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Judo

Disabilità e la pratica del judo

Disabilità ovvero handicap?

Disabilita

Molto spesso si assiste al fatto che i termini di disabilità e di handicap vengano usati indifferentemente, a volte per indicare una stessa condizione svantaggiata. Si tratta, però, in molti casi, di un uso improprio di denominazioni che si riferiscono invece a situazioni ben diverse.
Per disabilità si devono intendere tutti quei problemi lamentati dall’individuo: ad esempio, in campo sensoriale, la difficoltà visiva ovvero uditiva.
Il termine handicap va, invece, riservato a quelle condizioni di svantaggio che, derivando da disabilità, limitano o addirittura impediscono la normale realizzazione del ruolo dell’individuo (determinandone, ad esempio, l’isolamento sociale).
Da tutto ciò deriva la constatazione che un atleta il quale, pur essendo un non vedente, si alleni regolarmente nel judo traendone giovamento, debba essere considerato certamente un disabile (della vista), ma assolutamente non un portatore di handicap.

Le disabilità

Tutte le varie disabilità possono essere raccolte in tre principali categorie: fisiche, sensoriali, psichiche.

Disabilità fisica

Vengono comprese sotto la denominazione di disabilità fisica tutte le menomazioni funzionali degli arti superiori e/o inferiori, di varia natura (congenita, traumatica, ecc…).
Ci si riferisce, quindi, ai vari tipi di paralisi, dalle meno gravi (monoplegia o paralisi di un solo arto) alle più gravi (tetraplegia o paralisi di tutti gli arti), ai vari esiti invalidanti della poliomielite, alle amputazioni di uno o più arti, o anche di una mano o di un piede.
Si tratta di menomazioni funzionali che di norma vengono corrette con l’uso di protesi, di apparecchi ortopedici e che, nei casi più gravi, richiedono l’uso della sedia a rotelle.

  • Judo e disabili fisici

    Gli atleti affetti da disabilità fisica riescono ad allenarsi ed a gareggiare in alcuni particolari sports, come ad esempio nell’atletica leggera.
    Più complessa è la loro partecipazione ad alcuni sport di squadra in molti dei quali è previsto l’uso della carrozzina.
    Per quanto riguarda il judo, in considerazione delle tipiche peculiarità di questo sport, e della necessità di dover utilizzare sia gli arti superiori che quelli inferiori, non si presume che esso possa essere praticato da disabili affetti da grandi menomazioni funzionali.

Disabilità sensoriale

La disabilità sensoriale, e cioè la perdita o l’attenuazione di una delle due più importanti funzioni sensoriali dell’uomo, quella uditiva e quella visiva, non incide in alcun modo sulle potenzialità funzionali e muscolari del soggetto, ma bensì, e notevolmente, sulla sua vita di relazione.
Ed è proprio in considerazione delle difficoltà di relazione, tipiche dei disabili sensoriali, siano essi non udenti o non vedenti, che assumono particolare rilievo i benefici effetti psicofisici derivanti dalla pratica del judo.

  • Disabilità uditiva

    La perdita, totale o parziale, del senso dell’udito può derivare da diverse cause talora presenti anche prima della nascita, nel qual caso si parla di sordità congenita. La sordità congenita può essere pre-natale ereditaria, ovvero pre-natale acquisita, determinata cioè da fattori che colpiscono la madre durante la gravidanza, come ad esempio alcune infezioni (rosolia, ecc…) ovvero anche cause di tipo tossico (alcuni farmaci, ecc…)
    Se nel caso di sordità congenita grave e bilaterale non si interviene precocemente con protesi acustica e riabilitazione logopedica, il bambino oltre a non poter percepire i suoni e le parole, non apprende il linguaggio e diviene così un sordomuto.
    Se, al contrario, la sordità non è presente alla nascita ma si sviluppa nel corso degli anni e comunque dopo l’apprendimento del linguaggio, i suoi effetti consisteranno principalmente nella mancata o ridotta percezione di suoni e parole, disabilità che può essere ben corretta mediante l’uso di una protesi acustica.
    Le cause che possono determinare una sordità più o meno grave nel corso degli anni sono varie: infettive (otiti), traumatiche (non solo traumi cranici, ma anche traumi acustici), tossiche (farmaci, fumo, ecc…), vascolari, dismetaboliche (diabete), ecc…
    • Judo non udenti
      Gli atleti affetti da sordità, anche totale, non incontrano di norma alcuna difficoltà nel praticare gli sports.
      Ciò risulta particolarmente vero nel judo che, essendo uno sport di contatto fra due atleti, non richiede alcuna forma di comunicazione verbale (come avviene invece negli sports di squadra).
      In pratica, i judoka con disabilità uditiva possono allenarsi e gareggiare fra loro nelle competizioni a loro riservate (campionati silenziosi), così come possono altrettanto bene allenarsi e gareggiare con i judoka normodotati nei normali campionati.
  • Disabilità visiva

    La perdita, totale o parziale, del senso dell’udito può derivare da diverse cause talora presenti anche prima della nascita, nel qual caso si parla di sordità congenita. La sordità congenita può essere pre-natale ereditaria, ovvero pre-natale acquisita, determinata cioè da fattori che colpiscono la madre durante la gravidanza, come ad esempio alcune infezioni (rosolia, ecc…) ovvero anche cause di tipo tossico (alcuni farmaci, ecc…)
    Se nel caso di sordità congenita grave e bilaterale non si interviene precocemente con protesi acustica e riabilitazione logopedica, il bambino oltre a non poter percepire i suoni e le parole, non apprende il linguaggio e diviene così un sordomuto.
    Se, al contrario, la sordità non è presente alla nascita ma si sviluppa nel corso degli anni e comunque dopo l’apprendimento del linguaggio, i suoi effetti consisteranno principalmente nella mancata o ridotta percezione di suoni e parole, disabilità che può essere ben corretta mediante l’uso di una protesi acustica.
    Le cause che possono determinare una sordità più o meno grave nel corso degli anni sono varie: infettive (otiti), traumatiche (non solo traumi cranici, ma anche traumi acustici), tossiche (farmaci, fumo, ecc…), vascolari, dismetaboliche (diabete), ecc…
    • Judo non vedenti
      Il judo è uno dei pochi sport di competizione ai quali gli atleti non vedenti o ipovedenti possono partecipare senza ausili particolari e senza che siano indispensabili accompagnatori-guida. I non vedenti traggono grande beneficio dall’esercizio del judo in quanto la pratica di tale sport consente loro di migliorare alquanto l’importante funzione dell’equilibrio, e di acquisire progressivamente un senso di maggior sicurezza nella deambulazione. Nell’allenamento di judoka non vedenti è però utile che l’istruttore fin dall’inizio permetta all’allievo di essere il più possibile autosufficiente, aiutandolo ad esplorare, anche con dettagliate descrizioni, il tatami e l’ambiente circostante.
      È inoltre assolutamente necessario evitare, anche facendo uso di istruzioni verbali, che il judoka non vedente esca dal tatami o, peggio, urti contro ostacoli. Non si potrà ovviamente fare a meno di istruzioni verbali anche quando, durante la lezione, si dovrà dimostrare all’allievo una nuova tecnica.
      L’istruttore dovrà fare attenzione affinché i judoka non vedenti siano bene integrati nel corso, ma sarà anche bene che gli atleti affetti da disabilità visiva si allenino o gareggino fra di loro.
      In ultimo, e questa raccomandazione vale sia per l’istruttore che per gli altri compagni del dojo, va sempre ed in ogni caso ricordato che l’atleta non vedente non desidera affatto né ispirare compassione, né essere trattato come un handicappato, ma bensì come una persona normale.

Disabilità sensoriale

Con il termine di disabilità psichica, più che ai vari disturbi del comportamento che rendono una persona psicopatica, ci si riferisce soprattutto alle diverse insufficienze mentali e cioè a situazioni più o meno di gravi deficit psichico, determinate da cause prenatali o da fattori che abbiano agito nel periodo dello sviluppo. Fra le insufficienze mentali che si ripercuotono sia sulle prestazioni intellettuali che sulle capacità di adattamento dell’individuo, vengono annoverati deficit psichici talora associati a disturbi metabolici (fenilchetonuria) o endocrini (ipotiroidismo), sindromi polimalformative (sindrome di Down).

    • Judo e disabili psichici
      Il judo è senz’altro uno degli sports che maggiormente può recare beneficio ai portatori di disabilità psichica.
      Anzitutto, un notevole vantaggio può consistere nel fatto che il judo migliora lo sviluppo e la coordinazione muscolare, aumenta la resistenza e giova alla funzione dell’equilibrio.
      I benefici acquisiti dai disabili psichici nella pratica del judo vengono poi trasferiti e utilizzati nella vita quotidiana.
      In secondo luogo, essendo il judo una pratica sportiva basata proprio sul contatto fisico fra due atleti, esso viene a favorire quella ricerca di contatto così frequentemente espressa e ricercata da molti disabili psichici, specie da quelli affetti da sindrome di Down.
      Non va infatti dimenticato come in tanti casi d’insufficienza mentale la ricerca del contatto fisico possa quasi vicariare un rapporto di relazione spesso assai carente fra gli stessi disabili o fra disabili e soggetti normali.
      Il judo può, quindi, efficacemente agire come strumento di reinserimento sociale del disabile psichico.
      A seconda del grado d’insufficienza mentale (lieve, medio, grave) i judoka verranno suddivisi in classi di diverso livello tecnico, elemento fondamentale perchè sian loro consentita una attiva partecipazione sia agli allenamenti che alle competizioni.
      Dal punto di vista strettamente medico-sportivo, particolare attenzione sarà rivolta alla visita d’idoneità che, specie nei disabili affetti da sindrome di Down, dovrà escludere l’esistenza di malformazioni cardiache o di disturbi circolatori.

Le organizzazioni sportive per disabili

  • Le Paralimpiadi

    A Roma, in occasione delle Olimpiadi del 1960, fu per la prima volta deciso di far seguire ai Giochi Olimpici delle competizioni sportive riservate ai disabili: le Paralimpiadi, a cui parteciparono 400 atleti provenienti da 23 nazioni. Da allora, ogni volta che si sono svolte le Olimpiadi, ad esse hanno sempre fatto seguito le Paralimpiadi, anche se talora esse si sono svolte in città ed in nazioni diverse da quelle dei Giochi Olimpici.
    Nel 1976 a Örnsköldsvik in Svezia, si disputarono i primi Giochi Paralimpici Invernali.
    Le Paralimpiadi sono oggi il secondo più grande evento sportivo nel mondo.
  • Comitato Italiano Paralimpico (CIP)

    http://www.comitatoparalimpico.it/
    È un’organizzazione nata il 16 marzo 2005, con lo scopo di curare l’organizzazione e il potenziamento dello sport italiano per disabili. È riconosciuta dal CONI e facente parte dell’International Paralympic Committee (IPC). Precedentemente lo sport per disabili era a cura di una federazione sportiva, la Federazione Sportiva Italiana Sport Disabili (FISD).
    Le Federazione nacque nel 1981 con la denominazione Federazione Italiana per lo Sport degli Handicappati (FISHa), ottenendo l’adesione al CONI. Nel 1987 venne riconosciuta ufficialmente dal Comitato Olimpico. Il 17 novembre 1990 assunse la nuova denominazione di Federazione Italiana Sport Disabili (FISD), nella quale confluirono anche la Federazione Italiana Ciechi Sportivi e la Federazione Italiana Silenziosi d’Italia (quest’ultimi staccatosi nel 1996 a seguito della rottura a livello internazionale tra CISS e IPC).
    Il 16 marzo 2005 diviene Comitato Italiano Paralimpico (CIP), da cui dipendono le Federazioni Sportive Paralimpiche e le Discipline associate. Il CIP riconosce 11 Discipline sportive paralimpiche e 20 Federazioni Sportive Paralimpiche, attraverso le quali organizza l’attività agonistica nazionale ed internazionale.
  • International Paralympic Committee (IPC)

    https://www.paralympic.org/
    Fondato il 22 settembre 1989, l’IPC è l’organizzazione internazionale no-profit che governa il Movimento Paralimpico. Organizza i Giochi Paralimpici estivi e invernali, e funge da Federazione Internazionale per 9 sport, di cui quindi supervisiona e coordina l’organizzazione dei Campionati Mondiali e altre competizioni. La missione del Comitato Paralimpico Internazionale è quella di permettere agli atleti disabili di raggiungere eccellenze sportive e di creare opportunità sportive per tutti a qualsiasi livello. Inoltre l’IPC si pone come fine la promozione dei valori paralimpici, che includono il coraggio, la determinazione, l’ispirazione e l’uguaglianza.
    l’IPC raggruppa 161 Comitati Paralimpici Nazionali distribuiti in cinque continenti e quattro federazioni sportive internazionali specifiche per alcune tipologie di handicap. La sede del Comitato è a Bonn, in Germania.
    Il motto paralimpico è Spirit in Motion, ovvero Spirito in Movimento, ed esprime il carattere del Movimento Paralimpico così come le performance di alto livello degli atleti paralimpici. Inoltre esprime la forte volontà di ogni atleta disabile. La parola spirito implica che il ruolo dell’IPC non si limita a quello di una organizzazione sportiva, ma vuole portare un messaggio al mondo, smuovendo la coscienza di ognuno; la prola Movimento ovviamente implica il principale handicap degli atleti ma anche il fatto che il Comitato Paralimpico Internazionale è una organizzazione sempre attiva e vitale.
  • International Committee of Sports for the Deaf-ICSD (CISS)

    http://www.deaflympics.com/
    Il Comitato Internazionale degli Sport dei Sordi, è una associazione internazionale, membro di SportAccord che organizza, ogni due anni (alternando le edizioni invernali e quelle estive), la manifestazione multisportiva dei Giochi Olimpici Silenziosi.
  • Special Olympics

    https://www.specialolympics.org/
    È l’associazione sportiva internazionale, membro di SportAccord e riconosciuta dal Comitato Olimpico Internazionale, che organizza, con cadenza biennale (ogni quattro anni l’edizione estiva e quella invernale, sfalsate di due anni esattamente come avviene per i Giochi Olimpici), i Giochi Olimpici Speciali, manifestazione multisportiva per atleti con disabilità intellettiva.
Articolo scritto in esclusiva per Martial Net dal Prof. Giorgio Grisanti titolare della cattedra di Audiologia dell’Università di Palermo

Diabete e la pratica del judo

Il diabete

Diabete

Il diabete mellito è una malattia cronica caratterizzata da un aumento della glicemia (e cioè della percentuale di glucosio nel plasma ematico) e da glicosuria (presenza di glucosio nell’urina). La causa del diabete è una deficienza relativa o assoluta di insulina e pertanto esiste una alterazione generalizzata del metabolismo non solo dei glucidi, ma anche delle proteine, dei grassi e idroelettrico.
La glicemia, nel soggetto normale, è compresa fra 70 e 105 mg/100 dl. Si parla di “iperglicemia” quando i valori plasmatici di glicemia a digiuno superano i 140 mg/dl.

Diabete e attività fisica

L’attività fisica può essere utile anche nel soggetto diabetico che può praticarla qualora non sussistano controindicazioni. Ne consegue che atleti con diabete ben controllato possono essere autorizzati a praticare judo. Una particolare attenzione dovrà però essere rivolta alla dieta pre-allenamento e al dosaggio dell’insulina, al fine di evitare episodi di “ipoglicemia” (cioè un calo rilevante dei valori di glicemia).
L’ipoglicemia è caratterizzata dai seguenti sintomi:

  • sudorazione fredda
  • confusione mentale
  • intensa astenia (senso di fiacchezza)

Al contrario, si sconsiglia di praticare judo a quegli atleti il cui diabete non sia sotto controllo medico.
Durante ogni esercizio fisico si abbassano i valori della glicemia: è quindi consigliabile programmare opportunamente i tempi degli allenamenti (uchi-komi, randori, ecc…), modificare la dieta, ridurre il dosaggio dell’insulina o degli ipoglicemizzanti orali.

Sintomi crisi ipoglicemica

Sintomi crisi ipoglicemica

Inoltre, nell’atleta diabetico insulino dipendente è sempre presente il rischio di episodi di ipoglicemia.
Per questo motivo è necessario iniziare l’allenamento dopo 3 ore dalla somministrazione di insulina “pronta” e dopo 8 ore dalla somministrazione di insulina ad azione “intermedia”.
Per programmare l’intensità dell’allenamento, sarebbe necessario misurare la percentuale del consumo massimo di ossigeno che tale esercizio richiede in un determinato atleta, mediante la misurazione dei gas espirati durante l’esercizio fisico massimale.
Ciò può essere ottenuto ricorrendo al metodo a circuito aperto che permette di misurare la quantità di ossigeno consumata e la quantità di anidride carbonica prodotta e di calcolare il quoziente respiratorio (QR) dal cui valore si può risalire alla percentuale di grassi e di carboidrati ossidati.
Per una valutazione più approssimativa si può utlizzare la frequenza cardiaca raggiunta durante l’allenamento, che è correlata al consumo di ossigeno.
In questo modo l’intensità di un esercizio fisico verrà espressa come percentuale della frequenza cardiaca massima che esso richiede. Questa frequenza dovrebbe essere misurata mediante un “test ergometrico massimale”.
Se l’intensità dell’allenamento è misurata in base alla frequenza cardiaca richiesta per compierlo, si può estrapolare approssimativamente la percentuale del consumo di ossigeno corrispondente.
Ad esempio, un esercizio fisico che richieda una frequenza cardiaca pari al 60% di quella massima corrisponde al 50% del consumo massimo di ossigeno.
Nel caso di un allenamento di durata prolungata (oltre 40-60 minuti), con rilevante e prolungato impegno muscolare (ad esempio esercizi di ginnastica seguiti da uchi-komi e poi da 3-4 randori, sia di ne-waza che di nage-waza), le calorie aggiuntive vanno somministrate sotto forma di cibi o bevande, ad intervalli di 30 minuti durante tutta la durata dell’allenamento.
Ad esempio, spuntini di 35-40 grammi di carboidrati (un panino, una banana, ecc…) se l’esercizio è al 50% del consumo massimo di ossigeno.
Per limitare il rischio ipoglicemico, può essere ridotta la dose insulinica successiva all’allenamento.

Raccomandazioni per gli atleti affetti da diabete e la pratica del judo

 

Sport e diabete

È auspicabile che i soggetti diabetici che intendano praticare judo in modo non agonistico presentino i seguenti requisiti:

  • siano istruiti all’autocontrollo glicemico ed all’autogestione del diabete, e quindi abbiano ricevuto precise e dettagliate istruzioni sull’adeguamento delle dosi insuliniche e dell’apporto alimentare in caso di allenamento;
  • siano atleti psicologicamente stabili e con buone capacità di controllare la propria emotività;
  • siano soggetti metabolicamente stabili e con accettabile equilibrio glicemico;
  • siano assenti tutte le patologie rientranti nelle seguenti controindicazioni:
    • Retinopatia diabetica
    • Neuropatia sensitiva periferica
    • Nefropatia diabetica clinicamente evidente
    • Aritmie
    • Episodi ipoglicemici tardivi non correggibili con opportuno trattamento

Ogni judoka che sia affetto da diabete deve necessariamente avere sempre a disposizione (anche nel Dojo) qualche zolletta di zucchero, da ingerire in eventuali episodi di ipoglicemia.
Per quanto riguarda invece gli atleti diabetici che intendano praticare judo in maniera agonistica è assolutamente necessario che ogni decisione in merito venga rimandata al medico curante e ad un’approfondita visita d’idoneità sportiva effettuata da uno specialista in Medicina dello Sport.

Articolo scritto in esclusiva per Martial Net dal Prof. Giorgio Grisanti titolare della cattedra di Audiologia dell’Università di Palermo

Caffeina: effetti e raccomandazioni nel judo

Caffeina

Contenuto di caffeina nella principali bevande energetiche

La caffeina è la droga stimolante più largamente usata nel mondo ed è contenuta non solo nel caffè, del quale costituisce il principale ingrediente attivo, ma anche nel tè, nel cioccolato e in alcune bevande (Cosa-Cola, Pepsi Cola ecc…).
La caffeina è una sostanza appartenente alla famiglia degli alcaloidi, un gruppo di composti assai variabili diffusi nelle piante.
La caffeina, così come gli altri alcaloidi (atropina, nicotina, stricnina, morfina ecc.) è fisiologicamente attiva sugli animali anche a concentrazioni molto basse e probabilmente viene impiegata dalla pianta come meccanismo di difesa dagli erbivori.
Anche nell’uomo la caffeina influenza numerosissime reazioni biologiche. Alcune di queste interazioni sono favorevoli per l’organismo mentre altre sono responsabili degli effetti collaterali di questa sostanza.

Effetti biologici della caffeina

Una volta ingerita, dopo essere stata assorbita dallo stomaco e dall’intestino, la caffeina giunge nel sangue (il massimo livello ematico si raggiunge dopo circa un’ora dall’ingestione) e determina alcuni effetti sull’organismo.
È ben noto l’effetto stimolante della caffeina sul sistema nervoso centrale, ma vi sono anche altri effetti fisiologici.
Si ha anzitutto un aumento della pressione arteriosa e del numero delle pulsazioni cardiache; in secondo luogo la caffeina determina un aumento della secrezione acida dello stomaco e una mobilizzazione dei depositi di grassi.
Questi effetti fisiologici possano persistere da qualche ora fino a un massimo di 12 ore, ma ciò dipende in gran parte dalla tolleranza individuale che viene acquisita con l’assunzione giornaliera di dosi di caffeina.
La mobilizzazione dei depositi di grassi (i quali costituiscono, dopo il glicogeno, il principale carburante per il lavoro muscolare), fa sì che nell’esercizio fisico protratto i muscoli si trovino a poter utilizzare anche i grassi, oltre il glicogeno: ciò consente, com’è comprensibile, di poter prolungare ulteriormente lo sforzo fisico.

La caffeina e la performance atletica nel judo

Caffè

È bene che ogni judoka decida preliminarmente se fare uso di caffè, sia giornalmente che durante le competizioni.
In tale decisione devono essere tenuti in conto tutti gli effetti, sia a breve che a lungo termine.
Il ruolo svolto dalla caffeina ai fini del miglioramento della performance atletica nel judo, e in genere nello sport, risulta, però, ancora un po’ controverso.
Tuttavia, poiché non sembra che la caffeina migliori l’esercizio fisico assai intenso ma concentrato in un breve periodo di tempo (come, ad esempio, lo sprint), il beneficio potrebbe interessare soprattutto la resistenza (ad esempio, nel ne-waza).
E infatti, l’effetto della caffeina sulla performance atletica, così come risulta dalla maggior parte degli studi sperimentali, consiste in una maggiore capacità dei soggetti a resistere più a lungo nell’impegno muscolare.
Inoltre, ma questo potrebbe anche essere considerato uno svantaggio, la caffeina potrebbe, durante l’uchi-komi, il randori o lo shiai, alterare la percezione dell’intensità dello sforzo fisico e, conseguentemente, della fatica.
È chiaro, però, che i benefici ottenibili negli sports di resistenza, com’è almeno in parte il judo, possono grandemente variare a secondo di diversi fattori, quali la dieta, l’abitudine al caffè, ecc…
Al contrario, poiché la caffeina è un leggero diuretico, va messa in conto anche una certa disidratazione (vedi paragrafo sulla deidratazione).

Raccomandazioni per gli atleti che praticano judo

Caffè e sport

Se si decide di assumere caffeina, i seguenti consigli possono servire ad aumentare gli effetti benefici e ad attenuarne o abolirne quelli negativi.

Giornalmente

Chicchi di caffè

Ingerire del caffè (o altre bevande contenenti caffeina) solo qualche ora prima dell’allenamento (uchi-komi, randori).
Va comunque sempre ricordato che la caffeina può peggiorare gli eventuali sintomi di ulcera gastrica e che la costante assunzione di caffeina la sera può in alcuni soggetti causare insonnia, sonno superficiale e, in definitiva, senso di affaticamento e mancanza di energia.

Prima della competizione

Ogni judoka dovrebbe anzitutto essere a conoscenza delle reazioni del proprio organismo all’assunzione di caffeina, sia nelle condizioni di riposo che di allenamento.
Potrebbe risultare utile diminuire l’assunzione di caffeina 3-4 giorni prima della gara al fine di ottenere poi il massimo effetto positivo. Naturalmente, se si è abituati ad assumere caffeina, si dovrebbe però cercare di evitare i fenomeni di astinenza.
Il caffè o altre bevande contenenti caffeina vanno ingeriti circa 3-4 ore prima della gara. Benché il livello ematico della caffeina si elevi assai prima, il massimo effetto sui depositi di grasso si ha alcune ore dopo il picco ematico.

Caffeina e doping

No Doping

Può l’assunzione di caffè (o di altre bevande contenenti caffeina) venire considerata una forma di doping?
Si, se essa avviene oltre una certa quantità limite.
Secondo gli scienziati, 70 microgrammi di caffeina nel sangue si tradurrebbero in un miglioramento delle performance sportive pari al 6 per cento.
Proprio per questo motivo, il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) ha inserito la caffeina fra le sostanze dopanti determinando un limite massimo di 12 microgrammi per non impedire agli atleti il piacere di una buona tazza di caffè.

Articolo scritto in esclusiva per Martial Net dal Prof. Giorgio Grisanti titolare della cattedra di Audiologia dell’Università di Palermo

Apporto idrico nel judo: idratazione e reidratazione

Acqua corpo umano

Acqua corpo umano

Un’alta percentuale della massa del nostro organismo è rappresentata dall’acqua, elemento fondamentale di tutti i processi biologici.

Circa il 55% del peso corporeo è infatti costituito dall’acqua totale dell’organismo.
Nell’apporto idrico va considerata non soltanto l’acqua in sè, ma anche l’acqua contenuta nelle diverse bevande.
Per le bevande contenenti caffeina (caffè, tè, Coca-Cola, Pepsi-Cola ecc…), va però ricordato che, avendo la caffeina una certa azione diuretica, tale caratteristica di fatto annulla la loro capacità idratante (vedi, a tale proposito, anche il paragrafo “la caffeina”).
La perdita di acqua avviene con due meccanismi principali: renale (mediante l’urina) ed extra-renale (mediante il sudore).
Il ricambio idrico dell’organismo è regolato da meccanismi assai complessi e risulta correlato all’equilibrio elettrolitico (cioè del sodio, del cloro e del potassio).

L'apporto idrico nella performance atletica del judo e raccomandazioni per i judoka

Giornalmente

In situazione di riposo, è sempre opportuno bere durante il giorno una quantità di acqua, identificabile in almeno due litri, possibilmente in ore diverse.

In allenamento

Acqua

L’allenamento del judo, specie se intenso e prolungato, causa sempre la perdita di una consistente quantità di acqua, soprattutto attraverso la sudorazione.
In previsione di ciò è bene, qualche ora prima del semplice allenamento (uchi-komi e randori), bere qualche bicchiere d’acqua (pre-idratazione). Tale apporto idrico va aumentato, nelle ore che precedono uno shiai.
Durante l’allenamento, specie se intenso e prolungato ed in presenza di abbondante sudorazione, sarebbe consigliabile bere un pò di acqua (ogni 20 minuti), ma non tutti i maestri ed istruttori di judo sono d’accordo con ciò. Dopo l’allenamento, è necessario reintegrare l’acqua perduta con il sudore (re-idratazione) ingerendo almeno due bicchieri d’acqua.
Se, però, la disidratazione dovuta ad un eccesso di allenamento (ad esempio, effettuando diversi randori, specie di ne-waza), dovesse tradursi in una marcata perdita di peso, la reidratazione dovrebbe prolungarsi per almeno un giorno.
Una non soddisfacente reidratazione dell’organismo può essere rilevata da un colorito più intenso delle urine.
Inoltre, poiché con la perdita di acqua attraverso il sudore l’organismo si impoverisce anche di alcuni importanti elettroliti (particolarmente il potassio), per una più completa reidratazione, oltre che la semplice acqua sarebbe estremamente utile ingerire, dopo l’allenamento, succhi di frutta (non bibite commerciali) o gli integratori idro-salini commercialmente disponibili.

Articolo scritto in esclusiva per Martial Net dal Prof. Giorgio Grisanti titolare della cattedra di Audiologia dell’Università di Palermo

Effetti benefici del judo sul sistema dell'equilibrio

La funzione dell'equilibrio

La funzione dell’equilibrio è una importante funzione di tipo sensoriale-motorio: essa interviene soprattutto durante i movimenti del corpo e consente di mantenere la posizione eretta anche in opposizione alla forza di gravità.
La funzione dell’equilibrio viene gradualmente a formarsi da parte di ciascun individuo nel corso della propria esperienza, e può essere definita come il corretto rapporto fra schema corporeo e schema spaziale. In altre parole, la sua finalità è quella di regolare il rapporto statico e dinamico fra corpo e spazio-ambiente.

L'apparato che regola l'equilibrio

I centri regolatori dell’equilibrio sono situati nel sistema nervoso centrale. A essi giungono informazioni dalla periferia, e cioè:

  • dai recettori vestibolari situati nell’orecchio interno
  • dall’organo della vista
  • dai muscoli e dalle articolazioni (recettori propriocettivi)

Tutte queste informazioni aggiornano i centri nervosi sulle minime variazioni di posizione del corpo rispetto all’ambiente.

Il sistema nervoso centrale
Il sistema nervoso centrale

Sistema vestibolare

Il sistema vestibolare
Il sistema vestibolare
Il sistema vestibolare, situato nel labirinto (orecchio interno) consta di due tipi di sensori, dotati di funzioni diverse:

  • il sacculo e l’utricolo, i quali provvedono all’orientamento nei riguardi della gravità;
  • i tre canali semicircolari che sono orientati secondo i tre piani dello spazio e che presiedono all’orientamento nel movimento

I canali semicircolari vengono attivati da accelerazioni rotatorie, mentre il sacculo e l’utricolo vengono attivati dalle accelerazioni lineari e gravitazionali. In tal modo i centri nervosi superiori vengono informati dal sistema vestibolare sui movimenti e sulla posizione del capo nello spazio. L’integrazione di tali informazioni serve al controllo dei movimenti oculari e dei riflessi posturali.

Sistema visivo

Il sistema visivo agisce in stretta connessione con quello vestibolare e invia ai centri informazioni utili a mantenere il capo in senso perpendicolare alla gravità.

Il sistema visivo
Il sistema visivo

Sistema propriocettivo

Il sistema propriocettivo
Il sistema propriocettivo

Localizzato nei muscoli e nelle articolazioni, questo sistema informa i centri sulla posizione di alcuni muscoli in relazione al resto del corpo. I centri nervosi hanno quindi la possibilità di percepire la posizione del corpo nello spazio, anche a prescindere dalle informazioni che provengono dal sistema vestibolare e da quello visivo.

Il mantenimento dell'equilibrio

 

Equilibrio

La corretta percezione della posizione del nostro corpo nello spazio è alla base del mantenimento dell’equilibrio. Il corretto mantenimento dell’equilibrio si basa sulle informazioni che provengono dal sistema vestibolare, visivo e propriocettivo (muscoli e articolazioni). L’integrazione fra tali input e il coordinamento della risposta motoria avviene a livello dei centri nervosi. Il coordinamento fra il sistema vestibolare, il sistema visivo e quello propriocettivo è automatico. Grazie a questo meccanismo, quando per una qualsiasi ragione viene a mancare una delle tre informazioni (ad esempio, chiudendo gli occhi) le altre due suppliscono, permettendo che il corpo si mantenga in equilibrio. Recenti ricerche hanno analizzato mediante tecniche di cinematica il modo in cui l’orientamento del corpo viene controllato durante l’esecuzione di salti o di capriole da parte di ginnasti e si è visto, ad esempio, che nello stesso tipo di salto o di capriola il momento di inerzia del corpo subisce modificazioni a secondo che l’esercizio sia eseguito ad occhi aperti o chiusi. Un conflitto di informazioni fra i sistemi vestibolare, visivo e propriocettivo è alla base delle “cinetosi” (mal d’auto, di mare, ecc…), ed è la causa di una sintomatologia vertiginosa caratterizzata da una sensazione illusoria di movimento o disequilibrio, talora con nausea e vomito.

Effetti del judo sull'equilibrio

Kuzushi

Kuzushi

Il judo tende a migliorare la funzione dell’equilibrio sviluppando un senso di stabilità fisica e mentale in tutte le posizioni. La funzione dell’equilibrio è anzitutto importante, nel judo, per ciò che riguarda il mantenimento della posizione eretta, sia fondamentale (Shizentai) che difensiva (Jigotai). Inoltre, alcune posizioni del corpo nello spazio che di norma, nella vita di ogni giorno, sono assolutamente inusuali, vengono invece assunte con regolarità e frequenza durante gli allenamenti di judo. Sia nella caduta in avanti (Mae Ukemi), così come in alcune proiezioni che Uke si trova a subire nel nage-waza, è necessario che in pochi secondi si abbia il coordinamento automatico dei movimenti. In particolare, poi, in alcune tecniche di nage-waza (Seoi Nage, Tsuri Komi Goshi, Harai Goshi, Tomoe Nage, Kata Guruma, ecc…) è necessario che lo judoka proiettato mantenga, nella fase di volo, la percezione della posizione del proprio corpo nello spazio. E’ facilmente comprensibile come l’esercizio del judo, se eseguito con costante regolarità, rappresenti un training di indiscussa e particolare importanza nell’apprendimento della coordinazione automatica dei movimenti, e quindi nel mantenimento dell’equilibrio, anche nelle situazioni più diverse.

Articolo scritto in esclusiva per Martial Net dal Prof. Giorgio Grisanti titolare della cattedra di Audiologia dell’Università di Palermo

Programma tecnico judo

Consigliato dal Kodokan Judo Institute di Tokyo

La conoscenza didattica delle tecniche del judo per i vari kyu, può essere presa in considerazione per il conseguimento del kyu superiore. Le graduazioni per i kyu avvengono sempre nell’ambito dei vari gruppi associativi con la successiva convalida federale. La graduazione a primo dan (shodan) – e gradi superiori – deve essere sanzionata dal Collegio delle Cinture Nere (o dagli Organi Federali).

Programma per 6° kyu (cintura bianca) e 5° kyu (cintura gialla)

Cintura Bianca
Cintura Gialla

TAISO (Programma di ginnastica speciale: riscaldamento, defaticamento, potenziamento articolare e muscolare)

SHISEI (Posizioni di guardia)

  • Shizen-tai (Posizione naturale)
  • Migi-shizen-tai (Posizione naturale a destra)
  • Hidari-shizen-tai (Posizione naturale a sinistra)
  • Jigo-tai (Posizione difensiva)
  • Migi-jigo-tai (Posizione difensiva a destra)
  • Hidari-jigo-tai  (Posizione difensiva a sinistra)

UKEMI (Cadute)

  • Ushiro-ukemi (Caduta indietro)
  • Migi-yoko-ukemi (Caduta laterale a destra)
  • Hidari-yoko-ukemi (Caduta laterale a sinistra)
  • Mae-ukemi (Caduta in avanti)

SHINTAI (Spostamenti)

  • Tai-sabaki (Movimenti ruotanti)
  • Ayumi-ashi (Movimento di spostamento normale)
  • Tsugi-ashi (Movimento di piede scaccia piede)
  • Tsuri-ashi (Strisciamento dei piedi: movimento comune ad ayumi-ashi e tsugi-ashi)

KUMI-KATA (Prese al judogi)

LE FASI DI UNA TECNICA

  • Kuzushi (Squilibrio)
  • Tsukuri (Preparazione)
  • Kake (Proiezione)

YAKOSOKU-GEIKO (Esercizio convenuto)

  • Kakari-geiko (Successione di tecniche)
  • Uchi-komi (Ripetizione di movimenti)

NAGE-WAZA (Tecniche di proiezione)

  • De-ashi-barai (Spazzata al piede avanzante)
  • Hiza-guruma (Trattenuto ruotato al ginocchio)
  • Sasae-tsuri-komi-ashi (Trattenuto alla caviglia con rotazione del corpo)
  • Uki-goshi (Colpo d’anca con presa in cintura)
  • O-soto-gari (Sgambetto indietro al polpaccio)

KATAME-WAZA (Tecnica delle immobilizzazioni)

  • Hon-kesa-gatame (Immobilizzazione fondamentale con presa di braccio e al bavero dietro la nuca)
  • Kuzure-kesa-gatame (Variante della precedente)
  • Makura-kesa-gatame (Immobilizzazione a fascia con presa di testa)
  • Ushiro-kesa-gatame (Immobilizzazione a fascia per dietro)
  • Kata-gatame (Immobilizzazione con presa di testa e braccia)

Programma per 4° kyu (cintura arancione)

Cintura Arancione

NAGE-WAZA (Tecniche di proiezione)

  • O-goshi (Grande colpo d’anca)
  • O-uchi-gari (Grande falciata interna al polpaccio)
  • Seoi-nage (Braccia in spalla)
  • Ippon-seoi-nage (Caricamento sul dorso con l’uso di una mano)
  • Morote-seoi-nage (Come l’ippon-seoi-nage ma con l’uso di due mani)
  • Ko-soto-gari (Piccola falciata esterna al tallone)
  • Ko-uchi-gari (Piccola falciata interna al tallone)
  • Koshi-guruma (Rotazione dell’anca)

KATAME-WAZA (Tecnica delle immobilizzazioni)

  • Yoko-shiho-gatame (Immobilizzazione a croce)
  • Kuzure-yoko-shiho-gatame (Variante della precedente)
  • Kami-shiho-gatame (Immobilizzazione di braccia e di spalle da dietro e con presa in cintura)
  • Kuzure-kami-shiho-gatame (Variante delle precedente)
  • Tate-shiho-gatame (Immobilizzazione sull’addome)
  • Kuzure-tate-shiho-gatame (Variante della precedente)

OSAE-KOMI-WAZA

  • Esercizi basilare delle tecniche delle immobilizzazioni semplici (Osae-komi)
  • Attacchi e difese (a terra)

RANDORI (Esercizio libero)

Programma per 3° kyu (cintura verde)

Cintura Verde

NAGE-WAZA (Tecniche di proiezione)

  • Tsuri-komi-goshi (Colpo d’anca raccolto)
  • Okuri-ashi-barai (Grande spazzata laterale di piede al malleolo)
  • Tai-otoshi (Rovesciata in avanti con opposizione di gamba)
  • Harai-goshi (Falciata con l’anca)
  • Uchi-mata (Sgambetto interno di coscia)

KATAME-WAZA (Tecnica delle immobilizzazioni)

SHIME-WAZA (Basi della tecnica delle compressioni alla gola)

  • Kata-juji-jime (Soffocamento respiratorio con avambracci incrociati)
  • Gyaku-juji-jime (Soffocamento sanguigno a croce con presa ai baveri da supino)
  • Nami-juji-jime (Soffocamento sanguigno con presa scorrevole di bavero)
  • Hadaka-jime (Soffocamento respiratorio da dietro con un avambraccio)

KANSETZU-WAZA (Basi della tecnica delle leve articolari)

  • Ude-garami (Leva incrociata al braccio a terra)
  • Ude-hishigi-juji-gatame (Inforcata laterale di braccio con leva al gomito)
  • Ude-hishigi-waki-gatame (Immobilizzazione con braccia e rottura del braccio)

SHIAI (Competizione: in piedi e a terra)

Programma per 2° kyu (cintura blu)

Cintura Blu

NAGE-WAZA (Tecniche di proiezione)

  • Ko-soto-gake (Piccolo agganciamento esterno per dietro)
  • Kata-guruma (Ruota sulle spalle)
  • Ashi-guruma (Ruota sulla gamba)
  • Hane-goshi (Colpo d’anca con gamba raccolta)
  • Harai-tsuri-komi-ashi (Spazzata alla caviglia con rotazione del corpo)
  • Tomoe-nage (Capovolta con piede all’addome)

KATAME-WAZA (Tecnica delle immobilizzazioni)

SHIME-WAZA (Basi della tecnica delle compressioni alla gola)

  • Okuri-eri-jime (Soffocamento da dietro con bavero scorrevole)
  • Kata-ha-jime (Soffocamento da dietro con presa di braccio)

KANSETZU-WAZA (Basi della tecnica delle leve articolari)

  • Ude-hishigi-hiza-gatame (leva al gomito con il ginocchio)

SHIAI (Competizione: in piedi e a terra)

NAGE-NO-KATA (I, II e III serie)

  • Te-waza (Tecniche dei movimenti di braccia): Uki-otoshi, Kata-seoi, Kata-guruma
  • Koshi-waza (tecniche dei movimenti d’anca): Uki-goshi, Harai-goshi, Tsuri-komi-goshi
  • Ashi-waza (Tecniche dei movimenti di gamba): Okuri-ashi-barai, Sasae-tsuri-komi-ashi, Uchi-mata

Programma per 1° kyu (cintura marrone)

Cintura Marrone

NAGE-WAZA (Tecniche di proiezione)

  • Yoko-otoshi (Circolato laterale con opposizione di gamba)
  • Hane-maki-komi (Braccio girato sull’anca con la gamba raccolta)
  • Utsuri-goshi (Controcolpo attorno all’anca)
  • O-guruma (Grande ruota sull’anca con falciata di coscia)
  • Soto-maki-komi (Braccio girato sull’anca)
  • Ushiro-goshi (Controcolpo d’anca per dietro)

KATAME-WAZA (Combinazioni e concatenamenti)

NAGE-NO-KATA (IV e V serie)

  • Ma-sutemi-waza (Tecniche delle cadute in avanti): Tomoe-nage, Ura-nage, Sumi-gaeshi
  • Yoko-sutemi-waza (Tecniche delle cadute laterali): Yoko-gake, Yoko-guruma, Uki-waza

Metodo d'insegnamento del Nage-No-Kata

Conoscenza del regolamento tecnico per le competizioni

Studio per l'applicazione del movimento

Significato del judo

Cos'è il judo

La Via della cedevolezza significato degli ideogrammi JU e DO

Judo Kangi - significato del judo

Per assimilare la natura del judo occorre anzitutto capire il significato della parola stessa.
La parola jujutsu era in uso già tre o quattrocento anni fa. Le arti militari di quei tempi assumevano il nome delle armi o degli oggetti che servivano al combattimento.
Il jujutsu (che letteralmente vuol dire pratica della flessibilità) era appunto specificato dalla flessibilità secondo il motto “La flessibilità vince la brutalità”.
Poiché il significato della parola ju, principio della flessibilità, è l’idea-base del judo dei nostri tempi (do essendo il mezzo) occorre studiarla per prima.
Il principio della flessibilità viene brevemente spiegato così: di fronte ad un avversario, si vince cedendo, cioè non opponendo resistenza alla sua forza, bensì adattandovisi, ed acquistando un vantaggio per poi utilizzarlo a proprio profitto.
Ecco un esempio:

Se un uomo forte mi spinge con tutta la sua energia, sarò battuto, se non farò altro che oppormi a lui, ma se, invece di resistere spingendo, io indietreggio più di quanto mi spinge, o se giro nella direzione della spinta, egli sarà proteso in avanti dal suo stesso slancio, e perderà l’equilibrio.
Se valendomi della forza della sua spinta, applico una particolare tecnica, sarà relativamente facile per me farlo cadere al momento in cui perde l’equilibrio. In alcuni casi poi, riuscirò persino a farlo cadere, girando abilmente il mio corpo.

Il principio della flessibilità si basa quindi su questo concetto. È ovvio tuttavia che un principio generale non si può ricavare soltanto da quanto precede, ma da tutti gli aspetti e da tutte le fasi del judo. In breve: adoperare corpo e spirito con un massimo di efficienza.
Ecco perché il Prof. Jigoro Kano adottò questo principio e questa parola suscettibili di essere compresi da tutti gli uomini del mondo e, andando oltre, di spiegare una morale di mutuo aiuto e di bene per tutti.
Il concetto della massima utilizzazione dell’energia mentale e fisica è molto importante, non solo nel judo, ma anche in tutti gli atti della vita sociale.
Possiamo quindi concludere dicendo che il judo è il mezzo che dà modo di raggiungere la massima efficienza fisica e spirituale.

Ideogramma JU

 

Ideogramma Ju - cos'è il judo

L’ideogramma ju vuol dire morbido, cedevole. Nelle arti marziali orientali vi è una tradizionale distinzione tra tecniche dure e tecniche morbide intendendo come dure quelle arti in cui si contrappone direttamente la propria forza a quella dell’avversario mentre nelle tecniche morbide si cerca di sfruttare la forza, l’azione dell’avversario a proprio vantaggio.
Le leggende raccontano che tanti anni fa durante una bufera di neve un monaco stava attraversando un bosco: le piante erano talmente cariche di neve che i loro rami si spezzavano per il troppo peso. Anche gli alberi più possenti alla fine crollavano sotto il carico che continuava ad accumularsi sui loro rami. Ad un certo punto il monaco si fermò stupefatto di fronte ad un esile salice che nonostante l’apparente fragilità si ergeva intatto in mezzo alla tormenta. Egli osservò meglio e notò che i rami del salice erano così esili che non opponevano alcuna resistenza al peso della neve ma si flettevano lasciandola subito cadere a terra. Il monaco, esperto di arti marziali, pensò che questo principio poteva essere applicato alla lotta: sfruttare la forza, il peso dell’avversario per farlo cadere.
Il judo applica sempre questo principio: adattarsi all’azione dell’avversario per utilizzarne la forza. Se qualcuno spinge o tira con tutta la sua energia ed improvvisamente non incontra più resistenza rimarrà sbilanciato dalla propria stessa foga: è questo il momento giusto per applicare una tecnica, che potrà essere eseguita con poco sforzo. Diventa così essenziale la ricerca dell’opportunità migliore, lo studio del movimento che meglio sfrutta le proprie possibilità, in modo da non sprecare energia.
Tradurre questo principio con gentilezza è forse un po’ troppo poetico, sottintende che siamo gentili poiché assecondiamo l’attacco dell’avversario anziché contrastarlo chiaramente, ma il termine è stato probabilmente ispirato dall’eleganza dell’azione, che non è mai brutale.
Il concetto fondamentale alla base di tutte le tecniche judo è quindi quello di non opporre la forza alla forza ma di impiegare la propria abilità per volgere a nostro vantaggio una situazione apparentemente sfavorevole. Ma questa idea non era certamente nuova: altre forme di lotta tra cui la stessa antica arte del jujutsu si basavano sul concetto di ju.

Ideogramma DO

 

Ideogramma Do - cosa è il judo

La vera innovazione portata dal Maestro Jigoro Kano è contenuta nel secondo ideogramma do.
Questo ideogramma raffigura, stilizzato, un allievo che procede sotto lo sguardo attento del Maestro e vuol simboleggiare il contenuto filosofico, educativo, formativo di questa nuova arte: il judo non è soltanto jutsu, tecnica, ma assume il significato più profondo di Via, metodo per migliorare.
La creazione di tecniche che possano essere eseguite senza pericolo, con costante controllo, e lo studio dei modi di cadere hanno consentito di slegare l’arte marziale dal combattimento reale permettendone l’utilizzo anche come sport o come svago.
Seguire il proprio do, la propria Via di crescita significa utilizzare il judo per diventare migliori, acquisire correttezza ed autodisciplina, esercitare il rispetto reciproco, sforzarsi di aiutarsi vicendevolmente. Tutto questo non si limita solamente alla pratica in materassina ma dovrà gradatamente estendersi al di là delle mura della palestra, divenire una abitudine mentale, un modo di vivere.
Anche lo stesso principio del ju può allora essere inteso in senso più lato come un invito ad affrontare le avversità senza lasciarsi sopraffare dall’inevitabile ma cercando di cogliere in ogni frangente il lato positivo che può volgere la situazione a nostro favore.
Generalmente l’allievo, soprattutto se molto giovane, trae altrettanti benefici sul piano educativo che su quello strettamente motorio ed il suo progresso viene sempre giudicato non solo in funzione delle capacità tecniche acquisite ma anche della propria serietà: l’allievo più esperto deve poter essere additato come esempio, sotto tutti gli aspetti.
Caratteristica essenziale, legata alla stessa raffigurazione dell’ideogramma do, è la funzione dell’insegnante nell’ambito del judo. Vi è un legame profondo tra maestro e discepolo su cui si fondano le possibilità dell’allievo di migliorarsi ed intorno a cui ruotano l’impostazione didattica e la credibilità della palestra. L’insegnante non rappresenta soltanto una fonte di conoscenza ed uno specchio di limpidità morale ma deve essere un punto di riferimento, una guida per l’allievo. Senza questo profondo rapporto l’insegnante verrebbe considerato soltanto un allenatore, come negli altri sport, e non un vero Maestro.

Metodo Kawaishi

Mikinosuke Kawaishi il padre del judo francese

Mikinosuke Kawaishi (1899–1969), il padre del judo francese, 7° dan

Il Maestro Mikinosuke Kawaishi 7° Dan (10° Dan postumo conferito dalla Federazione Francese), arrivò nel 1935 in Francia e vi rimase fino alla scomparsa. Egli si dedidcò per tutta la vita alla diffusione del judo in quel paese, tanto da meritarsi l’appellativo di “Padre del Judo Francese”, creò un suo metodo selezionando 61 tecniche che prese il nome di Metodo Kawaishi e che negli anni cinquanta e sessanta influenzò notevolmente il judo francese.
Egli credeva che semplicemente trapiantare gli stessi metodi di insegnamento giapponese in Occidente non fosse la scelta più appropriata. Così sviluppò uno stile intuitivo dell’insegnamento ed un’organizzazione strutturata delle tecniche che meglio si adattavano agli occidentali con una evoluzione graduale in livelli (Kyu) in relazione al colore delle cinture.
Questo sembrò aver avuto successo in Francia e portò ad una rapida crescita del judo dopo la Seconda Guerra Mondiale e nei cinquant’anni successivi, ma il Kodokan, con un orientamento sempre più verso l’aspetto sportivo del judo, vietò varie tecniche legate al jujutsu ed all’autodifesa durante i tornei o shiai fino a cancellarle dai programmi di studio.

Metodo Kawaishi Judo

Tabella del Metodo Kawaishi

L’insistenza del Maestro Kawaishi nel preservare l’insegnamento e la pratica di queste tecniche portò ad una controversia, i suoi oppositori sostenevano che si discotavano dallo spirito del Kodokan Judo, mentre i suoi seguaci consideravano necessario un approccio più vicino agli insegnamenti del jujutsu tradizionale.
Gli spunti tecnici offerti da questo metodo, che comprende ben 160 tecniche di nage e di katame-waza, sono innumerevoli. Non è solo lo studio delle leve di gamba e di collo, ma anche l’interessante classificazione delle leve di braccia a seconda della posizione di inizio, gli oltre 30 strangolamenti, le numerose tecniche di immobilizzazione, che aprono letteralmente nuovi orizzonti nello studio del katame-waza.
Analogamente nel nage-waza si troveranno spunti di sicuro interesse studiando le 61 tecniche di proiezione di questo Metodo.

ASHI WAZAKOSHI WAZAKATA WAZATE WAZASUTEMI WAZA
O-soto-gariUki-goshiKata-seoiTai-otoshiTomoe-nage
De-ashi-baraiKubi-nageSeoi-nageUki-otoshiYoko-tomoe
Hiza-gurumaTsuri-goshiKata-gurumaKugi-nageMaki-tomoe
Ko-soto-gakeKoshi-gurumaSeoi-otoshiHizi-otoshiMakkomi
O-uchi-gariHarai-goshiHidari-kata-seoiSukui-nageYoko-gake
Ko-uchi-gariHane-goshiSeoi-nageMochiage-otoshiTani-otoshi
Okuri-ashi-baraiUshiro-goshiSumi-otoshiSumi-gaeshi
O-soto-gurumaTsuri-komi-goshiObi-otoshiUki-waza
O-soto-otoshiUtsuri-goshiKata-ashi-doriKani-basami
Ko-soto-gariUchi-mataRio-ashi-doriYoko-otoshi
Sasae-tsuri-komi-ashiO-goshiHane-makkomi
Harai-tsuri-komi-ashiKo-tsuri-goshiUra-nage
Soto-gakeO-gurumaYoko-guruma
Ko-uchi-makkomiYama-arashiYoko-wakare
Ashi-gurumaObi-goshiTawara-gaeshi

Jigoro Kano

Fondatore del judo

(28 ottobre 1860 – 4 maggio 1938)

Il vero valore del judo si realizza soltanto nell’animo che intende sviluppare le doti interiori e conquistare un punto di vista più elevato della realtà, al fine di autorealizzarsi per essere utile.

Jigoro Kano è nato il 28 ottobre 1860 nella località balneare di Mikage, nella prefettura di Hyogo, vicino a Kobe, in Giappone da una famiglia di noti produttori di Sakè.
Suo padre, Jirosaku Mareshiba Kano, aveva però abbandonato il mestiere tradizionale di famiglia per diventare funzionario civile presso il Ministero della Marina Militare, entrando così in contatto con molti personaggi di primo piano del mondo politico giapponese che in seguito ebbero molta influenza sulla formazione e sulla carriera del figlio.
Jigoro Kano fu, sin dalla più giovane età, un “enfant prodige” dotato di grande facilità di apprendimento ma fisicamente era un bambino esile, debole e delicato di salute.
Nel 1871 si trasferì a Tokyo con la famiglia e nel 1873 si iscrisse ad una scuola di inglese privata situata nei pressi del bosco di Shiba.
Fu in quel periodo che il giovane Jigoro Kano, contro il consiglio del suo medico, decise di fare qualcosa per migliorare la sua salute e allo stesso imparare a difendersi contro i bulli: era infatti continuamente tormentato dai compagni di scuola che, invidiosi dei successi che riportava negli studi, approfittavano della sua fragile struttura fisica (era alto solo un metro e cinquanta e pesava 48 chili) per malmenarlo, fu così che Kano cominciò ad interessarsi al jujutsu nel quale vide un modo per difendersi dalla loro brutalità.

Jigoro Kano all'età di 17

Jigoro Kano all’età di 17 anni quando iniziò a praticare jujutsu

Nel 1877 fu fondata l’Università di Tokyo e Jigoro Kano si iscrisse alla Facoltà di Lettere, nello stesso anno, grazie alla presentazione di Teinosuke Yagi (che nel frattempo gli aveva insegnato i primi rudimenti di jujutsu) divenne allievo prima di Hachinosuke Fukuda, della Tenshin Shin’yo-ryu (Scuola del vero salice divino).

Hachinosuke Fukuda

Hachinosuke Fukuda (1829-1880)

Il jujutsu praticato alla Tenshin Shin’yo-ryu, fondata da Iso Mataemon Ryukansai Minamoto no Masatari, era morbido e prediligeva l’armonia piuttosto che il combattimento, ma allo stesso tempo la peculiarità di tale stile era costituita dagli atemi-waza, ossia le tecniche di colpo (shin-no-ate – colpire o calciare punti fisiologicamente deboli del corpo) combinate con tecniche lancio, blocco articolare e tecniche di strangolamento per creare uno stile potente.
Dopo aver studiato presso la Tenshin Shin’yo-ryu, Kano si trasferisce alla scuola Kito-ryu (Scuola dell’ascesa e della caduta) a studiare sotto Tsunetoshi Iikubo. La Kito-ryu, è un antico stile di arti marziali (koryu) di jujutsu fondata da Toshinobu Ibaragi, che include nage-waza (tecniche di proiezione), atemi-waza (tecniche di colpo), kansetsu-waza (tecniche di leva articolare) e shime-waza (strangolamenti). Simile a certi stili di aikijujutsu, basa gran parte della sua filosofia su concetti come il ki e l’abilità nel saperlo controllare ed usare. Inoltre, grande peculiarità dello stile è l’uso dei kuzushi come atto propedeutico all’applicazione delle nage-waza. Era uno stile molto più morbido e caratterizzato da allenamenti moderati, con attenzione alla libertà di azione.
Dotato di ferrea volontà, Jigoro Kano fece progressi talmente rapidi ed importanti che fu ammesso alla conoscenza dei Densho, i libri segreti, in cui ogni scuola custodiva gelosamente gli insegnamenti più segreti, appunto, del Maestro fondatore.

Iikubo-sensei fu un grande Maestro per Jigoro Kano e difatti continuò ad essere il suo insegnante fino al 18°-19° Meiji (1885–1886), ovvero fintanto che Kano divenne lui stesso un insegnante. A quei tempi lui aveva 50 anni e Jigoro Kano non poteva succedergli vincendo contro di lui nel randori, ma nel 18° Meiji (1885) circa, grazie all’assidua pratica, Kano acquisì particolari abilità nell’uso del principio del kuzushi e quindi provò ad applicare nel randori prima il kuzushi e poi il waza. Iikubo-sensei era uno specialista di nage-waza della Kito-ryu, ma stranamente non riusciva a proiettare Kano poiché questi aveva già capito profondamente il principio del kuzushi. Dopo quest’esperienza Kano incominciò ad insegnare roppo-no-kuzushi (kuzushi in 6 direzioni) e happo-no-kuzushi (kuzushi in 8 direzioni) al Kodokan.
Dopo un po’ Kano riportò i risultati della sua ricerca ad Iikubo-sensei e questi ne confermò la validità. Di conseguenza suggerì a Jigoro Kano di fare randori con avversari più giovani mentre lui stesso non praticò più randori con Kano, finché un giorno gli consegnò il diploma della Kito-ryu insieme ad altre pergamene.

(Toshiro Daigo)

Intorno al 1880 Jigoro Kano ha iniziato a ripensare le tecniche di jujutsu che aveva imparato. Vide che combinando le migliori tecniche di varie scuole in un unico sistema avrebbe potuto creare un programma di educazione fisica che incarnava l’abilità mentale e fisica. Inoltre credeva che, una volta omesse le tecniche più pericolose, il jujutsu potesse essere praticato come sport competitivo.

Tempio Eisho

L’ingresso del tempio di Eisho, il luogo dove è nato il Judo Kodokan

Nel 1882 si trasferì nel Tempio shintoista di Eisho sito nel quartiere Shimoya di Tokyo, e lì attrezzò una piccola sala di dodici tatami (12×18 metri), per la pratica del jujutsu, aprirla anche ad altri studenti fu cosa quasi automatica.
Questa data, 5 giugno 1882, 15° anno dell’era Meiji, viene ufficialmente considerata la data di nascita del Kodokan, presso cui, il primo anno, si iscrissero nove allievi fra i quali il leggendario Shiro Saigo.
Tsunejiro Tomita, servitore di Kano, fu il primo allievo ad essere iscritto al Kodokan.
Il jujutsu insegnato da Kano era però qualcosa di profondamente diverso nella tecnica e nelle finalità da quello comunemente conosciuto, inoltre, vista la scarsa considerazione di cui quest’arte godeva, era bene darsi una nuova immagine.
Kano scelse per il suo metodo il nome di judo, ma per distinguersi da un’altra scuola, Jikishin-ryu, che aveva usato questo termine, completò il nome in Judo Kodokan.
Il termine Kodokan si divide in ko (lezione, studio, metodo), do (Via, percorso), e kan (sala o luogo). Quindi significa “luogo dove studiare la Via”. Allo stesso modo judo si scompone in ju (dolce, flessibile, cedevole) e do (Via, percorso) quindi la Via della flessibilità.
La devozione di Kano per il judo non ha interferito con il suo progresso accademico. Ha proseguito i suoi studi di letteratura, politica e economia politica, e si è laureato all’Università Imperiale di Tokyo nel 1881.
Jigoro Kano lavorò duramente per l’affermazione e la diffusione della sua creazione, lottando contro i pregiudizi e le derisioni delle altre scuole che consideravano inefficace il suo metodo; fu un periodo di battaglie epiche, il periodo del “Dojo Jaburi”, un’antica usanza secondo la quale una scuola poteva recarsi presso un altro Dojo, sfidarne il Maestro ed i migliori allievi e misurarsi con loro.
Se gli sfidanti vincevano, avevano il diritto di distruggere le insegne del Dojo perdente, mettendolo in ridicolo e screditandolo pubblicamente.

Shitenno- Yokoyama Sakujiro , Saigo Shiro, Tomita Tsunejiro e Yamashita Yoshitsugu

Gli shitenno (i magnifici 4) allievi di Jigoro Kano: Yokoyama, Saigo, Tomita e Yamashita

Il Kodokan fu oggetto di svariati Dojo Jaburi, ma, grazie a figure leggendarie come Tsunejiro Tomita, Shiro Saigo, Yamashita Yoshiaki e Yokoyama Sakujiro, ne uscì sempre a testa alta.
La vittoria definitiva giunse nel 1886 quando, a causa della rivalità tra le scuole di jujutsu e judo, fu organizzato, dal comandante della Polizia Metropolitana di Tokyo, un torneo per determinare l’arte superiore. Il Kodokan sconfisse in un match epico una delle più famose scuole di jujutsu, quella di Hikosuke Totsuka; questo sancì la supremazia non solo morale ma anche tecnica del Kodokan che da allora si espanse sempre più, cambiando varie sedi.
Sezioni del Kodokan furono aperte a Nirayama, Edajima e Kyoto.
La categorizzazione del Judo Kodokan è stata completata circa 1887. La sua struttura come arte marziale era tale da poter essere praticato come sport competitivo. Colpi, calci, certe leve articolari, e altre tecniche troppo pericolose per le competizioni, venivano insegnate solo agli ordini superiori.
Il Kodokan e il judo si imposero e il dojo di Tokyo si ingrandiva di anno in anno. In pochi anni il metodo di Jigoro Kano catturò l’attenzione del Ministero dell’Istruzione nipponico.
Quest’ultimo cominciò a prendere in considerazione i meriti delle varie scuole di jujutsu con l’intento di inserire questa arte marziale tra le materie di studio accanto alla educazione fisica. Ben presto il judo divenne materia integrante di studio nelle Scuole di tutto il Paese, e dovunque in Giappone si tenevano gare di judo.
A partire dal 1889 Jigoro Kano lascia il Giappone per visitare l’Europa e gli Stati Uniti. Ha viaggiato all’estero otto volte per insegnare judo e più volte per partecipare alle Olimpiadi e le riunioni di commissione. Spesso a fronte di estremo disagio, molti degli studenti di Jigoro Kano dedicarono la loro vita a sviluppare judo in paesi stranieri.
I migliori allievi cominciarono a viaggiare per il mondo: Yamashita andò in America; in Inghilterra troviamo Gunji Koizumi (Maestro di jujutsu poi convertito al judo), in Francia Kawaishi (che elaborò un suo personalissimo metodo tutt’oggi famoso): più tardi (è quasi storia attuale) Ichiro Abe e Michigami sempre in Francia, Ken Noritomo Otani, Tadashi Koike, e Katsuyoshi Takata in Italia.

Sei Ryoku Zen Yo e Ji Ta Kyo Ei

Sei Ryoku Zen Yo e Ji Ta Kyo Ei, le massime fondamentali del judo kodokan

Le massime fondamentali del Judo Kodokan, Sei Ryoku Zen Yo (massima efficienza con il minimo sforzo) e Ji Ta Kyo Ei (prosperità e mutuo benessere), sottolineano la formazione morale e spirituale, oltre alla preparazione fisica di judo. Il fine ultimo del judo era la perfezione dell’individuo in modo che potesse essere di valore per la società. Questa fase spirituale sviluppata gradualmente fu completata intorno al 1922, nello stesso anno venne fondata la Kodokan Judo Cultural Society.
Nel corso della sua vita, Jigoro Kano ha conseguito un dottorato in judo, un grado equivalente al dodicesimo dan, assegnato solamente all’ideatore del Judo Kodokan. Ha sempre lavorato per garantire lo sviluppo dell’atletica e lo sport giapponese in generale, e di conseguenza è spesso chiamato il “Padre degli sports giapponesi”. Nel 1935, gli è stato conferito il premio Asahi per il suo eccezionale contributo all’organizzazione dello sport in Giappone durante la sua vita.
Mentre tornava a casa da una riunione del CIO al Cairo, dove riuscì ad avere Tokyo designato come sito per le Olimpiadi 1940, e dopo una vita dedicata al judo, Jigoro Kano morì di polmonite a bordo della SS Hikawa Maru il 4 maggio 1938, all’età di 78 anni.
Ci ha lasciato in eredità la sua meravigliosa creatura: continuiamo a nutrirla con amore.

Gunji Koizumi

Il padre del judo britannico

(8 luglio 1885 – 15 aprile 1965)

Il judo ha la natura dell’acqua

L’acqua scorre per raggiungere un livello equilibrato.
Non ha forma propria, ma prende quella del recipiente che la contiene.
È indomabile e penetra ovunque.
È permanente ed eterna come lo spazio e il tempo.
Invisibile allo stato di vapore,
ha tuttavia la potenza di spaccare la crosta della terra.
Solidificata in un ghiacciaio, ha la durezza della roccia.
Rende innumerevoli servigi e la sua utilità non ha limiti.
Eccola, turbinante nelle cascate del Niagara,
calma nella superficie di un lago,
minacciosa in un torrente
o dissetante in una fresca sorgente scoperta un giorno d’estate.

Questo è il principio del judo.

Il Maestro Gunji Koizumi scrisse questa lirica presumibilmente dopo l’incontro avuto col Maestro Jigoro Kano. Questo grande evento avvenne in Inghilterra nel 1920. Di certo risulta che, in passato, molti Maestri, studiosi, hanno cercato di attribuire all’ideogramma “ju” diversi significati, quali ad esempio: morbido, debole, trattabile, sottomesso, gentile, armonioso, cedevole, adattabile, ecc.. Le traduzioni più significative del “ju” acquisite allora dalle più importanti scuole di jujutsu erano “contrapposto al duro” o “adattabile”. Questo “principio di adattabilità” (ju-no-ri), che anche il Prof. Kano studiò a fondo nei suoi aspetti pratici, suggerì al Maestro Gunji Koizumi la meravigliosa poesia: “Il judo ha la natura dell’acqua”.
Il Maestro Gunji Koizumi, era affettuosamente chiamato “G. K.” e a buon diritto è ritenuto il “Padre del Judo Britannico”.
Uomo di immancabile cortesia, i suoi due tratti più rilevanti erano l’assoluta integrità morale e la ferrea determinazione. Era un uomo elegante non solo nell’aspetto, ma anche nel comportamento.
Koizumi è nato l’8 luglio 1885, nel villaggio di Komatsuka Oaza, circa 20 miglia a nord di Tokyo, nella Prefettura di Ibaraki, Giappone. Egli era il figlio minore di un contadino, Shukici Koizumi, e sua moglie Katsu. Aveva un fratello maggiore, Chiyokichi e una sorella minore, Iku.
Nel 1897, all’età di 12 anni, Koizumi ha iniziato la formazione nell’arte del kenjutsu a scuola ed in quegli anni inizia, di sua spontanea volontà, ad imparare l’inglese da un vicino che aveva trascorso qualche tempo in America.
In quanto figlio più giovane della famiglia, Koizumi aveva l’opzione di aprire una propria azienda o andare in adozione ad una famiglia senza un erede maschio, secondo i costumi dell’epoca in Giappone, ma a Koizumi non piaceva nessuna delle due ipotesi. Nel luglio del 1900, poco prima di compiere 15 anni, lascia la sua casa per cercare fortuna a Tokyo, dove si iscrive come telegrafista tirocinante nell’ambito di un programma del governo. Nel 1901, ha iniziato a praticare il jujutsu sotto la guida del Maestro Tago Nobushige alla Tenshin Shin’yo-ryu. Una volta qualificato come telegrafista ha lavorato per un po’ a Tokyo prima di prendere un lavoro alle ferrovie in Corea. Nel 1904, si allena sotto la guida del Maestro Yamada Nobukatsu, un ex samurai. A questo punto, Gunji Koizumi aveva deciso che voleva studiare l’elettricità, e che il posto migliore per farlo erano gli Stati Uniti d’America. Viaggia attraverso Shanghai, Hong Kong, Singapore e India. A Singapore, nel 1905, studia con il Maestro Tsunejiro Akishima.
Il 4 maggio 1906, con un bagaglio tecnico di arti marziali vastissimo (in special maniera per il kenjutsu) per i suoi precedenti studi, Gunji Koizumi è arrivato a Mostyn, Galles del Nord, a bordo della SS Romsford. Si è poi recato a Liverpool, dove ha assunto la carica di docente presso la Kara Ashikaga Jujitsu School, per poi spostarsi a sud, a Londra, dove ha collaborato con l’istruttore Sadakazu Uyenishi al Bartitsu Club. Durante questo periodo Koizumi ha anche insegnato jujutsu al Politecnico di Londra e per il Royal Naval Volunteer Reserve. Dopo diversi mesi, partì per New York, arrivando a maggio 1907, ed assicurandosi un lavoro nella Railway Company Newark Public Service, ma dopo alcuni anni, insoddisfatto della vita negli Stati Uniti, torna in Inghilterra nel 1910. Tenta di avviare una società di illuminazione elettrica a Vauxhall Road, Londra, ma mancano i fondi sufficienti.

Nel 1918, a proprie spese, Koizumi apre a Londra il Budokwai per lo studio e la pratica del jujutsu, del kenjutsu e altre arti marziali; e fin da allora il Budokway è stato il centro riconosciuto del Judo Britannico e mèta di numerosissimi judoka del continente.

Yukio Tani

Yukio Tani (1881–1950)

Nel 1920, Jigoro Kano, fondatore del Judo Kodokan, durante il viaggio verso le Olimpiadi di Anversa, visita il Budokwai. Dopo alcune discussioni, Koizumi e Yukio Tani (un altro istruttore del Budokwai), influenzati dalle finalità educative del Metodo Kano, decidono di cambiare il loro sistema di insegnamento ed aderiscono al Kodokan, e Kano, in riconoscimento della loro tecnica assegna ad entrambi il grado di 2° Dan e da allora in poi il judo entra a far parte dei programmi di insegnamento del Budokwai di Londra sancendo di fatto la nascita del judo britannico.
Nel 1948 viene costituita la British Judo Association (BJA) con Gunji Koizumi come Presidente. L’intento era quello di unificare il judo britannico e di stabilire un metodo che potesse produrre campioni di judo di livello internazionale.
Lo stesso anno, sempre su iniziativa del Budokwai, in occasione dei Giochi della XIV Olimpiade di Londra, fu convocata una conferenza internazionale presso il New Imperial College a South Kensington. Parteciparono le federazioni di Gran Bretagna, Italia, Paesi Bassi e Svizzera che decisero di costituire la European Judo Union (EJU).
Sempre nel 1948 Koizumi raggiunge il grado di 6° Dan.

Sede Budokwai fondato nel 1918 da Gunji Koizumi

L’attuale sede del Budokwai, fondato nel 1918 da Gunji Koizumi.

Nel 1951, anno dei Primi Campionati Europei di Judo il Maestro Gunji Koizumi è graduato 7° Dan.
Il 19 settembre 1954, il Budokwai si trasferisce in nuovi locali più ampi. Poco dopo, Gunji Koizumi tornò in Giappone per la prima volta dopo 50 anni. La sorella, i parenti ed una delegazione del Kodokan guidata dal suo Presidente Risei Kano (uno dei figli di Jigoro Kano), lo hanno ricevuto in aeroporto. Trattato come un ospite d’onore al Kodokan, finita la sua visita Koizumi torna nel Regno Unito.
Il 15 aprile 1965, il Maestro Gunji Koizumi muore suicida. Viene trovato nella sua casa con addosso il suo vestito migliore, seduto nella sua poltrona preferita, accanto alla stufa a gas e con un sacchetto di plastica sulla testa.
La morte di Koizumi ha scioccato la comunità del judo di tutto il mondo causando molte polemiche. Alcuni considerano il suo suicidio disonorevole, mentre altri sostengono che la sua morte rispecchi quella di un onorevole samurai. Grant (1965) ha indicato che Koizumi era stato promosso a 8° Dan prima di morire, ma Fromm e Soames (1982) hanno dichiarato che il Kodokan lo promosse a 8° Dan postumo.
Negli ultimi anni della sua vita, considerandosi “a riposo” amava definirsi esperto in kuchi-waza (tecnica del parlare).