente ed eterna come lo spazio e il tempo.
Invisibile allo stato di vapore,
ha tuttavia la potenza di spaccare la crosta della terra.
Solidificata in un ghiacciaio, ha la durezza della roccia.
Rende innumerevoli servigi e la sua utilità non ha limiti.
Eccola, turbinante nelle cascate del Niagara,
calma nella superficie di un lago,
minacciosa in un torrente
o dissetante in una fresca sorgente scoperta un giorno d’estate.

Questo è il principio del judo.

Il Maestro Gunji Koizumi scrisse questa lirica presumibilmente dopo l’incontro avuto col Maestro Jigoro Kano. Questo grande evento avvenne in Inghilterra nel 1920. Di certo risulta che, in passato, molti Maestri, studiosi, hanno cercato di attribuire all’ideogramma “ju” diversi significati, quali ad esempio: morbido, debole, trattabile, sottomesso, gentile, armonioso, cedevole, adattabile, ecc.. Le traduzioni più significative del “ju” acquisite allora dalle più importanti scuole di jujutsu erano “contrapposto al duro” o “adattabile”. Questo “principio di adattabilità” (ju-no-ri), che anche il Prof. Kano studiò a fondo nei suoi aspetti pratici, suggerì al Maestro Gunji Koizumi la meravigliosa poesia: “Il judo ha la natura dell’acqua”.
Il Maestro Gunji Koizumi, era affettuosamente chiamato “G. K.” e a buon diritto è ritenuto il “Padre del Judo Britannico”.
Uomo di immancabile cortesia, i suoi due tratti più rilevanti erano l’assoluta integrità morale e la ferrea determinazione. Era un uomo elegante non solo nell’aspetto, ma anche nel comportamento.
Koizumi è nato l’8 luglio 1885, nel villaggio di Komatsuka Oaza, circa 20 miglia a nord di Tokyo, nella Prefettura di Ibaraki, Giappone. Egli era il figlio minore di un contadino, Shukici Koizumi, e sua moglie Katsu. Aveva un fratello maggiore, Chiyokichi e una sorella minore, Iku.
Nel 1897, all’età di 12 anni, Koizumi ha iniziato la formazione nell’arte del kenjutsu a scuola ed in quegli anni inizia, di sua spontanea volontà, ad imparare l’inglese da un vicino che aveva trascorso qualche tempo in America.
In quanto figlio più giovane della famiglia, Koizumi aveva l’opzione di aprire una propria azienda o andare in adozione ad una famiglia senza un erede maschio, secondo i costumi dell’epoca in Giappone, ma a Koizumi non piaceva nessuna delle due ipotesi. Nel luglio del 1900, poco prima di compiere 15 anni, lascia la sua casa per cercare fortuna a Tokyo, dove si iscrive come telegrafista tirocinante nell’ambito di un programma del governo. Nel 1901, ha iniziato a praticare il jujutsu sotto la guida del Maestro Tago Nobushige alla Tenshin Shin’yo-ryu. Una volta qualificato come telegrafista ha lavorato per un po’ a Tokyo prima di prendere un lavoro alle ferrovie in Corea. Nel 1904, si allena sotto la guida del Maestro Yamada Nobukatsu, un ex samurai. A questo punto, Gunji Koizumi aveva deciso che voleva studiare l’elettricità, e che il posto migliore per farlo erano gli Stati Uniti d’America. Viaggia attraverso Shanghai, Hong Kong, Singapore e India. A Singapore, nel 1905, studia con il Maestro Tsunejiro Akishima.
Il 4 maggio 1906, con un bagaglio tecnico di arti marziali vastissimo (in special maniera per il kenjutsu) per i suoi precedenti studi, Gunji Koizumi è arrivato a Mostyn, Galles del Nord, a bordo della SS Romsford. Si è poi recato a Liverpool, dove ha assunto la carica di docente presso la Kara Ashikaga Jujitsu School, per poi spostarsi a sud, a Londra, dove ha collaborato con l’istruttore Sadakazu Uyenishi al Bartitsu Club. Durante questo periodo Koizumi ha anche insegnato jujutsu al Politecnico di Londra e per il Royal Naval Volunteer Reserve. Dopo diversi mesi, partì per New York, arrivando a maggio 1907, ed assicurandosi un lavoro nella Railway Company Newark Public Service, ma dopo alcuni anni, insoddisfatto della vita negli Stati Uniti, torna in Inghilterra nel 1910. Tenta di avviare una società di illuminazione elettrica a Vauxhall Road, Londra, ma mancano i fondi sufficienti.

Nel 1918, a proprie spese, Koizumi apre a Londra il Budokwai per lo studio e la pratica del jujutsu, del kenjutsu e altre arti marziali; e fin da allora il Budokway è stato il centro riconosciuto del Judo Britannico e mèta di numerosissimi judoka del continente.

Yukio Tani

Yukio Tani (1881–1950)

Nel 1920, Jigoro Kano, fondatore del Judo Kodokan, durante il viaggio verso le Olimpiadi di Anversa, visita il Budokwai. Dopo alcune discussioni, Koizumi e Yukio Tani (un altro istruttore del Budokwai), influenzati dalle finalità educative del Metodo Kano, decidono di cambiare il loro sistema di insegnamento ed aderiscono al Kodokan, e Kano, in riconoscimento della loro tecnica assegna ad entrambi il grado di 2° Dan e da allora in poi il judo entra a far parte dei programmi di insegnamento del Budokwai di Londra sancendo di fatto la nascita del judo britannico.
Nel 1948 viene costituita la British Judo Association (BJA) con Gunji Koizumi come Presidente. L’intento era quello di unificare il judo britannico e di stabilire un metodo che potesse produrre campioni di judo di livello internazionale.
Lo stesso anno, sempre su iniziativa del Budokwai, in occasione dei Giochi della XIV Olimpiade di Londra, fu convocata una conferenza internazionale presso il New Imperial College a South Kensington. Parteciparono le federazioni di Gran Bretagna, Italia, Paesi Bassi e Svizzera che decisero di costituire la European Judo Union (EJU).
Sempre nel 1948 Koizumi raggiunge il grado di 6° Dan.

Sede Budokwai fondato nel 1918 da Gunji Koizumi

L’attuale sede del Budokwai, fondato nel 1918 da Gunji Koizumi.

Nel 1951, anno dei Primi Campionati Europei di Judo il Maestro Gunji Koizumi è graduato 7° Dan.
Il 19 settembre 1954, il Budokwai si trasferisce in nuovi locali più ampi. Poco dopo, Gunji Koizumi tornò in Giappone per la prima volta dopo 50 anni. La sorella, i parenti ed una delegazione del Kodokan guidata dal suo Presidente Risei Kano (uno dei figli di Jigoro Kano), lo hanno ricevuto in aeroporto. Trattato come un ospite d’onore al Kodokan, finita la sua visita Koizumi torna nel Regno Unito.
Il 15 aprile 1965, il Maestro Gunji Koizumi muore suicida. Viene trovato nella sua casa con addosso il suo vestito migliore, seduto nella sua poltrona preferita, accanto alla stufa a gas e con un sacchetto di plastica sulla testa.
La morte di Koizumi ha scioccato la comunità del judo di tutto il mondo causando molte polemiche. Alcuni considerano il suo suicidio disonorevole, mentre altri sostengono che la sua morte rispecchi quella di un onorevole samurai. Grant (1965) ha indicato che Koizumi era stato promosso a 8° Dan prima di morire, ma Fromm e Soames (1982) hanno dichiarato che il Kodokan lo promosse a 8° Dan postumo.
Negli ultimi anni della sua vita, considerandosi “a riposo” amava definirsi esperto in kuchi-waza (tecnica del parlare).

Storia del judo

Dalle origini delle arti marziali alla nascita e sviluppo del judo

Il Judo ha la natura dell’acqua.
Eccola, turbinante nelle cascate del Niagara,
calma nella superficie di un lago,
minacciosa in un torrente
o dissetante in una fresca sorgente scoperta un giorno d’estate.
Questo è il principio del Judo

Gunji Koizumi, Shi-han (1886-1964) (8° Dan)

Origini delle arti marziali in Giappone

Bodhidharma

Statua di Bodhidharma (India, 483 circa – Tempio di Shaolin-si ?, 540)

L’origine delle arti marziali si perde nella notte dei tempi ma il loro sensazionale sviluppo in Asia si ebbe grazie alla fusione dei principi del buddimo indiano e del taoismo cinese. La tradizione ci rimanda a Bodhidharma (Ta-Mo in cinese, Daruma in giapponese), monaco indiano che nel 520 d.c. andò in Cina per diffondere il buddismo.

Soggiornò molti anni nel monastero di Shaolin (Shorinji in giapponese), il cui nome significava “giovane foresta”, ai piedi dei monti Sung-Shan, nella provincia di Honan. Qui fondò una scuola impostata sulla meditazione: Dhyana in sanscrito, Chan in cinese, Zen in giapponese. Viste le non buone condizioni fisiche dei monaci, insegnò loro degli esercizi di respirazione e di ginnastica e, secondo la leggenda, anche delle tecniche di combattimento a mani nude, che col tempo furono arricchite e perfezionate sotto la generica denominazione di wushu, ossia “arti marziali” (bujutsu in giapponese).
I tantissimi stili di wushu si sono sviluppati lungo due direttrici.
La prima prende il nome di Wei-Chia e comprende gli stili “esteriori” o “duri” di lotta, che si fondano sull’uso della forza in linea retta.
La seconda direttrice è la Nei-Cha e comprende gli stili “interiori” o “morbidi”, che si sviluppano con il concetto di Wu-Wei, solitamente tradotto con “non azione”, ma sarebbe meglio dire “non ingerenza”: rappresenta la capacità di dominare le cicostanze senza opporvisi, arrivando a sconfiggere un avversario cedendo apparentemente al suo assalto per neutralizzarlo con movimenti circolari e rivolgere contro di lui la sua stessa forza.

Tempio Shaolin

Il Tempio Shaolin

Gli stili duri che, facevano capo al tempio buddista di Shaolin, a Okinawa generarono il karate, diffuso in Giappone da Gichin Funakoshi (1868–1957).

Gli stili morbidi, che facevano capo al tempio taoista di Wutang, in Giappone generarono il jujutsu, da cui sono derivati il judo di Jigoro Kano (1860-1938) e l’aikido di Morihei Ueshiba (1883-1969).

Il Nihon Shoki o Nihonji (cronaca del Giappone, compilata nel 720 d.c.) riferisce che già nel 230 a.c. ebbero luogo pubbliche competizioni di forza, che servivano anche a selezionare gli uomini più vigorosi, destinati alla guardia imperiale o alla formazione di corpi speciali.
Il più famoso incontro di lotta che si ricordi fu quello combattutto davanti all’Imperatore Sunin (29 a.c.-70 d.c.) da Taima-no-Kuyehaya e Nomi-no-Sukune, che uccise l’avversario spezzandogli la schiena. Il vincitore ricevette onori e ricchezze, nonché l’incarico di regolamentare il suo efficacissimo metodo di lotta per renderlo meno pericoloso.
Nomi-no-Sukune selezionò allora 48 colpi (12 riguardavano la testa, 12 il tronco, 12 le mani e 12 le gambe) e chiamo Sumo il nuovo stile.
Da una forma di combattimento primitivo e cruento (chikara-kurabe), il sumo progredì verso una forma di addestramento militare, fino a divenire un vero e proprio rito durante le raffinate epoche Nara ed Heian, imbevute di cultura cinese: l’Imperatore Shomu (724-740), infatti, lo incluse tra i giochi della Festa di Ringraziamento per il raccolto.

Sumo

Un xilografia nishiki-e raffigurante un incontro di sumo

L’importanza del sumo fu veramente grande, visto che nell’858 Korehito e Koretaka, figli dell’Imperatore Montuko, arrivarono a disputarsi il trono con un incontro di lotta tra i loro campioni Yoshiro e Natora. Vinse Yoshiro e Korehito divenne l’imperatore Seiwa.
I primi lottatori professionisti si esibirono a Edo nel 1623. Nonostante qualche dimostrazione all’estero, il sumo ha sempre avuto un carattere esclusivamente nazionale ed ancora oggi gli incontri si svolgono secondo l’antico cerimoniale, compreso il propiziatorio lancio di sale sulla pedana.

Dal Giappone si è invece diffuso in tutto il mondo il jujutsu, o “arte della flessibilità” le cui origini si perdono nelle leggende. La più nota racconta che intorno alla metà del ‘500 un medico di Nagasaki, Shirobei Akiyama, si recò in Cina per approfondire le sue cognizioni sui metodi di rianimazione, che presupponevano una perfetta conoscenza dei punti vitali del corpo umano. Akiyama, uomo di moltiforme ingegno, approfittò del soggiorno nel continente per studiare anche il taoismo e le arti marziali cinesi. Tornato in patria, durante un periodo di meditazione notò che i rami più robusti degli alberi si spezzavano sotto il peso della neve, mentre quelli di un salice si piegavano flessuosi fino a scrollarsi del peso, per riprendere poi la posizione senza aver subito danni. Applicando alle tecniche di lotta apprese in Cina le considerazioni maturate sulla cedevolezza o “non resistenza”, fondò la scuola Yoshin (del “cuore di salice”).

Yin e Yang

Yin e Yang

Non è questa la sede per trattare del taoismo, ma va evidenziato che alla sua base stanno i due principi complementari Yang e Yin, l’aspetto positivo e negativo dell’Universo: nessuno dei due può esistere senza l’altro. Nel mondo tutto è in perpetua mutazione tra questi due poli attraverso combinazioni dinamiche. Lo yang rappresenta la durezza e l’attacco, lo yin la morbidezza e la difesa.
Dal Tao-Te-Ching, il testo cinese attribuito a Lao-tzu, mi preme citare alcune massime di grande importanza per il nostro studio:

Le molte scuole di jujutsu, pur con diverse sfumature, fecero proprio questo fondamentale concetto, che rivoluzionò la maniera di lottare: la morbidezza può vincere la forza. Va inoltre sottolineato che “ai livelli più alti delle arti marziali, il punto più importante di tutte queste strategie sta nello sviluppare una sensibilità intuitiva verso le leggi dell’universo. Lo scopo più profondo non è semplicemente sconfiggere gli avversari ma giungere al “modo” (“Do” o “Tao”), che è il modo in cui funziona l’universo (Payne)”.

Tokugawa Ieyasu fondatore dello shogunato Tokugawa

Tokugawa Ieyasu

Il jujutsu si sviluppò sotto nomi diversi a seconda del gruppo di tecniche che si preferiva approfondire (proiezioni, immobilizzazioni, percussioni, ecc.), raggiungendo il massimo splendore durante il lungo periodo di pace instaurato da Ieyasu Tokugawa (1543-1616) dopo la battaglia di Segikahara (1603) e la conquista del castello di Osaka (1615).
La fine delle guerre civili che avevano insanguinato il Giappone dal XII secolo, interrotte soltanto per respingere le invasioni mongole di Kublai Khan, lasciò disoccupati migliaia di Samurai, che divennero perciò Ronin (“uomini onda”, ossia guerrieri senza padrone).
Molti di loro pensarono quindi di mettere a frutto quanto avevano appreso sui campi di battaglia, raccogliendo e perfezionando le tecniche di combattimento senz’armi ereditate dal passato, e mentre in precedenza esistevano solo scuole private ad uso dei grandi clan, ognuno dei quali elaborava e tramandava al suo interno colpi di particolare efficacia, sorsero allora scuole di bujitsu (arti marziali) aperte a tutti.
L’uso strategico del corpo umano raggiunse livelli sbalorditivi di efficienza. Due secoli e mezzo di pace durante lo shogunato Tokugawa furono possibili grazie a un rigoroso controllo verticistico che tendeva al mantenimento dell’ordine. Divennero difficoltosi i contatti all’interno e furono decisamente vietati quelli con l’esterno, pena la morte, relegando il paese fuori dalla storia. Intorno alla metà del XIX secolo, però alla ricerca di nuovi mercati commerciali, le grandi potenze decisero di porre fine all’isolamento nipponico.

Matthew Calbraith Perry

Commodoro Matthew Calbraith Perry (1794-1858)

L’8 luglio 1853 il commodoro statunitense Matthew Calbraith Perry giunse nella baia di Uraga con le sue celebri quattro “navi nere”, chiedendo a nome del Presidente Fillmore l’apertura del Giappone al mondo occidentale. In seguito ai temporeggiamenti nipponici, Perry tornò nel febbraio 1854 con otto navi, facendo chiaramente intendere che non avrebbe tollerato il rifiuto. Al trattato di Kanagawa con gli USA seguirono ben presto quelli con la Gran Bretagna e Russia, gettando nello sconforto quanti avrebbero preferito morire combattendo contro un nemico meglio armato che sottostare a un umiliante cedimento.
I contrasti tra “falchi” e “colombe” si acuirono via via fino a spaccare il paese. Ne conseguì inevitabilmente una sanguinosa reazione a catena, culminata nel 1868 con la fine del Bakafu (shogunato) Tokugawa e con la “restaurazione Meiji”: dopo sette secoli il potere politico dalle mani dello shogun tornava in quelle dell’Imperatore.

Il giovane Mutsuhito Meiji, 122° esponente della dinastia, trasferì la capitale da Kyoto (ove risideva dal 794) a Edo, che chiamò Tokyo, ossia “capitale dell’est”, inaugurando l’era Meiji, di “governo illuminato”.
Nei primi anni dell’era Meiji (1868-1921), sotto l’infatuazione per la civiltà e i costumi occidentali, il bujutsu subì una rapida decadenza (anche per l’enorme diffusione delle armi da fuoco) e non pochi esperti, rimasti senza allievi, per sopravvivere in una società profondamente mutata dovettero esibirsi a pagamento in squallidi locali o finirono nella malavita. I Maestri non tramandavano più il loro sapere, portandosi nella tomba i segreti del Ryu (scuola): un grande patrimonio di nobili tradizioni stava per scomparire.

Nascita di Jigoro Kano e sviluppo del judo

Jigoro Kano in judogi

Jigoro Kano (1860-1938)

Questo era il triste spettacolo che apparve a Jigoro Kano.
Nato nel 1860 a Mikage presso Kobe, nel 1817 si trasferì a Tokyo con la famiglia. D’intelligenza vivissima ma di gracile costituzione, doveva subire la prepotenza dei compagni, dai quali avrebbe voluto difendersi praticando il jujutsu.
Poiché la disciplina era screditata e ritenuta troppo violenta, Kano dovette rinunciarvi, dedicandosi specialmente alla ginnastica e al baseball per irrobustire il suo fisico. Nel 1817, entrato all’università di Tokyo, poté finalmente avvicinarsi al jujutsu, cui si applicò con passione, impegnandosi in duri allenamenti (sempre ricoperto di piaghe, era soprannominato “unguento”). I suoi primi Maestri furono Hachinosuke Fukuda e Masatomo Iso, della Tenshin-Shin’yo-ryu, dai quali apprese in particolare il katame-waza e l’atemi-waza, venendo in possesso dei Densho (i libri segreti) della scuola dopo la morte.

Conobbe quindi Tsunetoshi Iikubo, esperto della Kito-ryu, da cui apprese il nage-waza. Mentre progrediva con sorprendente facilità, penetrando i segreti dei diversi stili, nel 1881 ottenne la laurea in lettere e cominciò ad insegnare al Gakushuin (Scuola dei Nobili).

Tempio Eisho

L’ingresso del tempio di Eisho, il luogo dove è nato il Judo Kodokan

Nel 1882 il giovane professore aprì una palestra di appena 12 tatami nel tempio di Eisho, radunandovi i primi 9 allievi: nasceva così il Kodokan (“luogo per studiare la Via”), dove il giovane professore elaborò una sintesi di varie scuole di jujutsu.

Il nuovo stile di lotta, non più soltanto un’arte di combattimento, ma destinato alla divulgazione quale forma educativa del corpo e dello spirito, venne chiamato judo (“Via della flessibilità”): come precisò Kano nel 1922, si fondava sul miglior uso dell’energia (Sei Ryoku Zen Yo) allo scopo di perfezionare se stessi e contribuire alla prosperità del mondo intero (Ji Ta Kyo Ei).
Secondo Alan W. Watts:

“Il jujutsu è specificatamente la tecnica di un particolare modo di lotta,
il judo è piuttosto la filosofia su cui questa tecnica si fonda”.

In breve il Kodokan, con un occhio alla tradizione e l’altro al futuro assurse a grande fama grazie alle importanti vittorie sulle scuole di jujutsu: nel 1886, dopo aver trionfato su quella del celebre Maestro Hikosuke Totsuka (il Kodokan riportò 13 vittorie e 2 pareggi su 15 incontri), Jigoro Kano elaborò con i suoi allievi migliori il primo Go-kyo (“cinque principi”) o metodo d’insegnamento; nel 1906 riunì a Kyoto i rappresentanti delle varie scuole per delineare i primi kata (“modelli” delle tecniche di lotta); nel 1912 presentò il nuovo go-kyo, tuttora invariato; nel 1922 diede vita alla Società Culturale del Kodokan.
Il Kodokan, fin dal 1883, subì numerosi trasferimenti, ampliandosi in continuazione: con la sede inaugurata il 25 marzo 1958 arrivò a 1000 tatami e oggi ne conta quasi 1300.
Ma lontano dal Giappone, nonostante i viaggi e le dimostrazioni di Kano, si diffuse soprattutto il jujutsu, che aveva tratto nuovi stimoli dalla rivalità con il Kodokan.
I Maestri di jujutsu, infatti, costretti a subire la crescente popolarità del judo in patria, trovarono un fertile terreno d’insegnamento all’estero. Vediamo dunque quali furono i pionieri del jujutsu in Occidente.
Già nel 1901 si trovavano a Londra i Maestri giapponesi Raku Uyenishi e Yukio Tani, che insegnarono i rudimenti del jujutsu al campione svizzero di lotta libera Armand Cherpillod, cui si deve il primo manuale in lingua francese (tradotto in italiano nel 1906).

Yoshiaki Yamashita

Yoshiaki Yamashita (1865-1935)
È stato la prima persona a essere insignito del 10° dan (Judan) nel judo kodokan



Nel 1905 Uyenishi aprì una palestra a Londra e Cherpillod diede lezioni ad ufficiali di marina durante un corso a Portsmouth. Risale comunque al 1918 l’avvenimento più importante, ossia la costituzione del Budokwai per opera di Gunji Koizumi.
A Parigi, dopo una lunga campagna di stampa, il 26 ottobre 1905 s’incontrarono in un combattimento divenuto famoso, il Professor Ré-Nié (Gui de Montgailhard) e il Maestro Georges Dubois, valente pugile, schermitore e pesista. Ré-Nié, esperto di jujutsu, ebbe la meglio sul più pesante rivale in appena 26 secondi con una leva articolare. Sul finire del 1905 giunsero a Parigi Tani e Katsukuma Higashi, provenienti dagli Stati Uniti (dove aveva scritto con Hancock un libro sul “metodo Kano”): in dicembre i due disputarono un interessante incontro all’ippodromo Bostok.
Nel 1906, a Berlino, Erich Rahn apriva la prima palestra di jujutsu in Germania, venendo ben presto incaricato d’impartire lezioni alla Polizia berlinese e all’Istituto Sportivo Militare.
Grazie anche ai numerosi libri di Irving Hancock, fin dai primi anni del secolo gli USA si appassionarono al jujutsu (nel 1905 veniva insegnato all’Accademia Navale di Annapolis). Hancock stesso, allievo del Maestro Inouye, lo praticò con discreti risultati.

Per approfondire il “metodo Kano” soggiornò in America dal 1902 al 1907 il grande Yoshiaki Yamashita (nel 1935 ottenne il 10° Dan), che ebbe tra i suoi allievi il Presidente Theodore Roosevelt, graduato cintura marrone dopo tre anni di proficue lezioni impartitegli alla Casa Bianca. Una prova dell’interesse statunitense per il jujutsu è la sua inclusione nel programma delle Olimpiadi da disputarsi a Chicago nel 1904 (poi assegnate a Saint Louis).

Diffusione del judo in Italia

Anche in Italia, dove imperava la lotta greco-romana con i suoi “ercoli” statici e muscolosi, non mancò qualche sporadica dimostrazione. Tra il dicembre 1905 ed il marzo 1906 si disputò il Trofeo Florio di lotta, articolato in tre prove, che ebbero luogo a Palermo, Napoli e Roma. In tutte e tre le città il pubblico poté assistere anche a sfide di jujutsu tra lo statunitense Witzler e alcuni partecipanti al Trofeo. A Roma le gare si svolsero al teatro Adriano e video il successo di Raoul Le Boucher su Paul Pons. Lo statunitense Witzler rinnovò la sua sfida, sconfiggendo prima il tedesco Schakmann e poi il senegalese Amalhou, ma arrendendosi al fortissimo Raoul. Stesso copione nell’aprile 1906 al teatro Verdi di Firenze. Sempre nell’aprile 1906 tre Maestri giapponesi di passaggio a Roma si esibirono al Club Atletico Romano e uno di loro, Ysmano, si trattenne per qualche tempo nella capitale, impartendo lezioni ai soci del club.
I numerosi contatti stabiliti tra i marinai italiani e quelli nipponici, consolidati al tempo della rivolta dei Boxer (1900), favorirono la diffusione delle tecniche di jujutsu anche tra i nostri soldati, incuriositi ed affascinati dal modo particolare di combattere all’arma bianca o a mani nude: i guerrieri del Mikado, presi singolarmente, erano senza dubbio i migliori mai visti. L’esaltante vittoria giapponese sulla Russia (1904-1905) accrebbe l’ammirazione per quel popolo: uscito da un interminabile medioevo feudale solo nella seconda metà dell’Ottocento, in pochi lustri aveva saputo conquistarsi un posto di primo piano tra le grandi potenze. E nel mondo si cominciò a parlare degli invincibili samurai e del loro codice d’onore, il Bushido (“Via del Guerriero”) che Inazo Nitobe descrisse con efficacia in un libro (Bushidô – L’anima del Giappone) divenuto ben presto famoso e tradotto per la prima volta in italiano nel 1917.

Domata la rivolta dei Boxer, l’Italia ottenne una concessione a Tientsin, allargando così i propri interessi in Estremo Oriente. Gli entusiastici commenti di civili e militari sulle virtù della lotta giapponese, soprattutto in vista di un suo impiego bellico, convinsero il Ministro della Marina Carlo Mirabello ad organizzare un corso sperimentale sull’incrociatore Marco Polo. Assegnato al capitano di vascello Carlo Maria Novellis il comando della nave, che stazionava nelle acque della Cina, lo incaricò di assumere a bordo un istruttore di jujutsu, firmando così l’atto di nascita della lotta giapponese in Italia.
Dopo molte ricerche, Novellis trovò a Shanghai un insegnante che godeva la fiducia del console giapponese. Il 24 luglio 1906 venne pertanto stipulato un contratto di quattro mesi, tempo che il maestro giudicava “necessario e sufficiente per portare gli allievi ad un grado di capacità tale da renderli abili ad insegnare a loro volta”. Il corso si sarebbe svolto a bordo e al termine gli allievi migliori avrebbero sostenuto gli esami al Kodokan. In ottobre, infatti, i nostri baldi marinai si sottoposero agli esami, ma il risultato fu decisamente negativo. La colpa era del maestro, commentarono al Kodokan:

Pur essendo abbastanza abile, non poteva insegnare ai suoi allievi più di quanto sapesse
cioè non molto, e quindi non aveva mentito assicurando
che in quattro mesi avrebbe portato gli allievi alla sua altezza.

Carlo Oletti il padre del judo italiano

Carlo Oletti (1886-1964), considerato il padre del judo italiano

Si risolse dunque con una beffa la prima esperienza del judo italiano.
Per evitare altre spiacevoli sorprese, il povero Novellis pensò allora di richiedere un insegnante proprio al Kodokan, ma Mirabello non diede mai il suo assenso. Il 31 dicembre 1906 giunse a Shanghai l’incrociatore Vesuvio e Novellis cedette il comando delle operazioni Estremo Oriente al capitano di vascello Eugenio Bollati di Saint Pierre. Questi fece imbarcare dal Marco Polo due marinai ormai abili nella lotta giapponese: uno di loro, il timoniere brindisino Luigi Moscardelli, nell’aprile 1907 ottenne a Tokyo “il diploma di abilitazione all’insegnamento”. In settembre a bordo del Vesuvio si disputarono le gare semestrali imposte dal Ministro della Marina per mantenere in allenamento gli equipaggi: la gara di jujutsu fu vinta dal sottocapo cannoniere Raffaele Piazzolla di Trani sul cannoniere scelto Carlo Oletti, diciannovenne torinese destinato a lasciare un segno profondo nella storia della disciplina in Italia.
Le lezioni di jujutsu sulla Vesuvio furono dunque impartite da un nostro marinaio, magari capace, che aveva però soltanto pochi mesi di esperienza, per di più fatta con un mediocre insegnante giapponese. Attingendo solo saltuariamente alle fonti dell’arte gentile, finimmo per confondere il judo con il jujutsu, praticando una discilina “autarchica” ben diversa da quella del Kodokan. Tradendone completamente lo spirito, nel nostro paese il jujutsu/judo fu praticato usando molto di più la forza della cedevolezza (ju), trascurando completamente la ricerca della “Via” (do). A riprova della confusione che regnava intorno alla disciplina basti pensare che nel 1926 il termine judo veniva ancora tradotto “rompi muscoli”! Persino dal già citato Oletti, che si vantava di averne appreso “tutti i segreti” e di essere perciò “padrone di tale metodo”.
La prima dimostrazione di jujutsu fatta da italiani si svolse a Roma il 30 maggio 1908 durante le feste organizzate dalla Società Nazionale per il Movimento dei Forestieri e dall’Istituto Nazionale per l’Incremento dell’Educazione Fisica. Nell’incantevole scenario di Villa Corsini, alle pendici del Gianicolo, “due abilissimi sottufficiali di marina diedero una dimostrazione della teoria e della pratica della lotta giapponese”. Pochi giorni dopo, evidentemente incuriosito, Vittorio Emanuele III volle che l’esibizione fosse ripetuta nei giardini del Quirinale. Così “Il Messaggero” commentava l’avvenimento:

La dimostrazione fu fatta, con molta chiarezza, dal maestro di scherma De Cugni Francesco, il quale dimostrò, con competenza non comune, l’importanza di questo sport, nuovo per l’Italia./
I due lottatori presentati erano i sottufficiali Vegliante Emanuele e Guzzardi Giuseppe./
Il Re, che si interessò moltissimo dell’esperimento, pregò di ripetere vari colpi e fece scattare molte volte la sua macchina fotografica ritraendoli in più pose./
Da ultimo ebbe per i bravi lottatori parole di vivo compiacimento./
Assistevano pure il Ministro della Marina, On. Mirabello, l’Ammiraglio Viale e il Comandante Como, intelligente ed appassionato cultore dello sport, al quale si deve se tale genere di lotta sta per essere introdotta in Italia./

Il giorno seguente la dimostrazione fu ripetuta nella palestra della Scuola Magistrale in via Cernaia. A conclusione delle feste di maggio il Comandante Como di Santo Stefano, già capitano di corvetta sul Marco Polo, tenne al Circolo Militare un’applaudita conferenza sull’educazione fisica.
Nel giugno 1909, durante la seconda festa sportiva organizzata a Roma dall’Istituto Nazionale di Educazione Fisica, all’Arena Nazionale si svolse una nuova dimostrazione di jujutsu. Presentati dal 2° capo torpediniere Vegliante, si esibirono il capo timoniere Giuseppe Guzzardi e il capo cannoniere Romolo Scarinei (Vegliante e Guzzardi erano gli stessi del 1908 a Villa Corsini). La manifestazione questa volta ebbe però minore risonanza.
Nonostante l’ottimo esordio, il cammino del jujutsu fu lento e difficile. Infatti, se si eccettua qualche articolo o conferenza, una timida proposta dell’Istituto Nazionale per l’Incremento dell’Educazione Fisica e i generosi ma vani tentativi del lottatore bresciano Cristini, della “Via della flessibilità” non si parlò davvero molto in Italia.

Pugilato e lotta libera per la difesa personale

Pugilato e lotta libera per la difesa personale. Il primo libro edito in Italia a parlare di jujutsu

Risale al 1911 il primo libro italiano che si occupò, per quanto sommariamente, di jujutsu: “Pugilato e Lotta libera per la difesa personale”, edito da Ulrico Hoepli. Ma l’autore, il giornalista sportivo Alberto Cougnet, si limitava a riportare ampi brani della già citata opera di Cherpillod. Appena un anno dopo, Cougnet volle tornare sull’argomento, dedicando ampio spazio alla “lotta giapponese” nel suo libro “Le Lotte libere moderne”, ancora nelle edizioni Hoepli. Apprendiamo così che la prima troupe di lottatori nipponici venuta in occidente nel 1907 era guidata dal grande Hitachiyama ed ebbe l’onore di esibirsi alla Casa Bianca davanti al Presidente Roosevelt (che fu, come ho detto, allievo del Maestro di judo Yamashita). Un’altra troupe si esibì a Londra nell’estate 1910.
Al Campionato Mondiale di lotta per professionisti, svoltosi a Parigi nel 1908, aveva preso parte anche il giapponese Akitaro Ono, esperto di jujutsu, battuto in greco-romana dal nostro Giovanni Raicevich sia nella capitale francese che al Torneo delle Nazioni disputato al teatro Eden di Milano dal 16 gennaio al 15 febbraio 1911. Quale “contorno” al torneo, Ono sostenne svariati combattimenti di jujutsu, promettendo 200 lire di premio a chi avesse saputo resistergli per due minuti: è ovvio che vinse sempre e con estrema facilità. Ma tra i suoi avversari, il già citato Umberto Cristini dimostrò “inconfutabilmente di essere uno specialista finissimo dell’arte nipponica della difesa personale”, tanto che pochi giorni dopo il loro incontro, Ono e Cristini furono invitati a una nuova esibizione.
Dal 1° marzo 1911 i milanesi poterono assistere per alcuni giorni agli incontri di sumo, gominuki e jujutsu disputati al Trianon da 24 atleti nipponici, che vennero anche al teatro Apollo di Roma dall’11 al 20 marzo.
Commentava Cougnet:

Sono esibizioni d’una straordinaria suggestività e che dimostrano una tecnica ed un’abilità molto superiore a quella della greco-romana cristallizzatasi, da due millenni, in formule combattive ed estetiche, ma di poca o nulla praticità come difesa personale.

Umberto Cristini

Umberto Cristini pioniere del judo in Italia

A Milano il solito Umberto Cristini resistè ben otto minuti all’esperto Atagawa. Di Cristini vanno ricordate anche le sfide milanesi con i lottatori professionisti Ambrogio Andreoli (al Teatro Lirico) e Giovanni Raicevich (al Trianon) nel tentativo di dimostrare la superiorità del jujutsu sulla lotta greco-romana. Poi, complice anche la guerra, per molti anni sulla lotta giapponese calò il silenzio. E un totale disinteresse mostrò la Federazione Atletica Italiana, che allora si occupava di lotta greco-romana, pugilato e sollevamento pesi, ma non voleva sentir parlare di lotta libera, soprattutto di “catch” o jujutsu.
Il lavoro compiuto non fu comunque inutile: secondo il Maestro Betti Berutto, infatti i marinai che avevano appreso il jujutsu in Estremo Oriente vennero utilizzati per addestrare i “Caimani del Piave” durante la Grande Guerra. Proprio il conflitto mondiale fece comprendere non solo la necessità di diffondere l’educazione fisica nell’esercito, ma anche l’utilità di disporre di reparti speciali, esperti nel combattimento corpo a corpo.
Nel primo dopoguerra due eventi avvicinarono Italia e Giappone, rinverdendo vecchi legami di amicizia: il raid aereo Roma-Tokyo, pensato da Gabriele D’Annunzio ma realizzato dal Tenente Arturo Ferrarin tra il febbraio e il maggio 1920, e la visita a Roma del Principe ereditario Hiroito nel luglio 1921. Gli avvenimenti, largamente reclamizzati dalla stampa, ridestarono l’interesse della gente per l’impero del Sol Levante, per i suoi costumi e per le sue efficacissime tecniche di combattimento.
Così, sul finire del 1921, il capo cannoniere di prima classe Carlo Oletti (già imbarcato sull’incrociatore Vesuvio), fu chiamato a dirigere i corsi di jujutsu introdotti alla Scuola Centrale Militare di Educazione Fisica a Roma, di cui era comandante il colonnello Giulio Cravero. La scuola, istituita con R.D. 20 aprile 1920, ebbe sede nei locali del Tiro a Segno Nazionale, alla Farnesina di Roma, segnalandosi subito all’attenzione generale.
Da quel momento le iniziative si susseguirono numerose. Nel 1922 Oletti insegnò nella palestra della “Giovane Italia” in via della Consulta, e dal gennaio 1923 cominciò le lezioni alla “Cristoforo Colombo” in via Tacito, che divenne ben presto la società sportiva più forte d’Italia nel jujutsu. Vista la diffusione della disciplina, domenica 30 marzo 1924 i delegati di 28 società o gruppi sportivi civili e militari si riunirono nella palestra della “Colombo” per costituire la Federazione Jiu-Jitsuista Italiana, presieduta dal Comm. Antonello Caprino, avvocato e alto funzionario comunale. Il primo articolo del regolamento tecnico federale riconosceva “quale metodo ufficiale di jiu-jitsu, sia per l’insegnamento che per la pratica, il metodo Kano”.
Il 20 e 21 giugno 1924 alla sala Flores in via Pompeo Magno si disputò quindi il primo Campionato Italiano: il titolo assoluto fu vinto da Pierino Zerella, esperto di lotta greco-romana, mentre il titolo a squadre andò alla Legione Allievi Carabinieri di Roma davanti alla SCMEF e alla Guardia di Finanza.
La completa riuscita di tali gare – commentava la stampa – ha confermato l’interesse del pubblico per questo genere di sport, che è mezzo efficace di cultura fisica e di educazione di carattere, mentre insegna pratiche originali di difesa personale e procedimenti strani tuttora incomprensibili di mezzi per richiamare alla vita , con evidente riferimento al kuatsu.

Federazione Italiana Lotta Giapponese FILG

Il logo della Federazione Italiana Lotta Giapponese (FILG)

Nonostante gli sforzi di pochi appassionati, il jujutsu si faceva largo assai lentamente tra il grande pubblico. Tra l’altro, dopo le edizioni del 1924, 1925 e 1926, i campionati italiani erano stati interrotti. E a nulla era servita, nel 1927, la trasformazione della FJJI in Federazione Italiana Lotta Giapponese sotto la guida del dinamico Giacinto Pugliesi, presidente della “Colombo”. Ritenendo che la disciplina potesse fare un salto di qualità con una spettacolare manifestazione, il 7 luglio 1928 il quotidiano “L’Impero” organizzò con l’A.S. Trastevere una grande riunione di propaganda nella sala della Corporazione della Stampa in viale del Re a Trastevere. La manifestazione ebbe un buon successo grazie a due presenze non previste: la partecipazione dell’esperto judoka nipponico Mata-Katsu Mori, che si trovava a Roma in veste di pedagogo presso la famiglia del poeta Shimoi, e soprattutto l’intervento del Maestro Jigoro Kano. Questi, venuto a conoscenza dell’iniziativa mentre era a Parigi, non volle mancare all’appuntamento. Fortunatamente per noi, “L’Impero” comprese il valore di quella presenza eccezionale e mandò senza indugio un suo cronista all’Hotel Royal in via XX Settembre per ricevere Jigoro Kano.
È bene ricordare che Kano fu un personaggio di rilievo non solo nello sport giapponese: fin dal 1909 rappresentava il Giappone nel CIO e nel 1911 fondò la Japan Amateur Sport Association (il Comitato Olimpico Giapponese), di cui fu presidente fino al 1921. Rettore del Collegio dei Pari, Direttore della Scuola Normale Superiore, addetto alla Casa Imperiale, Segretario del Ministero dell’Educazione Nazionale, Direttore dell’Educazione Primaria, Senatore, ecc…, nel 1922 diede vita alla Società Culturale del Kodokan, non riservando però le sue attenzioni solo al judo: aiutò il Maestro Gichin Funakoshi di Okinawa a diffondere il karate-do (“Via della mano vuota”) e s’interessò dell’aikido (“Via dell’armonia con l’energia universale”), la disciplina elaborata dal Maestro Morihei Ueshiba.

Servendosi dell’illustre poeta Harukichi Shimoi quale interprete, nel luglio 1928 Jigoro Kano rilasciò a “L’Impero” un’intervista preziosa. Ritengo quindi utile trascriverne un brano significativo:

Il judo è l’arte di utilizzare col massimo rendimento la forza umana: utilizzare la forza umana vuol dire farle assumere diverse forme e farle raggiungere diversi risultati. Combattere per la gioia di vincere, cercare la robustezza del proprio fisico, coltivare la forza senza perdere nulla in scienza e in intelligenza, migliorare l’uomo rispetto alla vita sociale: ecco i fini che deve avere uno sport che vuole rendersi utile nella vita di una razza e di una nazione. Ed ecco ciò che si propone il Judo, il quale non ha solo lo scopo di educare il corpo, ma vuole anche plasmare moralmente e intellettualmente l’individuo per formare un ottimo cittadino[…]. Per questo il Judo in Giappone non viene considerato un’arte, ma come una cultura, che oltre ad offrire un’utilità immediata con la difesa personale per la vita, rinvigorisce i sentimenti migliori dello sportivo e dell’uomo.

Poco dopo la manifestazione a Trastevere, si svolsero alla SCMEF i primi esami per l’attribuzione della qualifica di Maestro. Quindi nel maggio 1929, si disputò il campionato laziale e in giugno, sempre a Roma, il quarto campionato italiano. Ma il trasferimento di Oletti a La Spezia nel 1930, nonostante le manifestazioni caparbiamente organizzate dalla “Colombo”, raffreddò non poco gli entusiasmi. Nel febbraio 1931, per di più, la FILG venne sciolta e la sua attività inquadrata nella Federazione Atletica Italiana (fondata nel 1902 dal marchese Luigi Monticelli Obizzi), provocando l’inesorabile declino del jujutsu.
Mi pare a questo punto interessante esaminare qualche curiosità emersa dalla lettura dei primi regolamenti federali.
Secondo il regolamento della Federazione Jiu-Jitsuista Italiana (1924) i praticanti si dividevano in Maestri (cintura nera), Esperti (blu) e Lottatori (bianca), distinti in professionisti e dilettanti. Si diveniva Maestro o Esperto, abilitati all’insegnamento e all’arbitraggio, superando gli esami annuali banditi dalla FJJi. Cinque erano le categorie di peso: piuma (fino a 60 Kg), leggeri (fino a 70), medi (fino a 80), medio-massimi (fino a 90), massimi (oltre 90). Gli incontri dovevano disputarsi tra atleti aventi la stessa qualifica e peso, e solo i professionisti potevano mettere in palio il titolo in combattimenti al di fuori delle gare organizzate annualmente dalla Federazione. Gli incontri, sia tra dilettanti che tra professionisti, si disputavano in tre riprese, con intervalli di due minuti, di durata complessiva non superiore a trenta minuti. Risultava vincitore chi si aggiudicava almeno due riprese, ma l’arbitro poteva sospendere il combattimento per resa o manifesta inferiorità tecnica di uno dei contendenti.
La materassina, “imbottita di lana, crino e segatura”, misurava non meno di 4 metri per lato (con spazio libero circostante di almeno un metro) e appoggiava su pavimenti di legno. Gli atleti indossavano la casacca bianca e i calzoncini. Erano facoltative le calze e le ginocchiere elastiche, vietate le scarpe. Per effettuare il saluto, obbligatorio “all’inizio del primo assalto e al termine dell’ultimo”, gli avversari si disponevano agli angoli opposti della materassina, appoggiavano sul tappeto le mani e il ginocchio destro, quindi eseguivano un inchino con la testa; in caso di sfida, lo sfidante batteva la mano destra sul tappeto.
Proiezioni e immobilizzazioni erano valide solo se effettuate all’interno della materassina. Il regolamento vietava le prese alle dita di mani e piedi, nonché i colpi con qualsiasi parte del corpo, ma consentiva strangolamenti “con gli avambracci, con le gambe e con i baveri”, oltre a compressioni con le gambe “ai fianchi, all’addome ed allo stomaco”.
Le sanzioni disciplinari consistevano in: ammonizione, sospensione fino a due mesi, sospensione fino a sei mesi, espulsione.
Secondo le norme dello statuto-regolamento approvato nel 1927 i praticanti furono divisi in Maestri Arbitri (cintura nera), Esperti Arbitri (blu), Lottatori Professionisti (rossa) e Lottatori Dilettanti (bianca). Le categorie di peso divennero sei: minimi, piuma, leggeri, medi, medio-massimi e massimi. Il combattimento poteva essere “semplice” o “vero”. Il primo consisteva “nell’atterrare con un colpo o controcolpo il proprio contendente facendogli toccare anche una spalla sul tappeto, oppure tenerlo immobilizzato con una o tutte e due le spalle allo stesso per 30 minuti secondi”. Il combattimento “vero”, in più, consentiva strangolamenti e leve “da qualsiasi posizione”. La durata dei combattimenti, sempre in tre riprese con intervalli di due minuti, fu ridotta a 15 minuti per i dilettanti e 21 per i professionisti.
L’ultimo articolo del regolamento stabiliva che ogni incontro fosse improntato “al più alto senso cavalleresco e, più che una dimostrazione di forza, doveva essere lo sfoggio dell’intelligenza e della tecnica acquisita nel metodo”.
Lo statuto-regolamento della FAI approvato dal CONI nel gennaio 1933, per la lotta-giapponese, prevedeva le stesse norme del 1927. Va tuttavia rilevato un cambiamento importante: il termine “Jiu-Jitsu Judo” era stato sostituito dal semplice “Judo”.
Jigoro Kano morì sul piroscafo Hikawa-Maru nel maggio 1938, mentre tornava in patria dopo aver presenziato al Congresso del CIO svoltosi al Cairo. Non assistette quindi alla disfatta del suo paese, ma un paio di anni prima, quasi presagisse la tempesta, aveva lasciato una specie di testamento spirituale ai judokas di tutto il mondo:

Il Judo non è soltanto uno sport. Io lo considero un principio di vita, un’arte e una scienza […] Dovrebbe essere libero da qualsiasi influenza esteriore, politica, nazionalista, razziale, economica, od organizzata per altri interessi. Tutto ciò che lo riguarda non dovrebbe tendere che a un solo scopo: il bene dell’umanità.

Dopo un lunghissimo silenzio, il 14 giugno 1942 ebbe inizio alla scuola di polizia di Caserta il Primo Corso allenatori di lotta giapponese, diretto dal Prof. Francesco Cao, che aveva abitato a lungo in Giappone, ottenendovi la cintura nera. I 19 atleti selezionati agli esami del 30 luglio presero parte al corso di perfezionamento inaugurato il 3 settembre alla scuola di polizia di Roma. Gli appunti di Cao, pubblicati nel 1943 dal Ministero dell’Interno, non parlavano più di jujutsu, ma di judo. E indubbiamente nell’opuscolo si riscontrava una chiara conoscenza dello “stile Kodokan”, persino nell’uso dei termini giapponesi appropriati. Cao descrisse con minuzia il “saluto”, le “posizioni”, gli “spostamenti”, gli “squilibri”, le “cadute”, suddividendo le tecniche secondo lo schema ancora oggi adottato. Il “vero” judo faceva quindi capolino in Italia proprio nel momento più tragico della nostra storia recente.
Giovanni Valente, insediatosi alla presidenza federale nel luglio 1941, organizzò inoltre il Trofeo di Giudò, concluso a Venezia il 5 luglio 1943 con la vittoria di Enzo Fantoni su Marino Cipolat (ambedue agenti di P.S. del Centro di Milano). Il 3 ottobre 1943 doveva disputarsi a Roma il campionato assoluto (l’ultimo risaliva al 1929), ma le drammatiche vicende succedute al 25 luglio arrestarono il cammino del judo italiano.
Con il decreto 2 agosto 1943 il Partito Fascista veniva soppresso e il CONI posto alle dipendenze della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Pochi giorni dopo il Maresciallo Badoglio nominò Commissario del CONI il Conte Alberto Bonacossa, che il 12 agosto assunse anche la presidenza di tutte le Federazioni Sportive.
Poi venne l’8 settembre, quindi l’occupazione tedesca, la costituzione della Repubblica Sociale Italiana, la Resistenza e, finalmente, la Liberazione. Per la lotta giapponese, tuttavia i giorni erano sempre bui.

Solo nel 1947 si ebbe una ripresa dell’attività con la nomina di una Commissione tecnica presieduta da Alfonso Castelli, Segretario Generale della Federazione Italiana Atletica Pesante (FAI fino al 1933). La commissione incontrò molti ostacoli per i contrasti sorti tra i suoi membri, ciascuno dei quali “asseriva di essere il solo depositario del VERO metodo” (Castelli), anche se soltanto Alfredo Galloni fu poi irremovibile nella sua intransigenza, fondando una Federazione separata.
Il primo campionato nazionale del dopoguerra si disputò a Lanciano nei giorni 1 e 2 maggio 1948. A contendersi la vittoria nelle cinque categorie furon 29 atleti di 9 società: cinque di Roma (CUS, Excelsior, Fronte della Gioventù, Poligrafico, Ymca), due di Lanciano, una di Bari e una di Varese. I titoli individuali andarono ad Adriano Battisti (piuma), ad Augusto Ceracchini (leggeri), a Carlo Mazzantini (medi), ad Amerigo Santarelli (medio-massimi) e a Vincenzo Fanelli (massimi). Nella classifica per società fu prima la S.G. Angiulli di Bari, diretta dal Maestro Franco Scioscia, davanti all’U.S. Excelsior e al CUS Roma, allenate da Romolo Stacconi e Arnaldo Santarelli. In occasione dei campionati si riunì la Commissione Tecnica, che prese atto delle dimissioni di Castelli, eleggendo Presidente Stacconi.
Durante il III Congresso della FIAP, tenuto a Genova il 16 e 17 ottobre 1948, Giorgio Giubilo fu confermato Presidente e Castelli Segretario Generale. Il Congresso approvò il nuovo statuto federale, che contemplava tra gli organi centrali il Gruppo Autonomo Lotta Giapponese (trasformato in Gruppo Autonomo del Judo nel 1951).
Sciolta la Commissione Tecnica il 29 ottobre, l’Assemblea del GALG svoltasi a Roma il 14 novembre elesse Presidente Aldo Torti, Segretario Arnaldo Santarelli, Consiglieri Tommaso Betti Berutto e Alfredo Cardarelli. Rintracciato dall’ex allievo Betti Berutto ad Angera, sul Lago Maggiore, il 18 gennaio 1949 Carlo Oletti accettò la presidenza onoraria “e con la sua autorità rese possibile la riunificazione generale di tutte le forza judoistiche italiane” (Castelli). Nel congresso del GALG tenuto il 29 marzo, infatti, il numero dei Consiglieri fu portato a quattro con l’inclusione di Roberto Piconi e del “pentito” Galloni.
Per la stesura del testo definitivo del regolamento tecnico fu nominata una commissione presieduta da Oletti e composta da Galloni, Piconi, Porceddu, Ramella, Scioscia e Stacconi. Il regolamento, pubblicato su “Lotta e Pesi” il 1° marzo 1949, tra l’altro divideva i praticanti in tre categorie: allievi (cintura bianca), lottatori di III, II e I serie (cintura verde, rossa o marrone), Maestri (cintura nera). Il 1° dan venne riconosciuto a 7 Maestri, il 2° dan a 11, il 3° dan a 9, e precisamente Giulio Bovi, Francesco Cao, Mario Cuzzocrea, Oronzo Donno, Alfredo Galloni, Ennio Marchionni, Lucio Migiarra, Michele Savarino e Franco Scioscia.
In occasione delle Olimpiadi del 1948, per iniziativa del Budokwai di Londra, fu convocata una conferenza internazionale presso il New Imperial College a South Kensington. Si decise la costituzione dell’European Judo Union (EJU), di cui fu eletto presidente l’inglese Trevor P. Legget, l’unico non giapponese graduato 5° dan. Il 29 ottobre 1949 si riunì a Bloomendaal, in Olanda, il II Congresso dell’EJU, che approvò lo statuto e il regolamento tecnico, ripreso da quello del Kodokan. Aldo Torti fu eletto Presidente, Castelli Segretario, Galloni Tesoriere, e la sede venne trasferita a Roma.

“Era la prima Federazione Internazionale – anche se modesta – presieduta da un italiano e con sede in Italia, dopo la guerra” (Castelli)

Davvero una grande soddisfazione dopo tanti momenti bui.
Il 29 ottobre 1950 si svolse a Venezia il III Congresso dell’EJU, che confermò Torti Presidente e Castelli Segretario. Il IV Congresso si tenne a Londra il 2 luglio 1951.
Ispirato dalla Francia, il Kodokan di Tokyo inviò un messaggio nel quale proponeva di trasformare l’EJU in una Federazione Internazionale sotto la presidenza di Risei Kano, figlio di Jigoro, e con sede nella capitale nipponica. Sulla trasformazione

“l’Italia era d’accordo ed aveva anzi preparato uno statuto che venne approvato con poche modifiche. Ma non era d’accordo nel consegnarsi mani e piedi legati ai giapponesi, perchè riteneva che ciò costituisse un ostacolo alla realizzazione del massimo programma che era quello di far ammettere il judo alle Olimpiadi. La maggiore accusa che il CIO faceva al judo, infatti era quella di essere uno sport nazionale giapponese e non uno sport universale. Consegnandosi ai giapponesi si sarebbe rafforzata questa opinione. Gli italiani si opposero con tutte le loro energie e, per quella volta, riuscirono a spuntarla” (Castelli).

La neonata International Judo Federation (IJF) elesse Torti Presidente e Castelli Segretario, ma nel settembre 1952, al Congresso di Zurigo, la presidenza passò a Kano e la sede si trasferì a Tokyo. Torti fu però posto a capo della ricostituita EJU.

Già alla fine del 1951, tuttavia, Castelli si era dimesso da Segretario dell’IJF. Tra l’altro contestava ai francesi di offrire la Presidenza della Federazione ai nipponici prima ancora della lora adesione al nuovo organismo:

“Come se ad un ospite, che non è ancora entrato in casa nostra, ci recassimo sulle scale ad offrirgli una tazza di caffè!”. Il casus belli consisteva nelle categorie di peso. L’Italia ne era la principale sostenitrice, mentre la Francia si dichiarava nettamente contraria, rifacendosi alla concezione orientale. I nostri rappresentanti sapevano, e i fatti lo hanno ampiamente dimostrato, che “la romantica storiella dell’uomo piccolo e debole che può battere il colosso è vera solo quando l’uomo piccolo e debole conosce benissimo il judo e il colosso non lo conosce affatto. Ma nel campo agonistico, quando entrambi gli atleti sono tecnicamente preparati, il colosso non ha nessuna difficoltà a sbatacchiare per aria l’uomo piccolo, anche se questi non è affatto debole. In queste condizioni, ostinarsi a dare l’ostracismo alle categorie di peso significava chiudere gli occhi alla realtà” (Castelli).

Nel settembre 1951 la Nazionale di Judo esordì a Salisburgo nella Mitropa Cup.
La nostra squadra, composta da Cesare Canzi, Augusto Ceracchini, Mario Sarocco, Elio e Virgilio Volpi, fu sconfitta 8-2 dall’Austria e 7-3 dalla Germania. Il 5 e 6 dicembre 1951, al Palais des Sport di Parigi, si disputò la prima edizione dei Campionati Europei di Judo (senza categorie di peso, introdotte però l’anno successivo): il romano Elio Volpi conquistò la medaglia di bronzo tra le cinture marroni, dietro il francese Duprè e l’olandese Geesink. Ancora medaglie di bronzo con Volpi (2) e Gaddi nel 1952 a Parigi, con Maurizio Cataldi e Nicola Tempesta nel 1954 a Bruxelles. Nell’ottobre 1953 vincemmo la prima medaglia a squadre ai Campionati Europei: a Londra fummo terzi dietro l’Olanda e la Francia. Al contemporaneo Congresso dell’EJU Maurizio Genolini fu nominato per acclamazione Segretario Generale.
Il 5 ottobre 1952 si costituì il Collegio delle Cinture Nere di judo: Presidente onorario era Oletti, Presidente effettivo Arnaldo Santarelli, Segretario Tommaso Betti Berutto.
L’1-2 novembre 1952 si svolse a Trento il IV Congresso Federale, che vide il Vice-Presidente Valente superare il Presidente in carica Giubilo per 134 voti contro 132.

Ken Noritomo Otani

Ken Noritomo Otani (1920-2017), 9° dan del Kodokan di Tokyo. È stato il primo giapponese ad insegnare il judo in Italia influenzando per almeno tre decenni lo sviluppo del Judo italiano

Come ho già ricordato, a Valente si doveva la ripresa del judo tra il 1941 e il 1943, quindi la sua elezione fece nascere giustificate speranze. Qualche mese dopo un altro avvenimento galvanizzò i judokas italiani: su invito del Kodokan Club di Roma, nel 1953 venne nel nostro paese il Maestro Noritomo Ken Otani, allora 5° dan (seguito nel 1956 da Tadashi Koike), che contribuì in maniera decisiva allo sviluppo del judo in Italia.
Le speranze, tuttavia andarono presto deluse. Dal 31 ottobre al 1° novembre 1953 si svolse a Rimini il VII Congresso Federale, che sopresse il Gruppo Autonomo Judo inquadrando il judo tra le discipline della FIAP, “a parità di doveri, ma non ancora di diritti” (Castelli). Dopo lo scioglimento del GAJ, alla guida del judo si susseguirono diversi commissari finché, nel 1956, tutti i poteri tecnici si concentrarono nelle mani di Genolini. In quell’anno si disputò a Tokyo il Primo Campionato Mondiale di Judo, in categoria unica, vinto dal nipponico Natsui. L’Italia, assente alla prima e alla seconda edizione (Tokyo 1958), prese parte alla terza edizione del mondiale (Parigi 1961), l’ultima in categoria unica, ottenendo un 5° posto con Remo Venturelli.

Nicola Tempesta

Nicola Tempesta (1935-2021), 9° dan, prima medaglia d’oro italiana ai Campionati Europei

Ai Campionati Europei svoltisi a Rotterdam nel novembre 1957, Nicola Tempesta regalò all’Italia la prima medaglia d’oro nella disciplina. La seconda l’ottenne quattro anni dopo, agli Europei disputati al Palazzo Lido Sport di Milano dall’11 al 13 maggio 1961.
Tempesta vinse nella categoria “quarti dan”, Fiocchi fu terzo nei leggeri e l’Italia terza nella gara a squadre. Agli Europei il campione napoletano ha vinto complessivamente 2 medaglie d’oro, 6 d’argento e 5 di bronzo, di cui quattro nel torneo a squadre.
Nel 1962 ai campionati giapponesi di judo furono introdotte per la prima volta le categorie di peso: leggeri, medi e massimi. E agli Europei del 1963, abolite le gare per dan, si tenne conto soltanto delle categorie di peso. Dopo tante polemiche, si riconosceva così implicitamente la validità delle proposte avanzate dall’Italia in seno all’EJU e all’IJF.

Fu il primo judoka europeo a infrangere il mito della supremazia giapponese vincendo nel 1961 il Campionato del mondo di Parigi dove, battuti Kaminaga e Koga, detronizzò in finale Sone, campione in carica dal 1958. Tre anni dopo, nella prima Olimpiade della storia del judo (Olimpiadi del 1964) nella categoria open (senza distinzione di peso) sconfisse Aiko Kaminaga fra la costernazione del pubblico e dei tecnici nipponici.

Anton Geesink

Anton Geesink (1934-2010)

Le Olimpiadi del 1964 si disputarono a Tokyo e per la prima volta nel programma figurava il judo con 3 categorie di peso e l’open (senza distinzione di peso). Va sottolineato che nella patria del judo l’olandese Anton Geesink vince l’oro nell’open battendo Akio Kaminaga per immobilizzazione a terra. Un silenzio di ghiaccio scese sulla Nippon Budokan Hall stipata da 15.000 spettatori.
La sconfitta non doveva comunque risultare del tutto inaspettata, visto che l’olandese fu il primo judoka europeo a infrangere il mito della supremazia giapponese vincendo nel 1961 il Campionato del mondo di Parigi dove, battuti Kaminaga e Koga, detronizzò in finale Sone, campione in carica dal 1958.
Geesink concluse la sua straordinaria carriera sportiva dopo aver vinto il secondo titolo mondiale a Rio de Janeiro nel 1965 e il 23° titolo europeo a Roma nel 1967.
Il 23 ottobre 1966, nella palestra del Kodokan Milano, si svolse il primo campionato nazionale femminile, in 5 categorie. E in dicembre debuttò la Nazionale Femminile, battendo la Cecoslovacchia a Kromeritz. Nessuno, allora, avrebbe potuto immaginare i successi ottenuti dalle ragazze del judo dal 1975 (primo campionato europeo femminile, a Monaco) ad oggi.
Dimessosi Valente, il 5 gennaio 1965 la Giunta Esecutiva del CONI nominò Carlo Zanelli Commissario straordinario della FIAP. Con il nuovo statuto, approvato dal CONI il 16 settembre 1965, si stabilì che il Consiglio Federale fosse composto, in parti uguali, da membri eletti dai tre Settori (Lotta, Pesi e Judo) con votazioni separate. Zanelli fu eletto Presidente il 25 febbraio 1967 e resse la carica fino al 29 marzo 1981, allorché gli successe il Dott. Matteo Pellicone. Dopo la divisione della FIAP in tre Settori, sono stati Vice-Presidenti del Settore Judo: Alessandro Chieco Bianchi (1967-69), Augusto Ceracchini (1969-78, anno in cui è immaturamente deceduto), Maurizio Genolini (1978-81), Giancarlo Zannier (1981-84), Ezio Evangelisti (dal 18 gennaio 1985).
Il Congresso dell’EJU svoltosi a Lussemburgo il 6 maggio 1966 assegnò la 16a edizione dei Campionati Europei a Milano, che già li aveva organizzati nel 1961. Viste le difficoltà a reperire un’idonea sede nel capoluogo lombardo, la manifestazione venne dirottata a Roma e si svolse dall’11 al 13 maggio 1967 al Palazzetto dello Sport: vi parteciparono 154 atleti di 22 nazioni. L’organizzazione fu esemplare, grazie all’opera dell’apposito Comitato presieduto da Ceracchini, ma gli azzurri non vinsero medaglie.

Alla vigilia delle gare atleti e accompagnatori erano stati ricevuti dal Papa e in Campidoglio.
Il 20 aprile 1970, alla presenza del Presidente del CONI, s’inaugurò all’Acqua Acetosa di Roma il I Corso Nazionale per Insegnanti Tecnici di Judo, intitolato a Jigoro Kano. Il Corso, diviso in cinque turni di una settimana ciascuno, cui parteciparono complessivamente 340 tecnici, si concluse il 3 novembre 1970. Durante la cerimonia Zanelli conferì a Onesti la cintura nera ad honorem e a Ceracchini il 6° dan. Con motu proprio del Presidente, nel 1977 Ceracchini fu promosso 7° dan, il massimo grado mai assegnato in Italia fino ad allora.
Nel 1971 l’Avv. Augusto Ceracchini, Vice-Presidente Federale, con l’appoggio del Presidente Zanelli e la collaborazione di Genolini (scomparso nel marzo 1995) varò l’Accademia Nazionale Italiana di Judo, la cui sede venne fissata nella foresteria del Velodromo Olimpico all’EUR. I primi 14 allievi (corso Alfa) iniziarono le lezioni il 12 settembre 1971 e il 23 novembre furono ricevuti in udienza da Papa Paolo VI, che si rivolse loro cordiali parole di stima:

Abbiamo letto il regolamento e i programmi: ne abbiamo ricavato l’impressione di una serietà, di una, quasi diremmo, ascetica norma di vita e di studio, per raggiungere la completezza umana, scientifica e agonistica, necessaria per svolgere domani, in modo adeguato la vostra attività .

Nel marzo 1974 l’Unione Europea di Judo riconobbe l’Accademia quale sua istituzione ufficiale.
Sempre nel 1974 l’Assemblea Federale straordinaria mutava il nome della FIAP in Federazione Italiana Lotta Pesi e Judo. Dal marzo 1981 la FILPJ è presieduta dal Dott. Matteo Pellicone: Consigliere dal febbraio 1961, era stato Vice-Presidente del Settore Lotta dal 1967 al 1969 e dal 1973 al 1981.
Ma il judo non è solo agonismo: come sosteneva Jigoro Kano, è kata (forma), ovvero la grammatica, e randori (esercizio libero), ovvero la sintassi. È bene, a mio parere, non dimenticare mai che il judo è molto di più di uno sport. A questo proposito mi piace ricordare le parole di Gunji Koizumi:

Lo scopo ultimo del Judo è l’unione armonica degli opposti nella realtà della Vita. In altre parole, il Judo realizza l’unione dell’Uomo e della Natura .
Nella seduta del 21 giugno 1985 il Consiglio Federale accolse anche il jujutsu e l’aikido tra le discipline controllate dalla FILPJ in quanto complementari del judo, “finalizzate alla difesa personale e all’arricchimento tecnico e culturale”.

Due date importanti, il 25 aprile 1990, inaugurazione del Palazzetto FILPJ, e 18 dicembre 1992, inaugurazione del Centro di Preparazione Olimpica.
Un complesso magnifico, quello di Ostia, destinato a lasciare una traccia indelebile non solo nella storia della Federazione, ma nella storia urbanistica della capitale.
Nel 1992 il Settore Judo contava 1.187 società con 64.271 tesserati (di cui 1.230 nel jujutsu e 1.665 nell’aikido), 2.364 insegnanti e 658 ufficiali di gara.
Nel 1995 il karate, già disciplina associata, entra a far parte della FILPJ che assume, pertanto, la denominazione di FILPJK (Federazione Italiana Lotta Pesi Judo Karate).
Il 1° luglio 2000 l’Assemblea Nazionale delibera di dividere la FILPJK in Federazione Italiana Judo Lotta Karate Arti Marziali (FIJLKAM) e Federazione Italiana Pesistica e Cultura Fisica (FIPCF).
Nel 2002 la FIJLKAM celebra il centenario della sua fondazione.
Il 27 novembre 2012 s’inaugura al Centro Olimpico il Museo degli Sport di Combattimento e la nuova Palazzina Direzionale Multifunzionale.

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