Home » Storia

Storia

Storia del taijiquan

Dalle origini delle arti marziali alla nascita e sviluppo del taijiquan

Benché facciano parte di un’unica energia, è possibile distinguere il vuoto e il pieno. Per natura, ogni attitudine fisica, ogni movimento, ogni applicazione possiede un suo vuoto e un suo pieno. La trasformazione consiste nel vuotare ciò che è pieno e riempire ciò che è vuoto, il tutto conservando l’unità fondamentale dell’energia.

Zhang Sanfeng (1127-1279)

Origini delle arti marziali in Cina

Zhang Sanfeng

Il monaco taoista Zhang Sanfeng in una stampa d’epoca

In Cina il rapporto tra esercizio fisico e medicina terapeutica ha preceduto di gran lunga la nascita delle arti marziali, e ciò che i cinesi hanno sviluppato intorno alla cultura fisica ha avuto inizio prima che la storia venisse documentata attraverso fonti ufficiali. Esempi espliciti di tali relazioni possono essere facilmente riscontrabili nei testi di medicina tradizionale ove sono descritte molte delle teorie che costituiscono la base del taijiquan. Così come ad esempio nella medicina terapeutica e preventiva si sono sviluppati esercizi fisici che hanno tratto il loro spunto da alcune posizioni animali, molte sono le tecniche che anche nel taijiquan prendono il nome da questi.
Bodhidharma

Bodhidharma (483 circa – 540)

La storia delle arti marziali ha inizio con Bodhidharma (Ta-mo in cinese, Daruma in giapponese) che, originario dell’India, estese il buddismo oltre i confini cinesi. Ideatore di alcuni esercizi fisici, che avevano come obiettivo quello di aiutare i monaci che passavano la maggiro parte del loro tempo in meditazione sedentaria, legò inseparabilmente il proprio nome a colui che diede l’avvio alle arti marziali esterne. Tale ipotesi leggendaria si è sviluppata inoltre in considerazione del fatto che un metodo di autodifesa, in momenti di disordine e banditismo, potesse rappresentare per i monaci un elemento importante per la sopravvivenza stessa.

Così come i buddisti avevano trovato in Bodhidharma il loro eroe leggendario anche i taoisti trovarono, più tardi, con Zhang Sanfeng la figura mitica che diede origine agli stili interni. Fu così che mentre Bodhidharma venne identificato come l’ideatore dello stile shaolinquan, Zhang Sanfeng venne associato alla nascita del taijiquan.

La nascita del taijiquan

Zhang Sanfeng - La gru e il Serpente

La leggenda narra che Zhang Sanfeng ebbe la prima ispirazione sul Taiji osservando il combattimento
tra una gru e un serpente. La gru attaccava dall’alto ripetutamente ma il serpente
con il suo movimento fluido e circolare schivava i potenti colpi del nemico alato.

Numerose sono le teorie succedutesi intorno alle origini del taijiquan e difficile risulta una netta separazione tra fantasia e realtà. Molti sono coloro che nel passato hanno ricordato il leggendario monaco taoista Zhang Sanfeng come il padre del Taijiquan. Le leggende narrate intorno a tale figura sono molte ma tutte concordano nel ritenere che egli sia vissuto sui monti Wudang in un periodo compreso tra il XII e il XV secolo.

Altre fonti ancora fanno risalire il taijiquan al periodo tang, tra l’ottavo e il nono secolo. Questa seconda ipotesi fa riferimento a scuole di arti marziali diverse successivamente unificate da Zhang Sanfeng.

Una terza ipotesi riporta a Wang Zongyue e lo indica il fondatore del taijiquan. Le storie raccontate attorno a tale personaggio lo descrivono come girovago e avventuriero proveniente dalla provincia di Shanxi. Durante i suoi spostamenti sembrerebbe si sia fermato in uno dei villaggi Chen nella provincia di Henan in un periodo intorno al XVIII secolo. Fermatosi nel villaggio di Chenjiagou avrebbe insegnato il taijiquan ad alcuni componenti della famiglia Chen, ma la storia non racconta dove egli avesse appreso l’arte del taijiquan né chi gliela avesse trasmessa.

Chen Wangting

Statua di Chen Wangting

La quarta ipotesi, che viene oggi considerata come la più accreditata, indica in Chen Wangting ( colui che a cavallo dei secoli XVI e XVII diede origine all’evoluzione del taijiquan.
Chen Wangting (1580-1660), nato nel villaggio di Chenjiagou tra la fine del periodo Ming e l’inizio di quello Quing, era considerato un uomo di cultura e un guerriero professionista che aveva al proprio comando una guarnigione nella contea di Wen. È con lui che si delinea la prima documentazione storica sulle origini del taijiquan. Studioso di molte arti da combattimento, trasmise alle arti marziali della famiglia l’applicazione dell’energia interna “Daovin” e i metodi della respirazione “Tuna”, caratteristiche del patrimonio esoterico taoista “Qigong”.
Ulteriori contributi che apportò alle arti marziali sono stati lo sviluppo di movimenti a spirale e la creazione degli esercizi di spinta con le mani “Tuishou”. A lui si devono l’acquisizione del rilassamento nelle arti marziali quale veicolo di forza e di energia interna.
Di sua creazione furono cinque forme di “Toutao Quan”, antico nome del taijiquan, una forma di Chang Quan e cinque forme di Paocui, così come l’ideazione di alcune forme con la spada e la lancia.

Oltre a quelle citate altre teorie sono state scritte sulle origini del taijiquan, ma il quadro cronologico che delinea la successione delle figure più rappresentative, presentate ufficialmente dalla Cina, indica Chen Wangting come il più accreditato fondatore del taijiquan.

La famiglia Chen e lo sviluppo del taijiquan

Chen Changxing (1771-1853)

Chen Changxing (1771-1853)

Chen Changxing (1771-1853), discendente di Chen Wangting, ebbe anch’egli un ruolo importante nella storia del taijiquan: fu il primo a diffondere lo stile all’esterno della famiglia Chen. Vissuto tra il 1771 e il 1853 ebbe molti discepoli tra i quali Yang Luchan, proveniente dalla provincia dello Hubei, che in seguito fondò la scuola Yang.

Un altro componente della famiglia, Chen Zhongxing (1809-1871), ricoprì un ruolo importante nella lotta contro alcuni clan che fomentavano sollevamenti popolari e anti Manciù. I clan dei Taiping e dei Nian che alla testa di migliaia di persone attaccarono il villaggio di Chenjiagou furono respinti da Chen Zhongxing e dai suoi compagni.
Chen Zhongxing, noto per la sua bravura nelle tecniche di combattimento, guidò più volte i contadini del proprio villaggio contro le bande legate a società segrete che intendevano rovesciare il governo imperiale dei Manciù. Molti furono i villaggi che dovettero difendersi da movimenti destabilizzanti e fu così che i membri della famiglia Chen, tramandandosi le tradizioni di generazione in generazione, si dedicarono alle arti marziali e allo sviluppo del taijiquan.

La famiglia Yang e la diffusione del taijiquan

Se il villaggio di Chenjiagou con la famiglia Chen è stato considerato il tempio del taijiquan, la famiglia Yang è stata sicuramente la fautrice della sua diffusione.

Yang Luchan (1789-1872)

Yang Luchan (1789-1872)

Yang Luchan (1789-1872), prestò servizio come servitore presso la famiglia Chen e di nascosto seguì gli insegnamenti che Chen Changxing tramandava ai propri figli. Scoperto da Chen Changxing, che rimase sorpreso dalla bravura conseguita da Yang Luchan, gli fu concesso di partecipare agli insegnamenti che sino ad allora erano stati gelosamente riservati ai soli membri della famiglia.
Dopo essere tornato nel proprio paese natale nello Hebei, dove insegnò il taijiquan per un certo periodo, si traferì a Pechino dove fondò la scuola di Taiji Yang. Sfidato da maestri appartenenti ad altre scuole viene ricordato come invincibile e di lui si raccontano episodi dai contorni straordinari.

I tre figli di Yang Luchan sistematizzarono ognuno modalità diverse d’insegnamento: Yang Banhou (1837-1892) diede origine alla piccola concatenazione; Yang Jianhou (1839-1917) alla media concatenazione e Yang Fenghou (1835-1861) continuò a praticare la grande concatenazione ereditata dal padre.

Yang Chengfu (1883-1936), nipote di Yang Luchan e figlio di Yang Jianhou, estese la conoscenza del taijiquan in tutta la Cina.

In tale periodo il taijiquan subì grandi trasformazioni diventando sempre più una tecnica per il mantenimento della salute psicofisica, perdendo via via la sua natura marziale di esclusiva tecnica di combattimento.

Un ulteriore apporto alla diffusione del taijiquan va attribuita a Chen Weiming, allievo di Yang Chengfu. Nel 1915 Chen Weiming conobbe a Pechino Sun Lutang (1860-1933) che più tardi fondò uno stile di taijiquan chiamato Sun. Fu proprio grazie a questo incontro che Chen Weiming poté entrare in contatto con Yang Chengfu che in seguito divenne il suo maestro. Nel 1924 Chen Weiming si stabilì a Shanghai dove fondò una società per la diffusione del taijiquan di stile Yang.

Altri maestri si trasferirono dalle campagne alle grandi città e numerosi furono gli allievi che iniziarono a frequentare le scuole di taijiquan, alcuni di loro divennero a loro volta buoni insegnanti e finirono per fondare vere e proprie associazioni o per insegnare taijiquan nei parchi. All’inizio degli anni ’30 l’insegnamento del taijiquan fu introdotto in alcune scuole pubbliche e negli istituti di educazione fisica.

Sun Lutang (1860-1933)

Sun Lutang (1860-1933)

La scuola di stile Sun fu creata da Sun Lutang che sistematizzò uno stile di taijiquan in cui le tecniche risultano più dure che nella scuola Yang. Sun Lutang esperto di stili interni quali il “Bagua quan” e lo “Xingyi quan” fuse insieme questi due stili con il taijiquan dando origine a uno stile del tutto particolare. Tale scuola si diffuse soprattutto nelle provincie dello Hebei e dello Jiangsu.

Le scuole dello stile Wu sono due in quanto sono omonimi i due fondatori che le hanno create. Una fu fondata da Wu Yuxiang (1812-1880) che studiò con Yang Luchan e Chen Qingping e la seconda fu fondata da Wu Jianquan (1870-1942) della provincia dello Hebei; suo maestro fu il padre Wu Quanyou, già allievo di Yang Banhou, primogenito di Yang Luchan. Avendo studiato la piccola concatenazione dove i movimenti risultano più contratti trasmise questa connotazione allo stile Wu, imprimendo al corpo posizioni più inclinate rispetto allo stile Yang.

Wu Jianquan diventò insegnante di arti marziali delle guardie del palazzo presidenziale e in seguito fu chiamato a insegnare nella scuola di Educazione Fisica di Pechino e a Shanghai, dove diresse la locale Associazione delle Arti Marziali.

Chen Fake (1887-1957)

Chen Fake (1887-1957)

Indipendentemente dalle variazioni adottate gli stili menzionati hanno in comune la stessa matrice: lo stile Chen. Tra gli eredi più prestigiosi dello stile che hanno contribuito alla diffusione di tale patrimonio spicca sicuramente Chen Fake (1887-1957) rappresentante della XVII generazione. Chen Fake, che considerava la propria conoscenza come patrimonio ereditario familiare, approdò a Pechino nel 1928 dove venne sfidato più volte dai migliori combattenti del momento. La gente rimase stupita dalla velocità e potenza che accompagnavano le sue tecniche e l’ammirazione dei cinesi verso la sua imbattibilità e la sua capacità di sbarazzarsi degli avversari fu tale che Chen Fake venne sommerso di richieste d’insegnamento e decise di stabilirsi a Pechino.

In tempi più recenti, con l’instaurarsi della Repubblica Popolare Cinese, il taijiquan è diventato sempre più un metodo di terapia finalizzato al mantenimento della salute e ha perdurato quasi definitivamente il proprio aspetto marziale. Parallelamente, per gli stili più rappresentativi, il Comitato Sportivo Nazionale ha codificato alcune forme diminuendone il numero di tecniche e semplificandone talune parti. Negli ultimi decenni sono state infatti create sequenze composte da ventiquattro movimenti definite “forme da gara”.

Con la fine del periodo più “oscuro”, in cui gli effetti della politica del governo centrale hanno condizionato pesantemente la maggior parte delle attività tradizionali, restringendone il campo, si sta assistendo oggi al recupero delle arti marziali tradizionali dentro e fuori la Cina.
Molti sono coloro che si recano in Cina per motivi di studio e sempre più numerosi sono i maestri che dalla Cina raggiungono l’occidente per diffondere l’arte del taijiquan.

Storia del karate

Dall'isola di Okinawa alla diffusione in Giappone e nel mondo

Premessa

Isole Ryukyu

Isole Ryukyu

Il karate nasce, secondo la storia più accreditata, in una piccola lingua d’isole che collegano le isole maggiori del Giappone meridionale alla famosa isola sotto le coste cinesi di nome Taiwan. I giapponesi indicano queste isole col nome d’isole Ryukyu.
Okinawa, la più grande e importante isola della catena delle Ryukyu, si trova nel mare della Cina orientale a circa 550 chilometri a sud della principale isola meridionale del Giappone, a 550 km a nord di Taiwan e 740 chilometri a est del continente cinese. Si tratta di una piccola isola di 1250 km² circa (un settimo della Corsica), lunga 108 km e variabile tra 5 e 24 km di larghezza. Il clima marino subtropicale risente della calda corrente Kuroshio, proveniente dalle Filippine, che è anche la causa dei tifoni che infuriano tra marzo e settembre. Il nord dell’isola è boscoso ed è scarsamente abitato, mentre la parte sud che ha ultimamente conosciuto un boom economico, vanta diverse città cosmopolite: capoluogo è la città di Naha, da sempre il porto commerciale più importante di Okinawa. La Naha attuale comprende la veccia città di Naha, e i villaggi di Shuri e Tomari, famosi per essere stati i luoghi di nascita e di sviluppo del karate.
La posizione geografica vede l’isola di Okinawa a mezza via tra il Giappone e la costa Cinese di Fujian: il profondo influsso di queste due culture è palese in ogni aspetto della vita e della cultura okinawense. Il karate ne è forse la prova più evidente e famosa. Per una corretta comprensione della nascita e dello sviluppo di quest’arte, bisognerà sempre tenere a mente la peculiarità strategica e culturale della posizione geografica di Okinawa.

Okinawa oggi sostiene una popolazione di un milione di persone che vivono principalmente nel sud come a nord.
Anche se ci sono prove di eventi storici che risalgono a più di 1000 anni fa, sfortunatamente non esistono dati che ci forniscano una storia definitiva del karate. L’insufficiente documentazione scritta sul karate e sulla tradizione, costringe gli studiosi a basare le loro interpretazioni su informazioni frammentarie raccolte da documenti storici e da tradizioni orali fino al XIX secolo, dove la storia è più chiaramente documentata.

Mappa Okinawa

Mappa Okinawa

Si ritiene che i primi abitanti di Okinawa non provenissero solo dalla Cina, ma anche dalle isole settentrionali del Giappone e dall’Asia meridionale. Gli abitanti di Okinawa, quindi, assomigliano ai giapponesi più che agli altri popoli asiatici, ma molti di loro hanno sangue malese e polinesiano. D’altra parte studi archeologici dimostrano che la penetrazione di culture diverse da quella cinese e siano continuate sino al 300 A.C.
L’analisi della storia dell’isola di Okinawa è necessaria per comprendere lo sviluppo di quest’arte marziale attraverso i fattori sociali che hanno influenzato l’evoluzione degli stili più antichi.
Primo fra tutti va rilevata l’importanza delle relazioni con la Cina per lo sviluppo della società delle isole Ryukyu. Questa influenza fornì importanti elementi di confronto culturale, politico ed economico.
Sotto questa forte influenza era impossibile pensare che non fosse trasmessa anche l’arte della lotta cinese.
Nel periodo in cui le Arti Marziali cominciavano a svilupparsi, il popolo di Okinawa, viveva in modo molto semplice sostenuto da una forma di agricoltura rozza, dalla pesca e dallo sfruttamento delle conchiglie marine per l’artigianato e come monete di scambio.
Probabilmente esistevano già a Okinawa forme di combattimento autoctone a mani nude e conosciute, per differenziarle dal kobudo (lotta con le armi), col nome di Okinawa-te (la mano di Okinawa) o più semplicemente “Te” (letteralmente “mano”).
Per molti secoli Okinawa mantenne rapporti commerciali con la provincia di Fujian e fu così, probabilmente, che le forme di combattimento autoctone, furono influenzate dalle forme di combattimento cinesi.
Inizialmente dal quanfa cinese, e in seguito dai metodi di boxe cinesi, principalmente dallo shaolinquan o shorinji kenpo (letteralmente “Pugilato della Giovane Foresta”), stile noto come “kenpo indiano” e presente in India circa 5000 anni fa, e diffuso in Cina intorno al 520 d.C. grazie a Bodhidharma che lo insegnò, secondo la tradizione, nel monastero shaolin-si (shorin-ji in giapponese).

Il periodo dei tre Regni e le influenze cinesi sullo sviluppo del karate-do

I primi contatti documentati tra gli abitanti di Okinawa e la Cina avvennero nel 607, durante la dinastia Sui, in una delle spedizioni all’est organizzate dall’imperatore Yang Chien alla ricerca della leggendaria “terra dei felici immortali”. I Cinesi scoprirono invece le Ryukyu (Liu Ch’iu in cinese).
Tuttavia essendo incapaci di comprendere il dialetto di Okinawa (Hogan), gli inviati cinesi fecero ritorno senza aver potuto stabilire accordi sostanziali.
Le continue invasioni militari da parte del Giappone che durarono dal sesto al nono secolo d.C. stimolarono, per cause di forza maggiore, il popolo nativo a organizzarsi in gruppi di villaggi comandati da singoli capi.

I tre regni di Okinawa

I tre regni di Okinawa

Verso il 1340, Okinawa si ritrovò disunita. I piccoli domini sparsi sull’isola furono unificati e si crearono così tre regni rivali: Hokuzan (Montagna settentrionale), Chuzan (Montagna centrale) e Nanzan (Montagna meridionale).
Questo fu conosciuto come il periodo dei Tre Regni o Sanzan-jidai (Periodo delle tre montagne), durante il quale avvenne la rivoluzione agraria conseguente all’introduzione di utensili di ferro.
Hokuzan, che costituiva gra parte della metà settentrionale dell’isola, era il più grande in termini di superficie e militarmente forte, ma era economicamente il più debole dei tre. Nanzan comprendeva la porzione meridionale dell’isola. Chuzan era situato al centro dell’isola, ed era il più forte economicamente. La sua capitale politica di Shuri confinava con il grande porto commerciale di Naha e con il centro della culturale tradizionale cinese, Kumemura. Queste località, e Chuzan nel suo complesso, avrebbero continuato a formare il centro delle Ryukyu fino alla sua abolizione.
Dopo il contatto fallito nel 607, i rapporti fra Okinawa e la Cina riprendono nel 1372, durante la dinastia Ming, quando Satto leader di Chuzan, il più potente dei tre regni rivali di Okinawa, incontra Yang Zai, sapposhi (rappresentante speciale) dell’imperatore cinese Hongwu. Satto vede il valore di un rapporto con i cinesi e instaura un’alleanza accompagnata da un partenariato fiscale.
Toccando terra a Maki-minato (Porto Maki) l’inviato imperiale tracciò un profilo dell’unificazione e dell’onnipotenza della Cina. Il rappresentante Ming consigliò a Chuzan di diventare una colonia tributaria e di far progetti per accogliere i cinesi.
Avendo in precedenza fruito di un commercio limitato, ma non ufficiale, con la provincia del Fujian, Satto colse al volo quest’opportunità e alla fine si dichiarò disposto ad accettare la richiesta. Nel 1374 mandò suo fratello minore Taiki a Nanjing, come leader di una missione per definire formalmente il patto tributario e le relazioni commerciali con la Cina.

Imperatore Hongwu

Ritratto dell’Imperatore Hongwu (1328-1398)

L’imperatore Hongwu accettò i loro doni e li rimandò indietro con una varietà di doni provenienti dalla Cina, tra cui un sigillo reale che serviva come simbolo d’investitura.
Un funzionario cinese accompagnò la missione di ritorno, e per conto della corte imperiale, nominò ufficialmente Satto re di Okinawa.
La Cina forniva navi per le attività commerciali marittime delle Ryukyu permettendo al regno di commerciare ufficialmente nei porti Ming e consentendo a un numero limitato di Ryukyuani di studiare all’Accademia Imperiale di Pechino, dove poterono apprendere la cultura, l’arte e le scienze cinesi. In tal modo molto abitanti di Okinawa divennero ospiti abituali della Capitale e della vita di corte in Cina, imparandone le tradizioni.
Complessivamente, 150 viaggi tra il regno e l’Asia sud-orientale su navi ryukyuane furono annotati nel Rekidai Hoan, un registro ufficiale di documenti diplomatici compilato dal regno, che ebbero luogo tra il 1424 e il 1630, con 61 di essi diretti in Siam, 10 a Malacca, 10 a Pattani e 8 a Java, tra gli altri.
Per la storia del karate, questo rappresenta la prima pietra del ponte attraverso il quale l’arte della lotta cinese giungerà a Okinawa.
L’Okinawa-te, lotta a mani nude che era praticata nelle isole Ryukyu, subì profonde modifiche quando venne a contatto con lo shaolinquan, arte di cui erano studiosi molti militari di alto rango presenti tra gli inviati dell’imperatore cinese, che con le loro dimostrazioni influenzarono i pari grado dell’isola di Okinawa.
Nel 1393 l’imperatore cinese donò a Okinawa l’aiuto di un gruppo di artigiani e commercianti, provenienti dalla provincia di Fujian della Cina, per stabilire un insediamento permanente nel villaggio di Kume, nel distretto Kuninda di Naha. L’enclave cinese, al quale si fa ora riferimento con il nome di “Trentasei Famiglie di Kume” dal villaggio di Kume, nel distretto di Kuninda di Naha, nel quale gli inviati risiedono. Il loro compito consisteva nel diffondere a Okinawa la cultura cinese: scrittura, religione, arte, tecniche di costruzione e di lavorazione dei materiali. Tra loro c’erano dei maestri di kenpo i quali condivisero le loro conoscenze con alcune famiglie di Naha. La pratica di queste tecniche era trasmessa in segreto, condizione che rimane tale fino alla fine del XIX secolo. Così nel 1400, due forme di sistemi di combattimento senza armi, Okinawa-te e kung fu, coesistono in Okinawa.

Unificazione dei tre Regni e il divieto di uso delle armi

Sho Ashi

Sho Ashi (1371-1439)

Nel 1429, dopo alcune guerre intestine di poco conto, Sho Hashi (1371-1439), re di Chuzan, unifica i tre regni di Okinawa fondando la prima dinastia Sho. Fu questa la premessa del periodo d’oro della storia di Okinawa.
Sorsero attività commerciali e si creò una rete di vie commerciali che si estese non solo verso il Giappone e la Cina, ma fino all’Indocina, la Tailandia, la Malesia, l’Indonesia, il Borneo e le Filippine.
Okinawa divenne così un grande nodo per la distribuzione di legname pregiato, spezie, incensi, corna di animali, avorio, stagno e zucchero provenienti dall’Asia meridionale. Questi prodotti erano scambiati con ceramiche d’arte, prodotti tessili, erbe medicinali e metalli preziosi dal Giappone, Korea e Cina.
I marinai e i commercianti di Okinawa visitarono dunque non soltanto la Cina e Giappone, ma tutti i porti dell’Asia orientale, così che ebbero influenze estremamente importanti per lo sviluppo delle arti marziali.
Un altro fatto di assoluto rilievo storico in questo periodo fu la caduta della dinastia Sho, verso il 1470, che creò un periodo di turbolenza politica e caos che finì solamente con l’avvento della nuova dinastia, sempre Sho, nel 1477. Il nuovo monarca, Sho Shin, pose fine al feudalesimo e fondò uno stato confuciano.
Nel 1507, dovendo affrontare i nobili cavalieri della Guerra, che erano saldamente protetti nei loro castelli, impose, temendo una rivolta contro di lui, il veto sulla libertà di trasportare armi da parte di chiunque, nobile o contadino. La seconda mossa del re fu di sequestrare tutte le armi del paese e custodirle sotto sorveglianza continua nel proprio castello a Shuri. Infine ordinò a tutti gli Anji (la classe nobile), disarmati, di andare a vivere vicino a lui nella capitale del paese.

Castello Shuri

Castello Shuri

Sempre Sho Shin fece erigere nel 1509 il castello di Shuri (Shuri-jo).
L’atto di vietare l’uso delle armi spinse l’arte marziale di Okinawa a svilupparsi per lungo tempo in segreto, nel timore di essere perseguitati per la pratica di questi metodi di combattimento, che per lungo tempo rimasero privilegio dei nobili, e proprio questa segretezza è la causa della scarsità d’informazioni su queste antiche forme.
È interessante notare come questa politica di disarmare e poi “spodestare” i nobili ribelli di Okinawa anticipa scelte analoghe fatte in seguito dal Giappone. Infatti, stesse norme nacquero negli editti di spada di Toyotomi nel 1586 e negli ordini dello Shogun di Tokugawa Ieyasu dove tutti i daimyo (Signori della Guerra) dovettero raccogliersi attorno a lui, a Edo, nella Capitale nel 1634 per meglio tenerli sotto controllo.

L'invasione del clan Satsuma

La fortuna di Okinawa ebbe termine, nel 1598 quando lo shogun Hideyoshi Toyotomi (1536-1598), di umili origini, fu ucciso in modo rocambolesco da un ninja assoldato da un clan rivale.

Satsuma Samurai

Satsuma Samurai

La futile guerra intrapresa da Toyotomi per conquistare la corea servì solo a indebolire i clan fedeli a Toyotomi, fra cui il clan della famiglia Shimazu, cui appartenevano i daimyo dello han di Satsuma, che si estendeva sulle province di Satsuma (l’attuale prefettura di Kagoshima), Osumi e Hyuga, in Giappone.
Shimazu Yoshihiro (1535-1619), diciannovesimo capoclan dei Satsuma, fu daimyo all’epoca della battaglia di Sekigahara, nel 1600, dove fu sconfitto dalle forze di Tokugawa Ieyasu, evento che avrebbe portato alla fondazione dello shogunato Tokugawa e all’assedio di Osaka.
Il successore, Shimazu Tadatsune (1576-1638), detenne il potere durante le prime due decadi del diciassettesimo secolo, e organizzò l’invasione del regno delle Ryukyu nel 1609. Lo shogun Tokugawa permise tale operazione militare poiché era suo desiderio placare gli Shimazu e prevenire la loro potenziale ostilità, dopo averli sconfitti nella battaglia di Sekigahara.
Nel febbraio 1609 il clan Satsuma intraprese la sua campagna contro il regno di Ryukyu. A maggio fu conquistato il castello di Shuri e il re Sho Nei si arrese mettendo fine per sempre all’indipendenza di Okinawa. I signori giapponesi di Satsuma mantennero l’interdizione delle armi istituita dal re di Ryukyu un secolo e mezzo prima e giunsero a stabilire saldamente il loro dominio sull’isola. Integrato nel regime feudale giapponese, il sistema gerarchico di Ryukyu diventò più rigido. Fu stabilita una gerarchia interna che si diversificherà ancora in seguito: nobiltà in tre gradi, vassalli in due gradi, contadini in due gradi. L’arte del combattimento a mano nuda praticata dalla nobiltà sembra aver avuto più che altro il senso di una manifestazione simbolica del suo rango. Tuttavia, nel corso dei secoli XVII e XVIII, i vassalli s’impoverirono e una parte di questi si orientò poco a poco verso l’artigianato o il commercio, e infine verso l’agricoltura, per sopravvivere. Si manifestò una mobilità sociale tra la classe dei vassalli e quella dei contadini, nonostante la gerarchia complessa e rigida esistente a Ryukyu. Possiamo pensare che, con questa mobilità sociale, l’arte dei nobili a poco a poco abbia penetrato gli altri strati sociali; lo testimonierebbe la comparsa di termini come “mano (te) dei vassalli”, “mano degli artigiani”, “mano dei contadini”, avendo il termine “mano” (te) il significato di arte o di tecnica.

Kobudo di Okinawa

Kobudo

La conoscenza del te restava uno dei pochissimi segni di appartenenza passata a un’elevata posizione sociale. Per questo motivo i nobili, ormai divenuti contadini, tramandavano quest’arte a una cerchia ristrettissima di persone, quasi in modo esoterico
Gli abitanti di Okinawa erano in grande svantaggio, a doversi difendere senza armi contro le potenti spade e le tecniche di jujutsu dei Samurai. Lo sforzo di sopravvivere in queste circostanze è stato la causa diretta dello sviluppo del kobudo di Okinawa che conosciamo oggi: il Tonfa, Kama, Sai, nunchaku, Bo, ed Eku-Bo. Queste nuove armi in origine attrezzi agricoli e altri strumenti, divennero armi letali nelle mani degli abitanti di Okinawa. Il vantaggio di utilizzare attrezzi agricoli era non allarmare i samurai durante il loro uso. Tuttavia, se gli abitanti di Okinawa erano sotto attacco, potevano convertire rapidamente i semplici attrezzi agricoli in armi utili ed efficaci contro i guerrieri samurai. Venti anni dopo l’invasione Satsuma, nel 1629, le società di Okinawa-te e kung fu continuarono la propria evoluzione, decidendo di unire i loro stili di combattimento. Quest’unione è stata un tentativo di prendere i vantaggi di entrambi i metodi e creare uno stile più forte ed efficace da utilizzare contro i Samurai.

Lo sviluppo del tode

Nel 1762 una nave tributaria okinawense in rotta verso Satsuma dirottata da un violento tifone approdò sulle coste di Oshima, sull’isola di Shikoku, nella provincia di Tosa (ora prefettura di Kochi). Su quest’isola viveva uno studioso confuciano di nome Ryoen Tobe, che aveva passione per la scrittura.

Oshima Hikki

Oshima Hikki (Ryukyu University Library)

Dopo aver sentito che una nave si era arenata sulla spiaggia, lui entusiasta afferrò il pennello e carta di riso, e raccolse in un diario intitolato Oshima Hikki (l’incidente di Oshima), le testimonianze di un certo numero di funzionari delle Ryukyu, guidati da un intellettuale di nome Shiohira Pechin Seisei.
Il volume include descrizioni della Cina, e circa 60 Ryuka (poesie Ryukyuane), insieme ad altri contenuti.
In sostanza, scrisse tutto ciò che riguardava la nave, il suo equipaggio, e così via.
In un dialogo con Shiohira, che era responsabile per la fornitura di riso del regno, appare per la prima volta in assoluto il nome di un cinese che avrà risonanza mondiale nel mondo del karate: Kusankun, conosciuto anche come Kwang Shang Fu, noto oggi tra gli storici del karate come Kusanku / Kushanku o Koshankun.
Kusanku era un artista marziale cinese, che aveva imparato l’arte del quanfa in Cina da un monaco di Shaolin. Si pensa abbia vissuto gran parte della sua vita nella provincia di Fujian, per arrivare, con un piccolo seguito di allievi, a Okinawa nel 1756, come ambasciatore della dinastia Qing, probabilmente al seguito del sapposhi Guan Kui. A Okinawa egli risiedeva nel villaggio di Kanemura, nei pressi di Naha.
Kusanku, all’interno dell’Oshima Hikki, è descritto come un esperto di kenpo che, secondo la nota, la gente, a quel tempo, chiamava “kumiaijutsu”.
La descrizione dell’abilità nel combattimento di Kusanku aveva meravigliato i presenti. Non solo era in grado di sconfiggere avversari fisicamente più imponenti di lui, ma era solito combattere con una mano poggiata sul petto. Una delle sue manovre preferite era quella di falciare le gambe degli avversari con una presa a forbice.
Anche se la descrizione di Kusanku fatta da Shiohira è abbastanza breve, rimane il documento scritto più affidabile per quanto riguarda l’influenza cinese sulle arti da combattimento a Okinawa. Tuttavia, le due date indicate (1756 e 1762) sono state controllate dai ricercatori, e nessun dato ufficiale di qualsiasi Kusankun / Koshankun / Kushanku è stato trovato né a Pechino né a Fuzhou, che suggerisce che egli non è stato inviato o invitato (almeno non ufficialmente) a Okinawa.
Purché non esistano prove certe che confermino questa tesi, la tradizione orale asserisce che Kusanku fu, per sei anni, uno dei maestri di “Tode” Sakugawa Kanga, fino alla morte di Kusanku, avvenuta intorno al 1762.

Sakugawa "Tode" Kanga

Sakugawa “Tode” Kanga (1733-1815)

“Tode” Sakugawa Kanga (1782-1865) primo maestro ufficialmente riconosciuto a Okinawa, nato con il nome di Teruya Kanga nel villaggio Tori Hori di Shuri, originario di una famiglia nobile di Okinawa ed esperto di Okinawa-te, assunse il nome di Sakugawa una volta elevato al rango di chikudun pechin. Iniziato lo studio delle arti marziali nel 1750 con il monaco Takahara Pechin (1683-1760), fu il primo maestro che provò una razionalizzazione e una codificazione delle arti diffuse a Okinawa, ponendo un freno al dilagare delle interpretazioni. Spesso a capo delle delegazioni inviate in Cina per il pagamento dei tributi, da questi viaggi tornò con un’approfondita conoscenza delle tradizioni marziali di Fuzhou (capitale della provincia cinese del Fujian), Pechino e Satsuma.
Fu Sakugawa Kanga dopo aver combinato il kenpo da lui studiato in Cina, con le arti marziali di Okinawa, a coniare il termine “tode” (mano di Tang o “cinese”) per individuare l’arte di combattimento a mano vuota, essendo tode il modo in cui a Okinawa erano letti i caratteri cinesi originali per indicare quest’arte: “to” stava, infatti, ad indicare la provenienza cinese di quest’arte (To=dinastia Tang) mentre “Te”, la cui pronuncia poteva essere anche “De”, significa “mano”. Sakugawa Kanga, che proprio per questo motivo ottenne il soprannome di “Tode”, ebbe una fama leggendaria per il suo influsso nell’evoluzione del karate.
Durante i 270 anni di occupazione militare di Okinawa, le eclettiche tradizioni marziali subirono un’evoluzione casuale, e alcune di esse si trovarono ad applicare i principi dell’autodifesa a una miriade di strumenti d’uso quotidiano. L’evoluzione del kobudo fu dovuta in gran parte a tale fenomeno. Durante l’occupazione, ci furono alcuni chikudun pechin (è un termine di Okinawa per indicare il rango di guerriero feudale, l’equivalente locale del Samurai giapponese; sebbene Pechin e Samurai fossero differenti, dal XIX secolo, quando il regno fu annesso al Giappone, questi guerrieri del Regno delle Ryukyu si fecero chiamare con il termine giapponese di Samurai, meglio conosciuti come Samurai Ryukyu o Samurai di Okinawa) che si recarono a Satsuma. Evidentemente mentre si trovavano là, alcuni di questi valorosi furono addestrati nel kenjutsu dello Jigen-ryu (la metodologia di combattimento dei samurai di Satsuma), e, nel fare ciò, influenzarono, al loro ritorno nella madrepatria, l’evoluzione dei metodi “indigeni” di combattimento di Okinawa. Per questo alcuni affermano che il rokushaku-bojutsu (l’arte di usare un bastone di un metro e ottanta) di “Tode” Sakugawa Chikudun Pechin Kanga (1733-1815) e Tsuken Chikudun Pechin Koura (1776-1882) non fece la sua comparsa se non dopo il loro ritorno a Okinawa dal loro soggiorno di studio su Satsuma.

Sokon Matsumura

Sokon Matsumura (1809-1901)

Tuttavia trascorse ancora qualche decennio prima dello sviluppo di una vera e propria scuola di tode per opera del maestro Matsumura Chikudun Pechin Sokon (1809-1899), forse meglio conosciuto come “Bushi” Matsumura, uno dei molti pechin che viaggiarono dal regno di Ryukyu a Satsuma nell’ultima parte del diciannovesimo secolo.
Divenuto guardia del corpo del re di Okinawa a soli vent’anni, a ventiquattro ottenne il privilegio di trasferirsi nella signoria di Satsuma, in Giappone, dove nell’arco di due anni, ricevette il Menkyo Kaiden (abilitazione all’insegnamento) nell’arte del kenjutsu, dello stile Jigen-ryu da Ijuin Yashichiro.
Ebbe inoltre modo di studiare il kenpo cinese durante gli svariati viaggi che fece in qualità di delegato del re di Okinawa in Cina. Fu anche esperto delle tecniche di lotta autoctone di Okinawa: per questo è ritenuto allievo di “Tode” Kanga Sakugawa, anche se mancano riscontri documentali certi e, secondo la tradizione orale, egli indicò come suo maestro nell’arte cinese del combattimento, un cinese chiamato Iwa. La sua arte di combattimento raggiunse livelli di eccellenza nel sintetizzare gli elementi del tode di Okinawa con quelli del kenpo cinese e del kenjutsu giapponese.
Dopo aver lasciato il servizio pubblico, Matsumura intraprese l’insegnamento dei suoi principi di autodifesa nel villaggio Sakiyama di Shuri, diventando il primo maestro a strutturare il tode in maniera organica.
Il ruolo di Matsumura nella storia del karate è ancora più importante se consideriamo che formò numerosi allievi, alcuni dei quali diedero un eccezionale contributo all’evoluzione e la stabilizzazione delle forme di quest’arte e alla sua diffusione nell’isola di Okinawa: nello specifico tramandò il suo metodo, come stile di famiglia, al nipote Nabe Tanmei Matsumura (1850-1930) e questi lo tramandò al proprio nipote Hohan Sōken, e tra i suoi principali allievi troviamo anche Anko Asato (1827-1906), Anko Itosu (1832-1915), “Bushi” Ishimine (1835-1889), Kiyuna Pechin (1845-1920), Sakihara Pechin (1833-1918), Tawada Pechin (1851-1907), Kuwae Ryosei (1858-1939), Yabu Kentsu (1866-1937), Funakoshi Gichin, Hanashiro Chomo (1869-1945) e Kiyan Chotoku (1870-1945).
Il suo stile di tode era chiamato Shuri-te (arte marziale di Shuri) in quanto Matsumura era residente proprio nella città di Shuri, e il suo influsso contribuì esplicitamente alla formazione del Tomari-te. Matsumura è stato anche il responsabile dell’introduzione del makiwara come attrezzo fondamentale dell’allenamento del tode, ed ha creato i kata Bassai.
Egli basò il proprio insegnamento su tre punti fondamentali: la pratica dell’arte autoctona di Okinawa, l’arte giapponese della spada della scuola Jigen-ryu e la pratica delle arti cinesi. Nacque così il vero e proprio tode e, proprio da Sokon Matsumura, la storia del karate nella tradizione di Okinawa assume contorni un po’ più definiti.
Intanto, a partire dal 1830, il Naha-te praticato nel villaggio di Kume iniziò a diventare più accessibile agli abitanti dei dintorni.

Kanryo Higaonna fondatore del Naha-te

Kanryo Higaonna (1853-1915)

Fra questi c’era anche Kanryo Higaonna (1853-1915).
Nato a Naha il 10 marzo 1853, Higaonna (Higashionna era l’originale pronuncia di Okinawa), iniziò a studiare le arti marziali nei primi anni del 1867 sotto un maestro nato nel villaggio di Kume chiamato Seisho Arakaki.
Kanryo Higaonna, a settembre del 1867, all’età di sedici anni, parte con il suo istruttore verso Fuzhou, nella pronvincia di Fujian in Cina, per studiare approfonditamente l’arte del combattimento che aveva cominciato ad apprendere.
Una volta a Fuzhou, Higaonna diviene allievo del maestro Xie Zhongxiang (o Wai Xinxian oppure ancora Wai Shinzan) noto anche come Ryuko, Ryuru Ko, Ru Ru Ko, Liu Liu Gung, Liu Liu Ko, To Ru Ko, già in precedenza maestro proprio di Seisho Arakaki.
Dopo un soggiorno di quindici anni in Cina, ritorna a Okinawa e fonda una scuola che, anch’essa, è chiamata Naha-te. Storicamente il Naha-te implica quindi il Naha-te dei cinesi del villaggio di Kume e la scuola fondata da Kanryo Higaonna, che ne è parzialmente derivata.
Il contributo antico dei cinesi insediati a Kume e il rinnovamento di Kanryo Higaonna si congiunsero; la loro denominazione, unica alla fine del secolo XIX, lo conferma. Entrambi hanno in comune la trasmissione fedele e lo sviluppo dell’arte cinese del combattimento. Di fatto, possiamo oggigiorno trovare numerosi aspetti comuni tra il Naha-te e l’arte del combattimento nel sud della Cina.
Allievi di Higaonna furono: Chojun Miyagi(1888-1953), che poi fondò lo stile Goju-ryu, e Kenwa Mabuni (1889-1952), fondatore dello Shito-ryu.
Il periodo di Satsuma vide la grande crescita e lo sviluppo a Okinawa sia del tode che del kobudo. Tuttavia il carattere e la forma fondamentale di queste tradizioni di lotta dovevano subire un cambiamento ancora più radicale, dopo che Okinawa entrò a far parte del Giappone e del suo orgoglioso retaggio guerriero.

Storia del karate a partire dall'era Meiji

Dopo l’abolizione dello Shogunato Tokugawa nel 1868, il clan Satsuma perse il controllo del regno delle Ryukyu quando, in seguito alla restaurazione Meiji, il governo giapponese abolì il regno, annettendo formalmente le isole al Giappone come prefettura di Okinawa l’11 marzo 1879.

Re Sho Tai

Re Sho Tai (1843–1901), ultimo Re delle Ryukyu

L’Arcipelago Amami-Oshima che era stato integrato nel dominio di Satsuma divenne parte della prefettura di Kagoshima. Sho Tai, l’ultimo re delle Ryukyu, fu trasferito a Tokyo e fu nominato marchese, come molti altri aristocratici giapponesi, e morì là nel 1901.
Termina così la sottomissione che aveva oppresso gli abitanti di Okinawa per così tanto tempo.
È in questo momento che crolla la funziona storica di Kume, che come abbiamo visto ebbe un ruolo importante per cinque secoli. Con l’annessione delle Ryukyu allo stato giapponese, gli abitanti del villaggio di Kume rientrarono in Cina o s’integrarono alla popolazione di Okinawa. Al genere unitario e chiuso di trasmissione della loro arte del combattimento si sostituisce progressivamente una diffusione più aperta.
Negli anni a seguire, il tode, avrebbe cominciato a rivelarsi al mondo nei tre stili in cui nel frattempo si era diviso, e che prendevano il nome dalla località in cui si trovavano: lo Shuri-Te (antenato dello shotokan e del wado-ryu), di Sokon Matsumura, arte sviluppata nella città di Shuri (castello dei nobili e dei guerrieri che praticavano le arti marziali per professione come i samurai della corte reale), caratterizzato da tecniche grandi, veloci, posizioni ampie, respirazione naturale; nella vicina Naha (capitale, sede di artigiani e commercianti) nacque il Naha-Te di Kanryo Higahonna e influenzato dalla colonia cinese di Kume; e a Tomari (porto principale dove i marinai portarono le novità dall’estero) si sviluppò il Tomari-Te di Chotoku Kiyan.
Le differenze stilistiche probabilmente derivano da differenti influenze tradizionali della Cina. La nascita dello Shuri-Te probabilmente fu influenzata dai monaci del tempio di Shaolin, mentre il Naha-Te incorpora tecniche più morbide, taoiste, che racchiudono molta attenzione verso la respirazione e il controllo del Ki, la forza vitale, chiamata “Chi” o “Qi” in Cina. Il Tomari-te deriva da una fusione di entrambe gli stili precedenti.
Fu il maestro Anko Itosu, allievo di Sokon Matsumura, a realizzare la grande svolta per la diffusione del tode introducendo quest’arte nell’educazione scolastica di Okinawa.

L'inclusione del karate nei programmi scolastici di Okinawa

Nel 1901 avviene la visita di Shintaro Ogawa, commissario scolastico per la prefettura di Kagoshima. In suo onore vennero effettuate delle esibizioni di tode da parte del maestro Anko Itosu ,con lo scopo di integrare la sua arte quale complemento al programma di educazione fisica: è questa, la prima dimostrazione pubblica di tode a Okinawa.
Riuscito nel suo intento, il tode fu definitivamente integrato nel sistema di educazione fisica scolastico di Okinawa, all’inizio almeno nella Scuola Media Prefettizia Daiichi e nella Scuola Normale Maschile.
L’arte presentata agli studenti aveva ben poco di marziale: era soprattutto un pretesto per insegnare la disciplina ottenendo nello stesso tempo un generale miglioramento delle loro condizioni fisiche.

Anko Itosu

Anko Itosu (1831-1915)

Il maestro Itosu si rese conto che i kata antichi erano troppo lunghi e complessi per essere insegnati a dei ragazzi e creò così kata di base didattici: dapprima compose i tre kata “Naifanchi” a partire dal Naifanchi classico, poi i cinque kata “Pinan” (presenti oggi negli insegnamenti di molti stili di karate, in alcuni casi con il nome Heian). Inoltre per rendere le tecniche originali più sicure per dei giovani praticanti, ed evitare che qualche studente poco disciplinato le potesse usare in modo sconsiderato, introdusse veri e propri cambiamenti modificando alcune tecniche e posizioni al solo scopo di renderle meno applicabili alla realtà del combattimento.
Questi cambiamenti coinvolsero gradatamente tutti i maestri di Okinawa, dove in seguito alcuni studenti divennero loro stessi maestri, senza sapere di ave appreso una disciplina volutamente alterata e mutilata.
L’importanza dell’introduzione del tode nelle scuole, rappresenta comunque un cambiamento considerevole, perché prima l’insegnamento del tode era una pratica individualizzata, in cui il maestro guidava uno o due allievi alla volta, mentre con l’adozione di questo nuovo sistema divenne anche una formazione di massa o di gruppo. Di fatto scompariva per sempre la trasmissione in semi-segreta del tode, che avrebbe dovuto cessare nel 1875 con la fine dell’occupazione militare e l’annessione delle Ryukyu all’impero giapponese, ma ancora in uso a causa della rivalità tra le scuole.
La trasformazione politica delle Ryukyu in prefettura giapponese avvenuta nel 1868, fu accompagnata da una trasformazione culturale. Infatti, se fino allora il modello culturale dell’arcipelago era stato la Cina, le ambizioni nazionaliste del Giappone danno l’avvio a un processo di nipponizzazione della cultura.
Il tentativo di cancellare l’influenza cinese dalla cultura delle Ryukyu ebbe tra i suoi risultati quello di riformare il sistema educativo.
Con il sistema d’istruzione ora conforme a quello giapponese, parole cinesi e di Okinawa cominciarono a essere sostituite con pronunce giapponesi. Poiché tode si pronuncia karate in giapponese, da questo punto in poi, c’è stata una crescente tendenza a utilizzare la pronuncia giapponese. Nonostante questo, si è continuato a utilizzare il termine tode fino a poco prima della seconda guerra mondiale ed era ancora usato da alcuni stili nel 1960.

Gichin Funakoshi e la diffusione del karate in Giappone

Alla fine del diciannovesimo secolo gli stili cambiarono nomi. Lo Shuri-te e il Tomari-te presero un unico nome di Shorin-ryu, che significa “la scuola del pino flessuoso”. Naha-te divenne quel che ora si chiama Goju-ryu , “la scuola dura e morbida” sviluppata dal maestro Higaonna Kanryo.
Lo Shorin-ryu si divide a sua volta in altre scuole che hanno lievi differenze tra loro.
Il Goju-ryu è sempre rimasto stilisticamente unico.
Per tradizione si suol dire che lo Shorin-ryu sia uno stile più leggero e veloce rispetto al Goju-ryu e che le posizioni siano generalmente più naturali. I kata delle due scuole sono leggermente diversi: nel Goju-ryu i movimenti di braccia e gambe sono più circolari e con posizioni più basse. Viene anche data grande enfasi alle tecniche di respirazione.
Fu, nel 1905, Hanashiro Chomo (1871-1945), un noto maestro di Okinawa, a utilizzare per primo il termine karate, in “Karate Shoshu Hen” (Il combattimento nel karate).
Il primo esperto nativo di Okinawa a recarsi in Giappone fu Motobu Choki (1871-1944) che già dal 1910, si trasferì dapprima a Osaka e poi a Tokyo per insegnare regolarmente il tode: straordinario combattente ma illetterato, non ottenne grande successo come insegnante.
Nel 1915 muore il maestro Anko Itosu, primo grande “modernizzatore” del tode. La sua capacità pedagogica si riflette nella grande preparazione dei suoi allievi, molti dei quali diventarono fondatori di stili importanti, tre su tutti Gichin Funakoshi, Kenwa Mabuni (1889-1952) e Chojun Miyagi (1888-1953), ma anche Chosin Chibana (1885-1969), Shinpan Gusukuma (1890-1954), Motobu Choki (1870-1944), Motobu Choyu (1857-1928), Kanken Toyama (1888-1966), Kentsu Yabu (1866-1937) e Chomo Hanashiro (1869-1945).

Gichin Funakoshi fondatore karate shotokan

Gichin Funakoshi (1868-1957)

Proprio Gichin Funakoshi, nato a Shuri nel 1868, rivestirà un ruolo di importanza fondamentale per la diffusione del tode in Giappone e nel mondo, al punto da essere oggi considerato il padre del karate moderno.
Allievo inizialmente del maestro Anko Asato (1827-1906), e in seguito, appunto, del maestro Anko Itosu, da lui considerati i suoi due veri maestri, Gichin Funakoshi ebbe la fortuna di allenarsi e di vedere all’opera i più rinomati maestri della sua epoca: Sokon Matsumura, Kanryo Higaonna, Seisho Arakaki e Kyuna (quest’ultimo, come Anko Asato e Anko Itosu, allievo del maestro Sokon Matsumura).
Gichin Funakoshi, perfezionò lo studio del tode parallelamente al suo lavoro di insegnante scolastico fino al 1920, quando si ritirò dall’insegnamento per dedicarsi esclusivamente al tode.
Verso la fine del 1921 si colloca un evento cruciale per la vita di Funakoshi e lo sviluppo del tode: la visita al castello di Shuri, del principe Hirohito in viaggio verso l’Europa.
Funakoshi, che in quel momento era presidente dello Shobukai, l’associazione per lo sviluppo delle arti marziali a Okinawa, si adoperò per l’organizzazione di una dimostrazione di arti marziali in suo onore, che fu molto apprezzata. Ciò dimostra che, all’epoca, era senz’altro uno dei leader fra i maestri di tode, sia per abilità sia per capacità divulgative.

Kenwa Mabuni

Kenwa Mabuni (1889–1952)

Nel 1922, un anno dopo quest’avvenimento, è organizzata a Kyoto un’Esposizione nazionale di educazione fisica, e Gichin Funakoshi fu scelto per presentare il tode di Okinawa con una dimostrazione alla Scuola Normale Superiore Femminile di Tokyo. È questa la prima esibizione pubblica del tode in Giappone.
Gichin Funakoshi pensa di ritornare a Okinawa dopo queste dimostrazioni ma, Jigoro Kano, fondatore del judo, che ricopre importanti funzioni al ministero dell’Educazione, lo invita a tenere una presentazione del tode nel suo dojo Kodokan, a Tokyo il 17 maggio 1922. Accettando la sua richiesta, Gichin Funakoshi aveva pensato di prolungare il suo soggiorno a Hondo di qualche giorno soltanto. Ma, in seguito agli incoraggiamenti ricevuti da Jigoro Kano dopo questa dimostrazione, decide di restare a Tokyo per diffondervi l’arte del suo paese.
Il successo fu notevole ed ebbe inizio la divulgazione. Dopo il maestro Funakoshi, iniziarono a viaggiare dall’isola di Okinawa al Giappone molti maestri, fra i quali, il maestro Kenwa Mabuni, il maestro Chojun Miyagi e il già citato maestro Choki Motobu. Questo periodo segnò l’inizio dello sviluppo del tode in Giappone.
È in questo periodo che per facilitare la diffusione del tode in Giappone Gichin Funakoshi iniziò a usare il termine karate.
Nel 1922 scrisse “Ryukyu Kenpo Karate”, per venire incontro alle numerose e pressanti richieste di un trattato su quest’arte da lui fatta conoscere nella sua esibizione.
Purtroppo, nel grande terremoto di Kanto del 1923 un incendio distrusse le lastre originali del libro; tuttavia, in seguito all’insistente richiesta del pubblico per un’altra edizione, nel marzo 1925 fu pubblicato il testo “Rentan Goshin Karate Jutsu”, con varie aggiunte e revisioni, mentre nel 1935 pubblicò la sua opera più importante, intitolata “Karate-do kyohan”.
È senza dubbio il periodo più felice della sua vita. Già diverse università di Tokyo hanno aderito al suo insegnamento, il numero di allievi aumenta, ogni giorno Gichin Funakoshi va a insegnare in un’università diversa. La sua situazione materiale migliora.

Ideogramma Kara

Ideogramma Kara

Nel 1933 il karate fu ufficialmente riconosciuto dal Dai Nippon Butoku Kai, l’organizzazione imperiale per l’educazione della gioventù, che nel 1936 cambia il kanji “kara” che significa cinese, nel kanji “kara” che significa vuoto, sia nel senso di disarmato, che in riferimento allo stato mentale del praticante (concetto Zen di mu-shin). Furono inoltre cambiati in giapponese i nomi originali delle tecniche e dei kata per renderli più comprensibili.
Dopo aver utilizzato un’aula del Meisei Juku (un ostello per studenti di Okinawa nel quartiere Suidobata), per qualche tempo Gichin Funakoshi fu ospite nella palestra del maestro di scherma Hiromichi Nakayama. Nel 1936, grazie al comitato nazionale di sostenitori del karate, fu costruito il dojo Shotokan (La casa nel fruscio della pineta) a Zoshigaya, sobborgo del quartiere speciale di Toshima a Tokyo. “Shoto” era lo pseudonimo che Funakoshi usava da giovane nel firmare i suoi poemi cinesi.
Funakoshi lasciò la direzione dello stile Shotokan al figlio Yoshitaka Funakoshi (o Gigo Funakoshi a seconda di come si leggano i due kanji che compongono il suo nome), che trasformò profondamente lo stile elaborato dal padre, inserendovi attacchi lunghi e potenti, che facevano uso di nuove tecniche di calci.

Chojun Miyagi fondatore dello stile Goju-ryu

Chojun Miyagi (1888–1953)

Nel 1941 scoppia la guerra del Pacifico. Nel 1945 il dojo Shotokan, è annientato sotto i bombardamenti americani. La guerra termina, lasciando il Giappone in un disordine desolante. Gichin Funakoshi, a 77 anni, lascia Tokyo per raggiungere sua moglie che si era rifugiata a Oita (nel sud del Giappone), la quale morì due anni dopo.
Nel dopoguerra il Generale Douglas MacArthur (1880-1964) proibì la pratica delle arti marziali, ritenute l’anima dello spirito militarista nipponico, ma a poco a poco l’interesse per il karate crebbe anche in Occidente e Funakoshi fu ripetutamente invitato a dare dimostrazioni. Yoshitaka Funakoshi morì di tubercolosi nel 1953.
Nel 1949, alcuni allievi ed ex-allievi di Gichin Funakoshi, come Isao Obata, Masatoshi Nakayama e Hidetaka Nishiyama costituirono una speciale organizzazione di karate, dedita alla ricerca, alla promozione e alla gestione di eventi e all’istruzione nel karate: nasce così il 27 maggio 1949 la Japan Karate Association (JKA), con Gichin Funakoshi, allora ottantenne, con una posizione analoga a emerito capo degli istruttori, mentre Masatoshi Nakayama fu designato come capo istruttore.

Dal karate nacquero diverse correnti di pensiero e il karate si divise così in vari stili (Shotokan, Wado-ryu, Shito-ryu e Goju-ryu sono i quattro stili più importanti di karate). Oltre allo Shotokan di Gichin Funakoshi troviamo lo Shito-ryu fondato da Kenwa Mabuni, allievo di Anko Itosu. Il maestro Chojun Miyagi intraprese lo stile GoJu-Ryu. Il suo successore sarà il maestro Meitoku Yagi (1912-2003). Nel 1953, uno dei primissimi allievi di Gichin Funakoshi, Hironori Otsuka (1892-1982) definì lo stile del Wado-Ryu, e, unico giapponese tra i fondatori, sarà anche l’unico a mantenere i nomi originali cinesi dei kata.
Va precisato che, furono Kanryo Higaonna e Gichin Funakoshi a diffondere il karate in Giappone, ma la sua diffusione in tutto il mondo orientale, si deve all’allievo e successore di Higaonna: Chojun Miyagi.

Conclusioni

Durante gli anni precedenti e successivi alla seconda guerra mondiale, gli occidentali vennero a contatto e si interessarono al Karate e alle altre arti marziali giapponesi. In seguito molti maestri giapponesi e cinesi si trasferirono in Europa, soprattutto in Francia e in America, dove insegnarono la loro disciplina diffondendola rapidamente in tutto il mondo occidentale.
Gichin Funakoshi, il padre del karate moderno, morì il 26 aprile del 1957 all’età di 89 anni.
Sulla sua pietra tombale nera, a forma di croce, si leggono le parole “Karate ni sente nashi” (Il Karate non conosce primo attacco).

Japan Karate Association JKA

Logo della Japan Karate Association (JKA)

Nel 1958 la Japan Karate Association (JKA) fu riconosciuta come corporazione dal Ministero dell’Educazione e nello stesso anno si svolse il primo campionato giapponese di karate, evento che segnò l’affermazione del karate come sport.
Il 15 Dicembre 1963 nasce la European Karate Federation (EKF) e nel 1966 si disputa il primo Campionato Europeo di karate.
Attualmente, la World Karate Federation (WKF), costituita nel 1970, è riconosciuta dal Comitato Internazionale Olimpico (CIO) come responsabile per le competizioni di karate ed ha sviluppato regole comuni che governano tutti gli stili.
Dal 1970 si disputano, solitamente ogni due anni, i campionati del mondo di karate.
Nella 117ª sessione del CIO (luglio 2005), nella votazione per determinare se diventare sport olimpico, più della metà dei voti fu favorevole, ma era necessario il raggiungimento di almeno i due terzi dei votanti.
Successivamente ha raggiunto il numero di voti sufficiente nelle decisioni del Comitato Olimpico Internazionale nel 2016 e nel 2021 sarà presente alle olimpiadi di Tokyo come uno dei cinque sport in prova. Nel 2019 viene data la notizia che il karate è ufficialmente escluso dalle Olimpiadi di Parigi 2024.
Non è detto possa fare il suo rientro nell’edizione 2028 a Los Angeles: Tokyo 2020 sarà infatti l’occasione per la disciplina di dimostrare il proprio valore cercando il passaggio da sport olimpico “temporaneo” a sport olimpico “definitivo”. La decisione spetterà solo al CIO (Comitato Olimpico Internazionale) che nel 2021 si riunirà per decidere quali tra i 28 sport olimpici attuali dovranno restare ufficiali nel programma a Cinque Cerchi e quali, invece, potranno essere aggiunti in modo definitivo nel 2028.
Oggi il karate è praticato da milioni di persone nel mondo, le quali, ricevono dal karate benefici fisici e morali, e tutto questo si deve grazie alla piccola “isola del karate”: Okinawa.

Storia del taekwondo

Dalle origini alla sua diffusione internazionale

Le origini delle arti marziali coreane

È stato ipotizzato che il taekwondo non sia un’arte indigena coreana, ma una sintesi delle arti marziali cinesi e giapponesi. La leggendaria origine delle arti marziali è attribuita a Bodhidharma, un monaco buddista, in India.

Muyong-chong

Pittura murale trovata sul tetto della tomba reale di Muyong-chong. Questa tomba fu scavata nel 1935

Bodhidharma viaggiò in Cina nel VI secolo d.C. e fondò il famoso monastero di Shaolin, dove insegnò metodi per formare il corpo e lo spirito. Questi metodi in seguito combinati con i principi della I-Ching e il taoismo, costituirono la base per le arti marziali cinesi: kung fu, tai chi e kempo.
I primi documenti nei quali viene espressamente citata la pratica del taekwondo, secondo alcuni ricercatori, risalgono circa al 50 a.C., riferendosi a dipinti murari rinvenuti nel 1935 da alcuni archeologi in due tombe reali (Muyong-chong e Kakchu-chong) della dinastia Koguryo, raffiguranti due uomini durante un combattimento a mani nude. Le tecniche raffigurate sono virtualmente identiche a quelle impiegate nel moderno taekwondo, e i dettagli visibili come l’uso della mano o le posizioni di combattimento sono ancora presenti nella disciplina Coreana, dimostrando un’attualità sorprendente. Probabilmente si tratta della forma originaria chiamata tae kyon, derivata dalla fusione di alcune tecniche di lotta coreane e del kempo cinese.
Altri ricercatori non condividono questa ipotesi, secondo questi ultimi, infatti, i dipinti tombali del 50 a.C. rappresenterebbero semplicemente due persone nell’atto di danzare.

I Tre Regni

In tale periodo la Corea era divisa in tre regni:

Tre Regni di Corea

I tre Regni di Corea

  • Il regno Koguryo (37 a.C. – 668 d.C.), che si estendeva nella valle fluviale del fiume Yalu.
  • Il regno Paekje (18 a.C. – 660 d.C.), sviluppatosi nel sud-ovest della penisola coreana.
  • Il regno Silla (57 a.C. – 935 d.C.), il più piccolo, localizzato nella pianura di Kyongju.

Anche se, come detto, i natali devono essere attribuiti alla dinastia Koguryo, esistono anche testimonianze di forme primitive di arti marziali nel regno di Paekje, nonché nel Regno di Silla.
Fu in quest’ultimo luogo dove l’arte marziale della Corea raggiunse il suo livello più alto, ed è sicuramente alla dinastia Silla che si deve la rapida espansione e diffusione del taekwondo.
I tre regni erano costantemente in guerra per il territorio: Silla, il più piccolo, meno potente e meno armato rispetto ai due regni confinanti, viveva sotto la costante minaccia di un’invasione militare, e inoltre subiva le continue scorrerie dei pirati giapponesi (gli Wako), che mettevano incessantemente al saccheggio le sue coste.

Gli Hwarang e l'unificazione della Corea

È in questo periodo che il re Gwanggaeto, il diciannovesimo reggente della dinastia monarchica di Koguryo, spedisce un contingente di cinquanta mila soldati nella vicina Silla, per aiutare il piccolo regno a sconfiggere i pirati. È proprio in tale frangente che il tae kyon viene introdotto nella classe guerriera del regno.

Antichi Guerrieri Hwarang

Antichi Guerrieri Hwarang

Pertanto, nei primi anni del VI sec. d.C., sotto il regno di Chin Heung, ventiquattresimo re di Silla, furono addestrati uomini, in grado di garantire l’integrità dei confini del regno, gli Hwarang (Hwa = fiore, Rang = giovane).
Lo Hwarang Do (la via della fratellanza fra gli uomini) era un’organizzazione costituita reclutando i giovani. I capi vengono selezionati tra tutti i figli della nobiltà reale di età compresa tra i sedici e i venti anni, mentre i cadetti (Nangdo), scelti fra la nobiltà non reale, costituiscono un totale che varia dalle 250 alle 1000 unità. I giovani, oltre che alla pratica del tae kyon, in accademia venivano educati in molte discipline, incluse la storia, la morale buddista, etica, la filosofia confuciana, l’equitazione, la scherma, la tattica militare, il tiro con l’arco, etc.
La vita all’interno dello Hwarang Do e l’educazione che ogni giovane guerriero doveva conoscere e rendere fondamento della propria vita, era basata sui cinque principi fondamentali della condotta umana stabiliti dal saggio monaco buddista Wonkang:

  • Essere fedele alla propria patria
  • Essere obbediente ai propri genitori
  • Essere leale con i propri amici
  • Non ritirarsi mai in battaglia
  • Non uccidere senza giusto motivo

Oggi tali principi, con gli opportuni aggiustamenti e senza snaturarne la vera essenza, sono ancora presenti nel taekwondo moderno sotto questa forma:

  • Fedeltà per la propria patria
  • Rispetto per i propri genitori
  • Fedeltà alla propria sposa
  • Rispetto per i propri fratelli
  • Lealtà verso i propri amici
  • Rispetto per gli anziani
  • Rispetto per i propri insegnanti
  • Non uccidere senza giusto motivo
  • Possedere uno spirito indomabile
  • Fedeltà alla propria scuola
  • Terminare ciò che si inizia

Guerrieri Hwarang

Guerrieri Hwarang

Così come i cinque originali, questi moderni assiomi sono usati per promuovere lo sviluppo morale degli allievi del taekwondo e nessun praticante, che non abbia compreso a fondo questi principi, può sperare, in futuro, d’insegnare la vera essenza dell’arte.
Nonostante tutte queste qualità guerriere, gli Hwarang possedevano una solida cultura di base e grande conoscenza di poesia, canto, danza. Venivano, per questo, incoraggiati a intraprendere viaggi sul territorio peninsulare per diffondere le loro conoscenze alle popolazioni delle regioni limitrofe.
Questi guerrieri erranti sono quindi i responsabili della diffusione del tae kyon attraverso la Corea. Sacrificio e devozione verso quest’arte marziale li ha resi non solo efficaci e temibili guerrieri, ma uomini pieni di grande spiritualità.
Legati ai loro usi e costumi i Silla furono gli ultimi ad abbandonare l’organizzazione tribale per costituirsi in regno. Fino al VI secolo infatti si distinsero come una società fortemente conservatrice, vincolata ad antiche consuetudini e restia ad aprirsi agli stranieri. Nonostante questo a partire dal 660, guidato dal sovrano Muyol, il regno conobbe una tale fase di espansione che lo portò, nell’arco di alcuni decenni, a sottomettere i vicini regni con l’appoggio della dinastia cinese dei Tang e a formare il primo regno unitario coreano noto come Grande Silla, in seguito alle vittorie riportate contro i regni di Paekje nel 660 e di Koguryo nel 668.
Terminata la guerra di unificazione, la penisola coreana attraversò un lungo periodo relativamente pacifico.
Tra il 668 e il 935 d.C., gli appartenenti al Hwarang Do si dedicarono alla diffusione del tae kyon che cominciò a essere conosciuto anche dagli strati sociali non aristocratici, affermandosi come attività ludico-sportiva per il mantenimento della forma fisica, e fu grazie a loro che prese definitivamente la forma di un’arte marziale trasformandosi lentamente in taekwondo.

Dinastia Koryo

Taejo of Goryeo

Re Taejo (877-943)

Nel 935, il ribelle Wang Kon obbligò l’ultimo re di Silla ad abdicare e si proclamò re del Neo-Koguryo (Koryo, abbreviazione del nome Koguryo da cui deriva il nome Corea), regno che durerà fino al 1392. Durante questo periodo si ebbe un’enorme diffusione del tae kyon: fu infatti durante il regno di Ui Jong, tra il 1147 e il 1170, che essa riconquistò il suo carattere marziale diffondendo presso l’esercito come addestramento militare al combattimento. Per motivare ulteriormente le truppe venivano indette delle gare d’abilità e relativi livelli d’idoneità necessari per l’avanzamento di grado.
Il periodo di riforme e prosperità avviato da Wang Kon, ribattezzato re con il nome di Taejo (grande progenitore), si esaurì sotto i suoi successori, incapaci di arginare la corruzione dilagante, le rivalità tra i funzionari politici e militari e le profonde disuguaglianze sociali.
Questo clima d’instabilità politica e sociale favorì, a partire dall’XI secolo, le invasioni di diversi popoli nomadi: dopo i Khitan e gli Jurgen, nel XIII secolo arrivarono le devastanti invasioni dei Mongoli (1231), che razziarono il paese fino alla pace siglata con Kublai Khan nel 1270. Questa comportò una netta dipendenza politica dei sovrani coreani nei confronti della dinastia mongola Yuan, gravose conseguenze economiche e fiscali, ma anche un importante risveglio culturale favorito dai nuovi contatti con altri popoli.
Il progressivo declinare degli Yuan nella Cina nel XIV secolo, culminato nel 1368 con l’instaurazione della dinastia Ming, portò al risveglio dello spirito d’indipendenza coreano, che trovò il suo maggiore interprete nel re Kongmin, salito al trono nel 1352. Dopo aver espulso i mongoli dal territorio e allontanato l’aristrocazia corrotta, Kongmin fu però assassinato dagli oppositori, che fecero precipitare il regno in un ventennio di lotte per il potere, terminato nel 1392 con la salita sul trono di Yi Song-gye con il nome regale di Yi Taejo, capostipite della dinastia Yi.

Dinastia Yi

Regno Choson

Regno Choson (1392-1910)

Il periodo della dinastia Yi, conosciuto anche come età del Regno Choson, si può suddividere in due parti. I primi duecento anni, fino al re Sejong, furono caratterizzati da pace, prosperità e buon governo. I primi sovrani Yi formarono una struttura politica e sociale che fu capace di sopravvivere fino al 1910. Essi edificarono la nuova capitale Hanyang (l’odierna Seul) e misero al bando il buddismo, considerato alla stregua di una superstizione, per lasciare posto al cosiddetto neoconfucianesimo, che prescriveva uno stile di vita semplice e rigoroso.
L’ampio spazio lasciato alla cultura, se da un lato favorì l’istruzione del popolo, insieme a importanti progressi scientifici e letterari, dall’altro portò a un progressivo indebolimento dell’esercito e a pericolose divisioni all’interno della classe dirigente che compromisero nuovamente la stabilità delle istruzioni.
Proprio la dinastia Yi fu la prima a lasciare degli scritti sull’antica arte marziale coreana che nel tempo aveva mutato il suo nome da tae kyon a soo bakh. L’aristocrazia confuciana non doveva essere dedita alle arti marziali, ma alla musica, alla poesia e al canto, cosicché il soo bakh rimase una pratica diffusa soltanto presso i ceti meno nobili della popolazione.
In seguito la breve invasione giapponese alla fine del XVI secolo (1592-1597) segnò per il regno Choson il passaggio a un periodo di debolezza e caos politico, di cui approfittarono i Manciù che, tra il 1627 e il 1637, ridussero la Corea a stato vassallo della Cina. Seguì un periodo d’isolamento ma anche di relativa pace, protrattosi sino alla fine del XVIII secolo, quando profondi cambiamenti economici e sociali tornarono a scuotere le strutture portanti dello stato, anche per effetto del diffondersi del cristianesimo, introdotto nel 1784 che apportò elementi nuovi e inaspettati nella cultura tradizionale.
Il mutare della situazione internazionale alla fine del XIX secolo determinò anche una nuova collocazione politica per la Corea, che entrò gradualmente nella sfera di influenza di Russia, Giappone, Francia e Stati Uniti. Nel 1876 i giapponesi costrinsero il paese a stringere con loro relazioni diplomatiche e commerciali, imponendo l’apertura di alcuni porti.

Il controllo giapponese

Protesta Coreana

Una delle manifestazioni di protesta coreane contro il dominio giapponese

Dopo le vittoriose guerre contro la Cina del 1894-95 e contro la Russia del 1904-1905, Tokyo annetté formalmente la Corea, prima in forma di protettorato e dal 2 agosto 1910 in qualità di colonia con il nome di Governatorato Generale Choson. Fu un triste periodo che si protrasse per circa 36 anni, durante i quali il Giappone tentò di cancellare alcuni tratti della cultura coreana, rendendo tutti gli sport competitivi e le arti marziali coreane, compreso il soo bakh, un’attività illegale, imponendo nelle scuole coreane lo studio delle arti marziali giapponesi come il judo, il kendo, il karate e l’aikido.
Gli effetti principali dell’oppressione giapponese sulla pratica del soo bakh furono sostanzialmente due: da una parte quest’arte marziale fu fortemente influenzata dal karate, l’arte marziale nipponica, ereditando da essa movimenti più lineari e veloci.
Durante la seconda guerra mondiale, infatti molti coreani furono obbligati ad arruolarsi nell’esercito giapponese e costretti ad imparare il karate.
Dall’altra, nel territorio coreano si diffusero alcune “sacche di resistenza” in cui il soo bakh, che nel frattempo aveva mutato il suo nome in soo bakh do, veniva praticato clandestinamente.
L’isolamento dei pochi maestri che tenacemente tennero viva la tradizione di quest’arte marziale, e le influenze degli stili giapponesi e cinesi, portarono alla formazione di diverse scuole dette Dojan (luogo dove si segue la Via) e di diversi stili detti Kwan.

L'unificazione del taekwondo e la sua espansione

L’occupazione giapponese cessò solo il 15 agosto 1945 con la sconfitta subita dal Giappone nella seconda guerra mondiale. A quel punto il soo bakh do era diviso in otto Kwan:

  • Chung Do Kwan
  • Moo Duk Kwan
  • Yun Moo Kwan
  • Chang Moo Kwan
  • Oh Do Kwan
  • Ji Do Kwan
  • Chi Do Kwan
  • Song Moo Kwan

Ogni Dojan affermava d’insegnare la pratica originaria del soo bakh do, pochi tuttavia potevano vantarsene in quanto la conservazione e la custodia dell’antica arte marziale era stata affidata a poche elette famiglie dell’antica nobiltà coreana.

Choi Hong-hi fondatore del taekwondo

Choi Hong-hi (1918-2002)

È in questo periodo che acquista importanza la figura del Generale Choi Hong-hi, “padre del taekwondo moderno”, profondo cultore dell’arte coreana. L’unificazione di tutti questi stili di soo bakh do avvenne grazie alla sua opera. Nel 1955, dopo aver indetto una storica tavola rotonda, a cui parteciparono i più prestigiosi maestri coreani, venne finalmente codificata e creata una nuova arte marziale. Il nome scelto per la “nuova” ma pur antica arte marziale fu taekwondo, un nome più simile al vecchio tae kyon.
Nel 1959 fu fondata la Korea Taekwondo Association (KTA) con Choi Hong-hi come presidente, ma la più grande scuola coreana, Chung Do Kwan, insieme con l’associazione Chi Do Kwan decidono di separarsi e di creare l’Associazione Soo Bakh Do, grande rivale della KTA. Quando il governo coreano nel 1962 si schiera con la KTA, molti artisti marziali si integrarono in essa, il nome Taekwondo venne accettato dalla maggioranza del popolo coreano, e iniziò la sua espansione internazionale. Le associazioni di Tae Soo Do cambiarono per la nuova arte, tranne Moo Duk Kwan che registrò il Tae Soo Do come associazione ufficiale.
Nel 1966, a causa di una “politicamente infelice dimostrazione” nella Corea del Nord, Choi Hong-hi perde il sostegno del governo della Corea del Sud e deve rinunciare alla presidenza della KTA.

World Taekwondo WT

L’attuale logo della World Taekwondo (WT)

Nel tentativo di mantenere il controllo sul taekwondo al di fuori della Corea, Il 22 marzo 1966 fonda la International Taekwondo Federation (ITF), privata e indipendente. Il 28 maggio 1973, a seguito di insanabili contrasti tra il generale Choi Hong-hi e il suo vice Kim Un-yong, venne fondata in Corea del Sud la World Taekwondo Federation (WTF) presieduta dallo stesso dott. Kim Un-yong. Nel 1990 il Maestro Park Jung Tae, dopo aver lavorato per la ITF, fondò la Global Taekwondo Federation (GTF). Quest’ultima non ricevette mai alcun finanziamento dai due governi coreani, cosa che avvenne invece per la WTF e la ITF.
Dal 2000, il Taekwondo WTF è diventato uno dei due soli sport da combattimento asiatici (l’altro è il judo) incluso nel programma dei giochi olimpici; divenne un evento dimostrativo già nei giochi del 1988 a Seul, ma venne incluso ufficialmente solo con i giochi del 2000 a Sydney.
Dopo la morte del generale Choi, nel 2002, la ITF si frammentò in tre organismi indipendenti, uno che ereditava l’organico storico con a capo il maestro Tran Trieu Quan, uno con a capo il figlio del Generale Choi, Choi Jung-hwa e un altro ancora con a capo Chang Ung, un allenatore di pallacanestro nordcoreano.
Al 2009, il governo della Corea del Sud ha pubblicato una stima secondo cui il Taekwondo WTF è praticato in 190 paesi, con 70 milioni di praticanti nel mondo.
Nel 2010, il taekwondo fu accettato come sport nei Giochi del Commonwealth.
Nel 2017 la World Taekwondo Federation (WTF) cambia il proprio nome in World Taekwondo (WT) per via dell’acronimo troppo spesso oggetto di confusione con il gergo “WTF” diffuso nel web.

Storia della capoeira

Dai quilombos alle prime academias

Premessa

La storia della capoeira, una delle più alte espressioni artistiche del Brasile, è molto complessa e difficile da tracciare per la mancanza di fonti scritte e l’incertezza tra gli studiosi, dovuta al fatto che dopo l’abolizione della schiavitù in Brasile, tutti i documenti legati a questa pratica furono fatti distruggere il 15 dicembre del 1890 dal Consigliere Ruy Barbosa mentre era al momento Ministro delle Finanze nel governo discrezionale del generale Déodoro da Fonseca, con l’intento di lasciare il minor numero d’informazioni possibili su questo periodo.
Indicare la capoeira come un’arte marziale Brasiliana, riesce solo parzialmente a definire la peculiarità di tale disciplina, una lotta che trae le sue origini dalle mescolanze di rituali di lotta e danza degli indios locali e delle tribù Africane catturate e deportate in Brasile dai Portoghesi attraverso le loro colonie.

La colonizzazione del Brasile e l'inizio della schiavitù

Pedro Alvares Cabral

Pedro Alvares Cabral (1467-1520)

Il 22 aprile 1500 Pedro Alvares Cabral sbarca in Brasile e, con lui, inizia così la storia del colonialismo portoghese. I colonizzatori per risolvere il problema di manodopera schiava cominciano a catturare africani (più robusti fisicamente degli indios autoctoni, decimati dalle malattie portate dai colonizzatori).
Durante il periodo del commercio degli schiavi si calcola che più di due milioni di persone furono deportate in Brasile dall’Africa.
Due furono i grandi gruppi di tribù africane arrivati in Brasile; identificati per ceppo linguistico, essi sono: sudanesi e bantu. I sudanesi provenivano principalmente dal golfo della Guinea, nell’Africa Occidentale. Quelli più importanti, sia per la maggior quantità, sia per la loro cultura, furono i Nago o Yoruba dalla Nigeria e i Gege (Ewe), dal Dahomey (oggi repubblica del Benin), che formarono in Brasile un ordine religioso negro chiamato Gege-Nago. I bantu venivano dal Congo, dall’Angola e dal Mozambico (Africa Orientale). La tendenza degli storici africanisti sembra quella di pensare che i primi negri che arrivarono in Brasile provenissero dall’Angola.
Gli schiavi, erano distribuiti sui tre principali porti brasiliani: Bahia, Recife e Rio de Janeiro per poi essere sfruttati in lavori massacranti nelle piantagioni (canna da zucchero, tabacco, caffè, ecc.) per molte ore al giorno, ritirandosi poi nelle “Sem-alas”, grandi e miseri dormitori sotterranei, bui e senza mura (sem = senza, ala = lato di muro) divisorie, vivendo in condizioni pessime.
È evidente che gli schiavi avessero come unica aspirazione quella di fuggire. Approfittando della confusione generata dagli olandesi che invasero il nord-est brasiliano nel 1630, migliaia di schiavi scapparono dalle fazende per nascondersi nella foresta vergine, riunendosi in villaggi che furono chiamati Quilombos, nome dato successivamente a questo tipo di comunità indipendenti.
Tuttavia non si deve pensare che solo i negri africani abitassero nei Quilombos, infatti, anche gli indios e persino alcuni europei che non erano d’accordo con le scelte politiche e sociali del regime di allora ne facevano parte.

Quilombo dos Palmares

Zumbi

Zumbì (1655–1695)

A Recife un gruppo di quaranta schiavi si ribellò ai padroni, uccisero tutti coloro che non erano schiavi e bruciarono la fazenda; poi si dichiararono liberi e decisero di trovare un posto in cui potessero rimanere tranquilli al sicuro dai cacciatori di schiavi. Si diressero quindi verso le montagne della Serra da Barriga e intrapresero un viaggio che durò parecchi mesi e che sarebbe stato impossibile portare a termine se non fosse stato per l’aiuto degli amici indios. Riuscirono così a trovare un luogo ideale che a causa della grande abbondanza di palme fu chiamato Palmares.
La Serra da Barriga ospitò parecchi Quilombos, ma il più grande (con più di 20000 abitanti) e il più noto rimase sempre il primo: Palmares, fondato nel 1610 e probabilmente collocato nello Stato nordestino Alagoas, trasformatosi in fortino, rimase celebre per il valore dei suoi abitanti nelle lotte sostenute contro gli armati che volevano distruggerlo e divenne il simbolo della lotta degli schiavi contro i loro carnefici. In questo luogo nacque la prima comunità di neri liberi in Brasile.
Il villaggio di Palmares sopravvisse per più di ottant’anni resistendo all’incalzare dei portoghesi e degli olandesi; fu distrutto nel 1695 dopo un assedio di cinque anni e 9000 soldati impiegati. La storia del Quilombo dos Palmares è legata al personaggio di Zumbì (ultimo re di Palmares). Zumbì in lingua Ewe/Fon vuol dire immortale, morto-vivo. Palmares e Zumbì diventarono non solo un simbolo per la razza nera, ma un simbolo brasiliano alla resistenza alla dominazione e di conseguenza dei capoeristi più tradizionali.
Secondo alcuni la capoeira, di cui già era nato l’embrione nelle fazendas, fu approfondita e sviluppata proprio a Palmares, dall’unione della cultura africana con quella degli indios locali.
Dei pochi documenti rimasti, i primi a parlare di capoeira, risalgono al 1624 e si tratta dei diari dei capi spedizione incaricati di catturare e riportare indietro gli schiavi neri che tentavano di scappare. Questi documenti descrivono uno strano modo di combattere degli schiavi che appariva di grande effetto ai capi spedizione europei: “Usando calci e testate come fossero veri animali indomabili”.
Il mito diffuso è che la capoeira fosse un modo per gli schiavi di allenarsi a combattere dissimulando, agli occhi dei carcerieri, la lotta con la danza, caratterizzata da elementi espressivi come la musica e l’armonia dei movimenti. Questo può essere vero solo per uno stadio molto primitivo del suo sviluppo, perché in realtà la pratica della capoeira dal 1814 fu vietata agli schiavi, assieme ad altre forme di espressione culturale, principalmente per impedirne l’aggregazione, anche se alcune fonti dicono che questa forma di arte marziale ha continuato ad esistere e svilupparsi considerando che sia sopravvissuta fino ai nostri giorni.

La fine della schiavitù

Lei Aurea

Lettera originale della Lei Áurea

Nel 1822 il Brasile ottiene l’indipendenza dal Portogallo e diventa un impero, ma la schiavitù resta ancora in vigore per circa cinquanta anni, fino a quando, nel 1871, è decretata l’emancipazione dei nascituri figli degli schiavi. Con successivi interventi, la schiavitù è definitivamente abolita. L’ultimo di questi, chiamato “Lei Aurea” (legge d’oro) e promosso dalla Principessa Isabel, è datato 1888. L’anno successivo (1889) un colpo di stato militare segna la fine dell’Impero e instaura la repubblica.
Con l’abolizione della schiavitù, alcuni ex-schiavi ritornarono in Africa, ma la maggior parte di loro rimase in Brasile.
Questa massa di ex-schiavi si diresse dunque verso le grandi città; tuttavia non tutti riuscirono a trovare un lavoro e una casa (prima gli schiavi abitavano tutti insieme nelle Sem-alas all’interno della fazenda).
S’istallarono così nelle vicinanze delle città creando le prime bidonvilles e non ebbero modo d’integrarsi facilmente nel tessuto socio-economico. Specie nelle grandi città, molti di loro si diedero al crimine per sopravvivere, facendo spesso ricorso alla capoeira negli scontri con altri delinquenti o con la polizia, infatti, le bande di capoeristi sono fronte di disordini e tumulti. La capoeira fu quindi presto associata alla malavita e alla delinquenza di strada, tanto da essere proibita a livello nazionale già dal 1892. La pratica della capoeira rimase clandestina (da questo deriva l’uso per ogni capoeirista di un apelido, un soprannome), spesso violenta e praticata solo nelle strade da individui malfamati, schedati appunto dalla polizia come capoeiristas.
Il capoeira (capoerista) si distingueva facilmente per il suo modo di vestire e per come si atteggiava. Melo Morais Junior descriveva così il capoeira di Rio de Janeiro: “Calzoni ampi, giacca a sacco sbottonata, camicia colorata, cravatta di panno con anello scorrevole, corpetto a fascia, scarpette a punta stretta, cappello di feltro. Il suo incedere è sciolto e oscillante e nella conversazione coi compagni o con gli estranei mantiene le distanze, quasi fosse sempre in posizione di difesa”. Il cappello di feltro poteva diventare, in assenza di armi, uno strumento di difesa (schiacciato longitudinalmente). I capoeiras si servivano anche di bastoni o di lametta da rasoi che trattenuta tra alluce e il primo dito, diventava un’arma pericolosissima. Prima che s’incominciassero a formare le prime scuole (Academiàs), inizio XX secolo, i punti d’incontro dei capoeiras erano luoghi-rioni, dove gli scaricatori aspettavano un impiego. A Bahia quasi tutti gli schiavi dopo la liberazione, non gradendo il lavoro dei campi che già facevano, vivevano alla giornata (ganhadores).
Sembra che a loro appartenessero grandi capoeristi. Questi punti d’incontro si chiamavano “canto” – letteralmente angolo -, ogni cantos aveva un capo chiamato a Bahia “capitão” mentre a Recife i gruppi avevano il nome di “companhias” e il capo di “governador” (Kay Shaffer). Le misure adottate dalla polizia fino al principio del secolo attuale per reprimerli si rivelarono impotenti e proprio quando la situazione diventava sempre più tesa, il Brasile entrò in guerra con il Paraguay (1865-1869) segnando la fine delle loro violenze: per eliminarli, infatti, il Governo di Bahia mandò a combattere un buon numero di capoeiras, molti per spontanea volontà e moltissimi altri costretti, ma la milizia nera inviata al fronte tornò vittoriosa e i suoi componenti diventarono eroi nazionali.
La capoeira entrò in un’altra fase della sua storia.

Legalizzazione e nascita delle prime accademie (as academías)

Mestre Bimba il padre della Capoeira Regional

Mestre Bimba (1899-1974) il padre della Capoeira Regional

Nel 1934 il presidente/dittatore Getúlio Vargas, legalizzò varie espressioni culturali afro-brasiliane fino ad allora proibite, come il candomblé e la capoeira, a condizione che fossero praticate in luoghi chiusi. Fino a questo momento era praticata come “danza folclorica” in luoghi nascosti, che molte volte coincidevano con i terreiros (luoghi dove era praticato il culto religioso dell’Umbanda e del Candomblé), dove i capoeristi facevano del loro meglio per mantenere viva la tradizione.
Quella di Getúlio Vargas era chiaramente una mossa per mettere sotto controllo ciò che, di fatto, avveniva in clandestinità. E’ indubbio però che, se questo evento costrinse la capoeira a venire a patti con il potere, le consentisse anche un’espansione senza precedenti.
Nel 1937, Manoel dos Reis Machado, conosciuto come Mestre Bimba (1899-1974), uno dei più importanti maestri di capoeira, ricevette un invito dal presidente per fare una dimostrazione nella capitale. Dopo il successo della presentazione tornò a casa, a Salvador de Bahia, con il permesso del governo per l’apertura della prima accademia ufficiale di capoeira in Brasile, in realtà già attiva clandestinamente almeno dal 1932.
Era il primo passo verso uno sviluppo più aperto e finalmente lo sport ebbe il suo riscatto, e cominciò la sua lenta ascesa.
Mestre Bimba chiamò il proprio stile “Luta Regional Bahiana”, ed anche quando usò in seguito il termine più semplice di capoeira Regional, sempre volle distinguere la sua disciplina da quella che lui chiamava “capuera pra turista ver”, che aveva a suo avviso perso tutte le caratteristiche marziali.

Mestre Pastinha fondatore della prima scuola di Capoeira Angola

Mestre Pastinha (1889–1981) fondatore della prima scuola di Capoeira Angola

Contemporaneamente a Mestre Bimba, numerosi altri capoeiristi come Waldemar, Canjiquinha, Cobrinha Verde, Leopoldinha cercano di organizzare la pratica e l’insegnamento della capoeira. In particolare Vicente Joaquim Ferreira Pastinha, noto come Mestre Pastinha (1889-1980), intraprende l’insegnamento della capoeira, sottolineandone il valore culturale e storico. Mestre Pastinha assume il ruolo di guardiano della capoeira tradizionale, che in opposizione a quella Regional di Mestre Bimba, prende il nome di capoeira Angola. Il suo Centro di Capoeira Angola aperto in largo do Pelourinho dal 1941 diviene così un importante punto di riferimento per la rivalutazione dell’eredità afro-brasiliana della capoeira.
A partire dagli anni ’50 si è sviluppata una tendenza “sportiva” della capoeira, basata su una sempre più rigida divisione in gruppi e academias. Sebbene si differenzi molto dall’originale arte di Mestre Bimba, questa capoeira ancora oggi è spesso chiamata Regional o contemporanea.
Come reazione a questo fenomeno dagli anni ’70 recupera popolarità la capoeira Angola. Sebbene si richiami in modo diretto e costante alla capoeira di Mestre Pastinha, anche questa “corrente” è protagonista di un’evoluzione pur nel costante riferimento alla tradizione.
Nel 1974 la capoeira è stata riconosciuta come sport nazionale brasiliano.
Malgrado il grande contributo dato a quello che è il secondo sport nazionale brasiliano dopo il calcio, Mestre Bimba morì in miseria il 5 febbraio 1974.

Mestre Pastinha per tutta la vita si mantenne con una serie di lavori anche umili, come il lustrascarpe. Fece il sarto, il sorvegliante in una casa da gioco e il lavoratore portuale, pur di poter continuare a essere fondamentalmente un angoleiro.
Con il peggiorare delle condizioni di salute la sua scuola finì in brutte acque. Fu colpito da un edema cerebrale nel 1979. Vecchio, malato e ormai quasi cieco, gli fu chiesto dalle autorità di abbandonare i locali affinché fossero sistemati. Ma gli spazi non gli furono mai restituiti. Giocò la sua ultima roda a 92 anni compiuti, il 12 aprile 1981 e morì pochi mesi dopo, abbandonato in un ospizio municipale.
I maestri suoi allievi a lui più legati e considerati i suoi diretti discendenti sono João Grande e João Pequeno.

La capoeira in Italia

Mestre Canela

Mestre Canela

Alla fine del 1979 Mestre Canela lascia il Brasile alla volta dell’Europa assieme a Mestre Zè-Maria e altri artisti dell’arte e cultura brasiliana. Nel 1980 girando per l’Europa non trova gruppi di capoeiristi e, per mantenere la forma e l’allenamento, decide di confrontarsi con le realtà delle arti marziali praticate nelle varie nazioni partecipando a incontri di karate, kung-fu e full-contact. Nel 1982, una volta stabilitosi a Viterbo, come buon auspicio alla divulgazione della capoeira in Italia, costituisce un gruppo al quale attribuisce lo stesso nome del suo primo gruppo fondato a Rio de Janeiro dieci anni prima: nasce così a Viterbo il gruppo di capoeira Mangangà.

Conclusioni

Oggi la capoeira è praticata in tutto il mondo. In Brasile, essendo parte della cultura, la capoeira è entrata ovunque anche nelle scuole, università, club e accademie militari.
Il 26 Novembre 2014, la Roda di Capoeira è stata iscritta dall’Unesco (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura) nella Lista Rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità. L’Unesco ha riconosciuto nella capoeira una celebrazione che nasce dalla resistenza contro ogni forma di oppresione. La roda è uno spazio rituale che fornisce un senso di compagnia e d’identità di una comunità in continua espansione in Brasile e altrove. L’idea è quella che la capoeira deve diventare un mezzo di resistenza e promuovere il dialogo tra diverse etnie, classi sociali, e nazionalità.

Storia del judo

Dalle origini delle arti marziali alla nascita e sviluppo del judo

Il Judo ha la natura dell’acqua.
Eccola, turbinante nelle cascate del Niagara,
calma nella superficie di un lago,
minacciosa in un torrente
o dissetante in una fresca sorgente scoperta un giorno d’estate.
Questo è il principio del Judo

Gunji Koizumi, Shi-han (1886-1964) (8° Dan)

Origini delle arti marziali in Giappone

Bodhidharma

Statua di Bodhidharma (India, 483 circa – Tempio di Shaolin-si ?, 540)

L’origine delle arti marziali si perde nella notte dei tempi ma il loro sensazionale sviluppo in Asia si ebbe grazie alla fusione dei principi del buddimo indiano e del taoismo cinese. La tradizione ci rimanda a Bodhidharma (Ta-Mo in cinese, Daruma in giapponese), monaco indiano che nel 520 d.c. andò in Cina per diffondere il buddismo.

Soggiornò molti anni nel monastero di Shaolin (Shorinji in giapponese), il cui nome significava “giovane foresta”, ai piedi dei monti Sung-Shan, nella provincia di Honan. Qui fondò una scuola impostata sulla meditazione: Dhyana in sanscrito, Chan in cinese, Zen in giapponese. Viste le non buone condizioni fisiche dei monaci, insegnò loro degli esercizi di respirazione e di ginnastica e, secondo la leggenda, anche delle tecniche di combattimento a mani nude, che col tempo furono arricchite e perfezionate sotto la generica denominazione di wushu, ossia “arti marziali” (bujutsu in giapponese).
I tantissimi stili di wushu si sono sviluppati lungo due direttrici.
La prima prende il nome di Wei-Chia e comprende gli stili “esteriori” o “duri” di lotta, che si fondano sull’uso della forza in linea retta.
La seconda direttrice è la Nei-Cha e comprende gli stili “interiori” o “morbidi”, che si sviluppano con il concetto di Wu-Wei, solitamente tradotto con “non azione”, ma sarebbe meglio dire “non ingerenza”: rappresenta la capacità di dominare le cicostanze senza opporvisi, arrivando a sconfiggere un avversario cedendo apparentemente al suo assalto per neutralizzarlo con movimenti circolari e rivolgere contro di lui la sua stessa forza.

Tempio Shaolin

Il Tempio Shaolin

Gli stili duri che, facevano capo al tempio buddista di Shaolin, a Okinawa generarono il karate, diffuso in Giappone da Gichin Funakoshi (1868–1957).

Gli stili morbidi, che facevano capo al tempio taoista di Wutang, in Giappone generarono il jujutsu, da cui sono derivati il judo di Jigoro Kano (1860-1938) e l’aikido di Morihei Ueshiba (1883-1969).

Il Nihon Shoki o Nihonji (cronaca del Giappone, compilata nel 720 d.c.) riferisce che già nel 230 a.c. ebbero luogo pubbliche competizioni di forza, che servivano anche a selezionare gli uomini più vigorosi, destinati alla guardia imperiale o alla formazione di corpi speciali.
Il più famoso incontro di lotta che si ricordi fu quello combattutto davanti all’Imperatore Sunin (29 a.c.-70 d.c.) da Taima-no-Kuyehaya e Nomi-no-Sukune, che uccise l’avversario spezzandogli la schiena. Il vincitore ricevette onori e ricchezze, nonché l’incarico di regolamentare il suo efficacissimo metodo di lotta per renderlo meno pericoloso.
Nomi-no-Sukune selezionò allora 48 colpi (12 riguardavano la testa, 12 il tronco, 12 le mani e 12 le gambe) e chiamo Sumo il nuovo stile.
Da una forma di combattimento primitivo e cruento (chikara-kurabe), il sumo progredì verso una forma di addestramento militare, fino a divenire un vero e proprio rito durante le raffinate epoche Nara ed Heian, imbevute di cultura cinese: l’Imperatore Shomu (724-740), infatti, lo incluse tra i giochi della Festa di Ringraziamento per il raccolto.

Sumo

Un xilografia nishiki-e raffigurante un incontro di sumo

L’importanza del sumo fu veramente grande, visto che nell’858 Korehito e Koretaka, figli dell’Imperatore Montuko, arrivarono a disputarsi il trono con un incontro di lotta tra i loro campioni Yoshiro e Natora. Vinse Yoshiro e Korehito divenne l’imperatore Seiwa.
I primi lottatori professionisti si esibirono a Edo nel 1623. Nonostante qualche dimostrazione all’estero, il sumo ha sempre avuto un carattere esclusivamente nazionale ed ancora oggi gli incontri si svolgono secondo l’antico cerimoniale, compreso il propiziatorio lancio di sale sulla pedana.

Dal Giappone si è invece diffuso in tutto il mondo il jujutsu, o “arte della flessibilità” le cui origini si perdono nelle leggende. La più nota racconta che intorno alla metà del ‘500 un medico di Nagasaki, Shirobei Akiyama, si recò in Cina per approfondire le sue cognizioni sui metodi di rianimazione, che presupponevano una perfetta conoscenza dei punti vitali del corpo umano. Akiyama, uomo di moltiforme ingegno, approfittò del soggiorno nel continente per studiare anche il taoismo e le arti marziali cinesi. Tornato in patria, durante un periodo di meditazione notò che i rami più robusti degli alberi si spezzavano sotto il peso della neve, mentre quelli di un salice si piegavano flessuosi fino a scrollarsi del peso, per riprendere poi la posizione senza aver subito danni. Applicando alle tecniche di lotta apprese in Cina le considerazioni maturate sulla cedevolezza o “non resistenza”, fondò la scuola Yoshin (del “cuore di salice”).

Yin e Yang

Yin e Yang

Non è questa la sede per trattare del taoismo, ma va evidenziato che alla sua base stanno i due principi complementari Yang e Yin, l’aspetto positivo e negativo dell’Universo: nessuno dei due può esistere senza l’altro. Nel mondo tutto è in perpetua mutazione tra questi due poli attraverso combinazioni dinamiche. Lo yang rappresenta la durezza e l’attacco, lo yin la morbidezza e la difesa.
Dal Tao-Te-Ching, il testo cinese attribuito a Lao-tzu, mi preme citare alcune massime di grande importanza per il nostro studio:

Le molte scuole di jujutsu, pur con diverse sfumature, fecero proprio questo fondamentale concetto, che rivoluzionò la maniera di lottare: la morbidezza può vincere la forza. Va inoltre sottolineato che “ai livelli più alti delle arti marziali, il punto più importante di tutte queste strategie sta nello sviluppare una sensibilità intuitiva verso le leggi dell’universo. Lo scopo più profondo non è semplicemente sconfiggere gli avversari ma giungere al “modo” (“Do” o “Tao”), che è il modo in cui funziona l’universo (Payne)”.

Tokugawa Ieyasu fondatore dello shogunato Tokugawa

Tokugawa Ieyasu

Il jujutsu si sviluppò sotto nomi diversi a seconda del gruppo di tecniche che si preferiva approfondire (proiezioni, immobilizzazioni, percussioni, ecc.), raggiungendo il massimo splendore durante il lungo periodo di pace instaurato da Ieyasu Tokugawa (1543-1616) dopo la battaglia di Segikahara (1603) e la conquista del castello di Osaka (1615).
La fine delle guerre civili che avevano insanguinato il Giappone dal XII secolo, interrotte soltanto per respingere le invasioni mongole di Kublai Khan, lasciò disoccupati migliaia di Samurai, che divennero perciò Ronin (“uomini onda”, ossia guerrieri senza padrone).
Molti di loro pensarono quindi di mettere a frutto quanto avevano appreso sui campi di battaglia, raccogliendo e perfezionando le tecniche di combattimento senz’armi ereditate dal passato, e mentre in precedenza esistevano solo scuole private ad uso dei grandi clan, ognuno dei quali elaborava e tramandava al suo interno colpi di particolare efficacia, sorsero allora scuole di bujitsu (arti marziali) aperte a tutti.
L’uso strategico del corpo umano raggiunse livelli sbalorditivi di efficienza. Due secoli e mezzo di pace durante lo shogunato Tokugawa furono possibili grazie a un rigoroso controllo verticistico che tendeva al mantenimento dell’ordine. Divennero difficoltosi i contatti all’interno e furono decisamente vietati quelli con l’esterno, pena la morte, relegando il paese fuori dalla storia. Intorno alla metà del XIX secolo, però alla ricerca di nuovi mercati commerciali, le grandi potenze decisero di porre fine all’isolamento nipponico.

Matthew Calbraith Perry

Commodoro Matthew Calbraith Perry (1794-1858)

L’8 luglio 1853 il commodoro statunitense Matthew Calbraith Perry giunse nella baia di Uraga con le sue celebri quattro “navi nere”, chiedendo a nome del Presidente Fillmore l’apertura del Giappone al mondo occidentale. In seguito ai temporeggiamenti nipponici, Perry tornò nel febbraio 1854 con otto navi, facendo chiaramente intendere che non avrebbe tollerato il rifiuto. Al trattato di Kanagawa con gli USA seguirono ben presto quelli con la Gran Bretagna e Russia, gettando nello sconforto quanti avrebbero preferito morire combattendo contro un nemico meglio armato che sottostare a un umiliante cedimento.
I contrasti tra “falchi” e “colombe” si acuirono via via fino a spaccare il paese. Ne conseguì inevitabilmente una sanguinosa reazione a catena, culminata nel 1868 con la fine del Bakafu (shogunato) Tokugawa e con la “restaurazione Meiji”: dopo sette secoli il potere politico dalle mani dello shogun tornava in quelle dell’Imperatore.

Il giovane Mutsuhito Meiji, 122° esponente della dinastia, trasferì la capitale da Kyoto (ove risideva dal 794) a Edo, che chiamò Tokyo, ossia “capitale dell’est”, inaugurando l’era Meiji, di “governo illuminato”.
Nei primi anni dell’era Meiji (1868-1921), sotto l’infatuazione per la civiltà e i costumi occidentali, il bujutsu subì una rapida decadenza (anche per l’enorme diffusione delle armi da fuoco) e non pochi esperti, rimasti senza allievi, per sopravvivere in una società profondamente mutata dovettero esibirsi a pagamento in squallidi locali o finirono nella malavita. I Maestri non tramandavano più il loro sapere, portandosi nella tomba i segreti del Ryu (scuola): un grande patrimonio di nobili tradizioni stava per scomparire.

Nascita di Jigoro Kano e sviluppo del judo

Jigoro Kano in judogi

Jigoro Kano (1860-1938)

Questo era il triste spettacolo che apparve a Jigoro Kano.
Nato nel 1860 a Mikage presso Kobe, nel 1817 si trasferì a Tokyo con la famiglia. D’intelligenza vivissima ma di gracile costituzione, doveva subire la prepotenza dei compagni, dai quali avrebbe voluto difendersi praticando il jujutsu.
Poiché la disciplina era screditata e ritenuta troppo violenta, Kano dovette rinunciarvi, dedicandosi specialmente alla ginnastica e al baseball per irrobustire il suo fisico. Nel 1817, entrato all’università di Tokyo, poté finalmente avvicinarsi al jujutsu, cui si applicò con passione, impegnandosi in duri allenamenti (sempre ricoperto di piaghe, era soprannominato “unguento”). I suoi primi Maestri furono Hachinosuke Fukuda e Masatomo Iso, della Tenshin-Shin’yo-ryu, dai quali apprese in particolare il katame-waza e l’atemi-waza, venendo in possesso dei Densho (i libri segreti) della scuola dopo la morte.

Conobbe quindi Tsunetoshi Iikubo, esperto della Kito-ryu, da cui apprese il nage-waza. Mentre progrediva con sorprendente facilità, penetrando i segreti dei diversi stili, nel 1881 ottenne la laurea in lettere e cominciò ad insegnare al Gakushuin (Scuola dei Nobili).

Tempio Eisho

L’ingresso del tempio di Eisho, il luogo dove è nato il Judo Kodokan

Nel 1882 il giovane professore aprì una palestra di appena 12 tatami nel tempio di Eisho, radunandovi i primi 9 allievi: nasceva così il Kodokan (“luogo per studiare la Via”), dove il giovane professore elaborò una sintesi di varie scuole di jujutsu.

Il nuovo stile di lotta, non più soltanto un’arte di combattimento, ma destinato alla divulgazione quale forma educativa del corpo e dello spirito, venne chiamato judo (“Via della flessibilità”): come precisò Kano nel 1922, si fondava sul miglior uso dell’energia (Sei Ryoku Zen Yo) allo scopo di perfezionare se stessi e contribuire alla prosperità del mondo intero (Ji Ta Kyo Ei).
Secondo Alan W. Watts:

“Il jujutsu è specificatamente la tecnica di un particolare modo di lotta,
il judo è piuttosto la filosofia su cui questa tecnica si fonda”.

In breve il Kodokan, con un occhio alla tradizione e l’altro al futuro assurse a grande fama grazie alle importanti vittorie sulle scuole di jujutsu: nel 1886, dopo aver trionfato su quella del celebre Maestro Hikosuke Totsuka (il Kodokan riportò 13 vittorie e 2 pareggi su 15 incontri), Jigoro Kano elaborò con i suoi allievi migliori il primo Go-kyo (“cinque principi”) o metodo d’insegnamento; nel 1906 riunì a Kyoto i rappresentanti delle varie scuole per delineare i primi kata (“modelli” delle tecniche di lotta); nel 1912 presentò il nuovo go-kyo, tuttora invariato; nel 1922 diede vita alla Società Culturale del Kodokan.
Il Kodokan, fin dal 1883, subì numerosi trasferimenti, ampliandosi in continuazione: con la sede inaugurata il 25 marzo 1958 arrivò a 1000 tatami e oggi ne conta quasi 1300.
Ma lontano dal Giappone, nonostante i viaggi e le dimostrazioni di Kano, si diffuse soprattutto il jujutsu, che aveva tratto nuovi stimoli dalla rivalità con il Kodokan.
I Maestri di jujutsu, infatti, costretti a subire la crescente popolarità del judo in patria, trovarono un fertile terreno d’insegnamento all’estero. Vediamo dunque quali furono i pionieri del jujutsu in Occidente.
Già nel 1901 si trovavano a Londra i Maestri giapponesi Raku Uyenishi e Yukio Tani, che insegnarono i rudimenti del jujutsu al campione svizzero di lotta libera Armand Cherpillod, cui si deve il primo manuale in lingua francese (tradotto in italiano nel 1906).

Yoshiaki Yamashita

Yoshiaki Yamashita (1865-1935)
È stato la prima persona a essere insignito del 10° dan (Judan) nel judo kodokan



Nel 1905 Uyenishi aprì una palestra a Londra e Cherpillod diede lezioni ad ufficiali di marina durante un corso a Portsmouth. Risale comunque al 1918 l’avvenimento più importante, ossia la costituzione del Budokwai per opera di Gunji Koizumi.
A Parigi, dopo una lunga campagna di stampa, il 26 ottobre 1905 s’incontrarono in un combattimento divenuto famoso, il Professor Ré-Nié (Gui de Montgailhard) e il Maestro Georges Dubois, valente pugile, schermitore e pesista. Ré-Nié, esperto di jujutsu, ebbe la meglio sul più pesante rivale in appena 26 secondi con una leva articolare. Sul finire del 1905 giunsero a Parigi Tani e Katsukuma Higashi, provenienti dagli Stati Uniti (dove aveva scritto con Hancock un libro sul “metodo Kano”): in dicembre i due disputarono un interessante incontro all’ippodromo Bostok.
Nel 1906, a Berlino, Erich Rahn apriva la prima palestra di jujutsu in Germania, venendo ben presto incaricato d’impartire lezioni alla Polizia berlinese e all’Istituto Sportivo Militare.
Grazie anche ai numerosi libri di Irving Hancock, fin dai primi anni del secolo gli USA si appassionarono al jujutsu (nel 1905 veniva insegnato all’Accademia Navale di Annapolis). Hancock stesso, allievo del Maestro Inouye, lo praticò con discreti risultati.

Per approfondire il “metodo Kano” soggiornò in America dal 1902 al 1907 il grande Yoshiaki Yamashita (nel 1935 ottenne il 10° Dan), che ebbe tra i suoi allievi il Presidente Theodore Roosevelt, graduato cintura marrone dopo tre anni di proficue lezioni impartitegli alla Casa Bianca. Una prova dell’interesse statunitense per il jujutsu è la sua inclusione nel programma delle Olimpiadi da disputarsi a Chicago nel 1904 (poi assegnate a Saint Louis).

Diffusione del judo in Italia

Anche in Italia, dove imperava la lotta greco-romana con i suoi “ercoli” statici e muscolosi, non mancò qualche sporadica dimostrazione. Tra il dicembre 1905 ed il marzo 1906 si disputò il Trofeo Florio di lotta, articolato in tre prove, che ebbero luogo a Palermo, Napoli e Roma. In tutte e tre le città il pubblico poté assistere anche a sfide di jujutsu tra lo statunitense Witzler e alcuni partecipanti al Trofeo. A Roma le gare si svolsero al teatro Adriano e video il successo di Raoul Le Boucher su Paul Pons. Lo statunitense Witzler rinnovò la sua sfida, sconfiggendo prima il tedesco Schakmann e poi il senegalese Amalhou, ma arrendendosi al fortissimo Raoul. Stesso copione nell’aprile 1906 al teatro Verdi di Firenze. Sempre nell’aprile 1906 tre Maestri giapponesi di passaggio a Roma si esibirono al Club Atletico Romano e uno di loro, Ysmano, si trattenne per qualche tempo nella capitale, impartendo lezioni ai soci del club.
I numerosi contatti stabiliti tra i marinai italiani e quelli nipponici, consolidati al tempo della rivolta dei Boxer (1900), favorirono la diffusione delle tecniche di jujutsu anche tra i nostri soldati, incuriositi ed affascinati dal modo particolare di combattere all’arma bianca o a mani nude: i guerrieri del Mikado, presi singolarmente, erano senza dubbio i migliori mai visti. L’esaltante vittoria giapponese sulla Russia (1904-1905) accrebbe l’ammirazione per quel popolo: uscito da un interminabile medioevo feudale solo nella seconda metà dell’Ottocento, in pochi lustri aveva saputo conquistarsi un posto di primo piano tra le grandi potenze. E nel mondo si cominciò a parlare degli invincibili samurai e del loro codice d’onore, il Bushido (“Via del Guerriero”) che Inazo Nitobe descrisse con efficacia in un libro (Bushidô – L’anima del Giappone) divenuto ben presto famoso e tradotto per la prima volta in italiano nel 1917.

Domata la rivolta dei Boxer, l’Italia ottenne una concessione a Tientsin, allargando così i propri interessi in Estremo Oriente. Gli entusiastici commenti di civili e militari sulle virtù della lotta giapponese, soprattutto in vista di un suo impiego bellico, convinsero il Ministro della Marina Carlo Mirabello ad organizzare un corso sperimentale sull’incrociatore Marco Polo. Assegnato al capitano di vascello Carlo Maria Novellis il comando della nave, che stazionava nelle acque della Cina, lo incaricò di assumere a bordo un istruttore di jujutsu, firmando così l’atto di nascita della lotta giapponese in Italia.
Dopo molte ricerche, Novellis trovò a Shanghai un insegnante che godeva la fiducia del console giapponese. Il 24 luglio 1906 venne pertanto stipulato un contratto di quattro mesi, tempo che il maestro giudicava “necessario e sufficiente per portare gli allievi ad un grado di capacità tale da renderli abili ad insegnare a loro volta”. Il corso si sarebbe svolto a bordo e al termine gli allievi migliori avrebbero sostenuto gli esami al Kodokan. In ottobre, infatti, i nostri baldi marinai si sottoposero agli esami, ma il risultato fu decisamente negativo. La colpa era del maestro, commentarono al Kodokan:

Pur essendo abbastanza abile, non poteva insegnare ai suoi allievi più di quanto sapesse
cioè non molto, e quindi non aveva mentito assicurando
che in quattro mesi avrebbe portato gli allievi alla sua altezza.

Carlo Oletti il padre del judo italiano

Carlo Oletti (1886-1964), considerato il padre del judo italiano

Si risolse dunque con una beffa la prima esperienza del judo italiano.
Per evitare altre spiacevoli sorprese, il povero Novellis pensò allora di richiedere un insegnante proprio al Kodokan, ma Mirabello non diede mai il suo assenso. Il 31 dicembre 1906 giunse a Shanghai l’incrociatore Vesuvio e Novellis cedette il comando delle operazioni Estremo Oriente al capitano di vascello Eugenio Bollati di Saint Pierre. Questi fece imbarcare dal Marco Polo due marinai ormai abili nella lotta giapponese: uno di loro, il timoniere brindisino Luigi Moscardelli, nell’aprile 1907 ottenne a Tokyo “il diploma di abilitazione all’insegnamento”. In settembre a bordo del Vesuvio si disputarono le gare semestrali imposte dal Ministro della Marina per mantenere in allenamento gli equipaggi: la gara di jujutsu fu vinta dal sottocapo cannoniere Raffaele Piazzolla di Trani sul cannoniere scelto Carlo Oletti, diciannovenne torinese destinato a lasciare un segno profondo nella storia della disciplina in Italia.
Le lezioni di jujutsu sulla Vesuvio furono dunque impartite da un nostro marinaio, magari capace, che aveva però soltanto pochi mesi di esperienza, per di più fatta con un mediocre insegnante giapponese. Attingendo solo saltuariamente alle fonti dell’arte gentile, finimmo per confondere il judo con il jujutsu, praticando una discilina “autarchica” ben diversa da quella del Kodokan. Tradendone completamente lo spirito, nel nostro paese il jujutsu/judo fu praticato usando molto di più la forza della cedevolezza (ju), trascurando completamente la ricerca della “Via” (do). A riprova della confusione che regnava intorno alla disciplina basti pensare che nel 1926 il termine judo veniva ancora tradotto “rompi muscoli”! Persino dal già citato Oletti, che si vantava di averne appreso “tutti i segreti” e di essere perciò “padrone di tale metodo”.
La prima dimostrazione di jujutsu fatta da italiani si svolse a Roma il 30 maggio 1908 durante le feste organizzate dalla Società Nazionale per il Movimento dei Forestieri e dall’Istituto Nazionale per l’Incremento dell’Educazione Fisica. Nell’incantevole scenario di Villa Corsini, alle pendici del Gianicolo, “due abilissimi sottufficiali di marina diedero una dimostrazione della teoria e della pratica della lotta giapponese”. Pochi giorni dopo, evidentemente incuriosito, Vittorio Emanuele III volle che l’esibizione fosse ripetuta nei giardini del Quirinale. Così “Il Messaggero” commentava l’avvenimento:

La dimostrazione fu fatta, con molta chiarezza, dal maestro di scherma De Cugni Francesco, il quale dimostrò, con competenza non comune, l’importanza di questo sport, nuovo per l’Italia./
I due lottatori presentati erano i sottufficiali Vegliante Emanuele e Guzzardi Giuseppe./
Il Re, che si interessò moltissimo dell’esperimento, pregò di ripetere vari colpi e fece scattare molte volte la sua macchina fotografica ritraendoli in più pose./
Da ultimo ebbe per i bravi lottatori parole di vivo compiacimento./
Assistevano pure il Ministro della Marina, On. Mirabello, l’Ammiraglio Viale e il Comandante Como, intelligente ed appassionato cultore dello sport, al quale si deve se tale genere di lotta sta per essere introdotta in Italia./

Il giorno seguente la dimostrazione fu ripetuta nella palestra della Scuola Magistrale in via Cernaia. A conclusione delle feste di maggio il Comandante Como di Santo Stefano, già capitano di corvetta sul Marco Polo, tenne al Circolo Militare un’applaudita conferenza sull’educazione fisica.
Nel giugno 1909, durante la seconda festa sportiva organizzata a Roma dall’Istituto Nazionale di Educazione Fisica, all’Arena Nazionale si svolse una nuova dimostrazione di jujutsu. Presentati dal 2° capo torpediniere Vegliante, si esibirono il capo timoniere Giuseppe Guzzardi e il capo cannoniere Romolo Scarinei (Vegliante e Guzzardi erano gli stessi del 1908 a Villa Corsini). La manifestazione questa volta ebbe però minore risonanza.
Nonostante l’ottimo esordio, il cammino del jujutsu fu lento e difficile. Infatti, se si eccettua qualche articolo o conferenza, una timida proposta dell’Istituto Nazionale per l’Incremento dell’Educazione Fisica e i generosi ma vani tentativi del lottatore bresciano Cristini, della “Via della flessibilità” non si parlò davvero molto in Italia.

Pugilato e lotta libera per la difesa personale

Pugilato e lotta libera per la difesa personale. Il primo libro edito in Italia a parlare di jujutsu

Risale al 1911 il primo libro italiano che si occupò, per quanto sommariamente, di jujutsu: “Pugilato e Lotta libera per la difesa personale”, edito da Ulrico Hoepli. Ma l’autore, il giornalista sportivo Alberto Cougnet, si limitava a riportare ampi brani della già citata opera di Cherpillod. Appena un anno dopo, Cougnet volle tornare sull’argomento, dedicando ampio spazio alla “lotta giapponese” nel suo libro “Le Lotte libere moderne”, ancora nelle edizioni Hoepli. Apprendiamo così che la prima troupe di lottatori nipponici venuta in occidente nel 1907 era guidata dal grande Hitachiyama ed ebbe l’onore di esibirsi alla Casa Bianca davanti al Presidente Roosevelt (che fu, come ho detto, allievo del Maestro di judo Yamashita). Un’altra troupe si esibì a Londra nell’estate 1910.
Al Campionato Mondiale di lotta per professionisti, svoltosi a Parigi nel 1908, aveva preso parte anche il giapponese Akitaro Ono, esperto di jujutsu, battuto in greco-romana dal nostro Giovanni Raicevich sia nella capitale francese che al Torneo delle Nazioni disputato al teatro Eden di Milano dal 16 gennaio al 15 febbraio 1911. Quale “contorno” al torneo, Ono sostenne svariati combattimenti di jujutsu, promettendo 200 lire di premio a chi avesse saputo resistergli per due minuti: è ovvio che vinse sempre e con estrema facilità. Ma tra i suoi avversari, il già citato Umberto Cristini dimostrò “inconfutabilmente di essere uno specialista finissimo dell’arte nipponica della difesa personale”, tanto che pochi giorni dopo il loro incontro, Ono e Cristini furono invitati a una nuova esibizione.
Dal 1° marzo 1911 i milanesi poterono assistere per alcuni giorni agli incontri di sumo, gominuki e jujutsu disputati al Trianon da 24 atleti nipponici, che vennero anche al teatro Apollo di Roma dall’11 al 20 marzo.
Commentava Cougnet:

Sono esibizioni d’una straordinaria suggestività e che dimostrano una tecnica ed un’abilità molto superiore a quella della greco-romana cristallizzatasi, da due millenni, in formule combattive ed estetiche, ma di poca o nulla praticità come difesa personale.

Umberto Cristini

Umberto Cristini pioniere del judo in Italia

A Milano il solito Umberto Cristini resistè ben otto minuti all’esperto Atagawa. Di Cristini vanno ricordate anche le sfide milanesi con i lottatori professionisti Ambrogio Andreoli (al Teatro Lirico) e Giovanni Raicevich (al Trianon) nel tentativo di dimostrare la superiorità del jujutsu sulla lotta greco-romana. Poi, complice anche la guerra, per molti anni sulla lotta giapponese calò il silenzio. E un totale disinteresse mostrò la Federazione Atletica Italiana, che allora si occupava di lotta greco-romana, pugilato e sollevamento pesi, ma non voleva sentir parlare di lotta libera, soprattutto di “catch” o jujutsu.
Il lavoro compiuto non fu comunque inutile: secondo il Maestro Betti Berutto, infatti i marinai che avevano appreso il jujutsu in Estremo Oriente vennero utilizzati per addestrare i “Caimani del Piave” durante la Grande Guerra. Proprio il conflitto mondiale fece comprendere non solo la necessità di diffondere l’educazione fisica nell’esercito, ma anche l’utilità di disporre di reparti speciali, esperti nel combattimento corpo a corpo.
Nel primo dopoguerra due eventi avvicinarono Italia e Giappone, rinverdendo vecchi legami di amicizia: il raid aereo Roma-Tokyo, pensato da Gabriele D’Annunzio ma realizzato dal Tenente Arturo Ferrarin tra il febbraio e il maggio 1920, e la visita a Roma del Principe ereditario Hiroito nel luglio 1921. Gli avvenimenti, largamente reclamizzati dalla stampa, ridestarono l’interesse della gente per l’impero del Sol Levante, per i suoi costumi e per le sue efficacissime tecniche di combattimento.
Così, sul finire del 1921, il capo cannoniere di prima classe Carlo Oletti (già imbarcato sull’incrociatore Vesuvio), fu chiamato a dirigere i corsi di jujutsu introdotti alla Scuola Centrale Militare di Educazione Fisica a Roma, di cui era comandante il colonnello Giulio Cravero. La scuola, istituita con R.D. 20 aprile 1920, ebbe sede nei locali del Tiro a Segno Nazionale, alla Farnesina di Roma, segnalandosi subito all’attenzione generale.
Da quel momento le iniziative si susseguirono numerose. Nel 1922 Oletti insegnò nella palestra della “Giovane Italia” in via della Consulta, e dal gennaio 1923 cominciò le lezioni alla “Cristoforo Colombo” in via Tacito, che divenne ben presto la società sportiva più forte d’Italia nel jujutsu. Vista la diffusione della disciplina, domenica 30 marzo 1924 i delegati di 28 società o gruppi sportivi civili e militari si riunirono nella palestra della “Colombo” per costituire la Federazione Jiu-Jitsuista Italiana, presieduta dal Comm. Antonello Caprino, avvocato e alto funzionario comunale. Il primo articolo del regolamento tecnico federale riconosceva “quale metodo ufficiale di jiu-jitsu, sia per l’insegnamento che per la pratica, il metodo Kano”.
Il 20 e 21 giugno 1924 alla sala Flores in via Pompeo Magno si disputò quindi il primo Campionato Italiano: il titolo assoluto fu vinto da Pierino Zerella, esperto di lotta greco-romana, mentre il titolo a squadre andò alla Legione Allievi Carabinieri di Roma davanti alla SCMEF e alla Guardia di Finanza.
La completa riuscita di tali gare – commentava la stampa – ha confermato l’interesse del pubblico per questo genere di sport, che è mezzo efficace di cultura fisica e di educazione di carattere, mentre insegna pratiche originali di difesa personale e procedimenti strani tuttora incomprensibili di mezzi per richiamare alla vita , con evidente riferimento al kuatsu.

Federazione Italiana Lotta Giapponese FILG

Il logo della Federazione Italiana Lotta Giapponese (FILG)

Nonostante gli sforzi di pochi appassionati, il jujutsu si faceva largo assai lentamente tra il grande pubblico. Tra l’altro, dopo le edizioni del 1924, 1925 e 1926, i campionati italiani erano stati interrotti. E a nulla era servita, nel 1927, la trasformazione della FJJI in Federazione Italiana Lotta Giapponese sotto la guida del dinamico Giacinto Pugliesi, presidente della “Colombo”. Ritenendo che la disciplina potesse fare un salto di qualità con una spettacolare manifestazione, il 7 luglio 1928 il quotidiano “L’Impero” organizzò con l’A.S. Trastevere una grande riunione di propaganda nella sala della Corporazione della Stampa in viale del Re a Trastevere. La manifestazione ebbe un buon successo grazie a due presenze non previste: la partecipazione dell’esperto judoka nipponico Mata-Katsu Mori, che si trovava a Roma in veste di pedagogo presso la famiglia del poeta Shimoi, e soprattutto l’intervento del Maestro Jigoro Kano. Questi, venuto a conoscenza dell’iniziativa mentre era a Parigi, non volle mancare all’appuntamento. Fortunatamente per noi, “L’Impero” comprese il valore di quella presenza eccezionale e mandò senza indugio un suo cronista all’Hotel Royal in via XX Settembre per ricevere Jigoro Kano.
È bene ricordare che Kano fu un personaggio di rilievo non solo nello sport giapponese: fin dal 1909 rappresentava il Giappone nel CIO e nel 1911 fondò la Japan Amateur Sport Association (il Comitato Olimpico Giapponese), di cui fu presidente fino al 1921. Rettore del Collegio dei Pari, Direttore della Scuola Normale Superiore, addetto alla Casa Imperiale, Segretario del Ministero dell’Educazione Nazionale, Direttore dell’Educazione Primaria, Senatore, ecc…, nel 1922 diede vita alla Società Culturale del Kodokan, non riservando però le sue attenzioni solo al judo: aiutò il Maestro Gichin Funakoshi di Okinawa a diffondere il karate-do (“Via della mano vuota”) e s’interessò dell’aikido (“Via dell’armonia con l’energia universale”), la disciplina elaborata dal Maestro Morihei Ueshiba.

Servendosi dell’illustre poeta Harukichi Shimoi quale interprete, nel luglio 1928 Jigoro Kano rilasciò a “L’Impero” un’intervista preziosa. Ritengo quindi utile trascriverne un brano significativo:

Il judo è l’arte di utilizzare col massimo rendimento la forza umana: utilizzare la forza umana vuol dire farle assumere diverse forme e farle raggiungere diversi risultati. Combattere per la gioia di vincere, cercare la robustezza del proprio fisico, coltivare la forza senza perdere nulla in scienza e in intelligenza, migliorare l’uomo rispetto alla vita sociale: ecco i fini che deve avere uno sport che vuole rendersi utile nella vita di una razza e di una nazione. Ed ecco ciò che si propone il Judo, il quale non ha solo lo scopo di educare il corpo, ma vuole anche plasmare moralmente e intellettualmente l’individuo per formare un ottimo cittadino[…]. Per questo il Judo in Giappone non viene considerato un’arte, ma come una cultura, che oltre ad offrire un’utilità immediata con la difesa personale per la vita, rinvigorisce i sentimenti migliori dello sportivo e dell’uomo.

Poco dopo la manifestazione a Trastevere, si svolsero alla SCMEF i primi esami per l’attribuzione della qualifica di Maestro. Quindi nel maggio 1929, si disputò il campionato laziale e in giugno, sempre a Roma, il quarto campionato italiano. Ma il trasferimento di Oletti a La Spezia nel 1930, nonostante le manifestazioni caparbiamente organizzate dalla “Colombo”, raffreddò non poco gli entusiasmi. Nel febbraio 1931, per di più, la FILG venne sciolta e la sua attività inquadrata nella Federazione Atletica Italiana (fondata nel 1902 dal marchese Luigi Monticelli Obizzi), provocando l’inesorabile declino del jujutsu.
Mi pare a questo punto interessante esaminare qualche curiosità emersa dalla lettura dei primi regolamenti federali.
Secondo il regolamento della Federazione Jiu-Jitsuista Italiana (1924) i praticanti si dividevano in Maestri (cintura nera), Esperti (blu) e Lottatori (bianca), distinti in professionisti e dilettanti. Si diveniva Maestro o Esperto, abilitati all’insegnamento e all’arbitraggio, superando gli esami annuali banditi dalla FJJi. Cinque erano le categorie di peso: piuma (fino a 60 Kg), leggeri (fino a 70), medi (fino a 80), medio-massimi (fino a 90), massimi (oltre 90). Gli incontri dovevano disputarsi tra atleti aventi la stessa qualifica e peso, e solo i professionisti potevano mettere in palio il titolo in combattimenti al di fuori delle gare organizzate annualmente dalla Federazione. Gli incontri, sia tra dilettanti che tra professionisti, si disputavano in tre riprese, con intervalli di due minuti, di durata complessiva non superiore a trenta minuti. Risultava vincitore chi si aggiudicava almeno due riprese, ma l’arbitro poteva sospendere il combattimento per resa o manifesta inferiorità tecnica di uno dei contendenti.
La materassina, “imbottita di lana, crino e segatura”, misurava non meno di 4 metri per lato (con spazio libero circostante di almeno un metro) e appoggiava su pavimenti di legno. Gli atleti indossavano la casacca bianca e i calzoncini. Erano facoltative le calze e le ginocchiere elastiche, vietate le scarpe. Per effettuare il saluto, obbligatorio “all’inizio del primo assalto e al termine dell’ultimo”, gli avversari si disponevano agli angoli opposti della materassina, appoggiavano sul tappeto le mani e il ginocchio destro, quindi eseguivano un inchino con la testa; in caso di sfida, lo sfidante batteva la mano destra sul tappeto.
Proiezioni e immobilizzazioni erano valide solo se effettuate all’interno della materassina. Il regolamento vietava le prese alle dita di mani e piedi, nonché i colpi con qualsiasi parte del corpo, ma consentiva strangolamenti “con gli avambracci, con le gambe e con i baveri”, oltre a compressioni con le gambe “ai fianchi, all’addome ed allo stomaco”.
Le sanzioni disciplinari consistevano in: ammonizione, sospensione fino a due mesi, sospensione fino a sei mesi, espulsione.
Secondo le norme dello statuto-regolamento approvato nel 1927 i praticanti furono divisi in Maestri Arbitri (cintura nera), Esperti Arbitri (blu), Lottatori Professionisti (rossa) e Lottatori Dilettanti (bianca). Le categorie di peso divennero sei: minimi, piuma, leggeri, medi, medio-massimi e massimi. Il combattimento poteva essere “semplice” o “vero”. Il primo consisteva “nell’atterrare con un colpo o controcolpo il proprio contendente facendogli toccare anche una spalla sul tappeto, oppure tenerlo immobilizzato con una o tutte e due le spalle allo stesso per 30 minuti secondi”. Il combattimento “vero”, in più, consentiva strangolamenti e leve “da qualsiasi posizione”. La durata dei combattimenti, sempre in tre riprese con intervalli di due minuti, fu ridotta a 15 minuti per i dilettanti e 21 per i professionisti.
L’ultimo articolo del regolamento stabiliva che ogni incontro fosse improntato “al più alto senso cavalleresco e, più che una dimostrazione di forza, doveva essere lo sfoggio dell’intelligenza e della tecnica acquisita nel metodo”.
Lo statuto-regolamento della FAI approvato dal CONI nel gennaio 1933, per la lotta-giapponese, prevedeva le stesse norme del 1927. Va tuttavia rilevato un cambiamento importante: il termine “Jiu-Jitsu Judo” era stato sostituito dal semplice “Judo”.
Jigoro Kano morì sul piroscafo Hikawa-Maru nel maggio 1938, mentre tornava in patria dopo aver presenziato al Congresso del CIO svoltosi al Cairo. Non assistette quindi alla disfatta del suo paese, ma un paio di anni prima, quasi presagisse la tempesta, aveva lasciato una specie di testamento spirituale ai judokas di tutto il mondo:

Il Judo non è soltanto uno sport. Io lo considero un principio di vita, un’arte e una scienza […] Dovrebbe essere libero da qualsiasi influenza esteriore, politica, nazionalista, razziale, economica, od organizzata per altri interessi. Tutto ciò che lo riguarda non dovrebbe tendere che a un solo scopo: il bene dell’umanità.

Dopo un lunghissimo silenzio, il 14 giugno 1942 ebbe inizio alla scuola di polizia di Caserta il Primo Corso allenatori di lotta giapponese, diretto dal Prof. Francesco Cao, che aveva abitato a lungo in Giappone, ottenendovi la cintura nera. I 19 atleti selezionati agli esami del 30 luglio presero parte al corso di perfezionamento inaugurato il 3 settembre alla scuola di polizia di Roma. Gli appunti di Cao, pubblicati nel 1943 dal Ministero dell’Interno, non parlavano più di jujutsu, ma di judo. E indubbiamente nell’opuscolo si riscontrava una chiara conoscenza dello “stile Kodokan”, persino nell’uso dei termini giapponesi appropriati. Cao descrisse con minuzia il “saluto”, le “posizioni”, gli “spostamenti”, gli “squilibri”, le “cadute”, suddividendo le tecniche secondo lo schema ancora oggi adottato. Il “vero” judo faceva quindi capolino in Italia proprio nel momento più tragico della nostra storia recente.
Giovanni Valente, insediatosi alla presidenza federale nel luglio 1941, organizzò inoltre il Trofeo di Giudò, concluso a Venezia il 5 luglio 1943 con la vittoria di Enzo Fantoni su Marino Cipolat (ambedue agenti di P.S. del Centro di Milano). Il 3 ottobre 1943 doveva disputarsi a Roma il campionato assoluto (l’ultimo risaliva al 1929), ma le drammatiche vicende succedute al 25 luglio arrestarono il cammino del judo italiano.
Con il decreto 2 agosto 1943 il Partito Fascista veniva soppresso e il CONI posto alle dipendenze della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Pochi giorni dopo il Maresciallo Badoglio nominò Commissario del CONI il Conte Alberto Bonacossa, che il 12 agosto assunse anche la presidenza di tutte le Federazioni Sportive.
Poi venne l’8 settembre, quindi l’occupazione tedesca, la costituzione della Repubblica Sociale Italiana, la Resistenza e, finalmente, la Liberazione. Per la lotta giapponese, tuttavia i giorni erano sempre bui.

Solo nel 1947 si ebbe una ripresa dell’attività con la nomina di una Commissione tecnica presieduta da Alfonso Castelli, Segretario Generale della Federazione Italiana Atletica Pesante (FAI fino al 1933). La commissione incontrò molti ostacoli per i contrasti sorti tra i suoi membri, ciascuno dei quali “asseriva di essere il solo depositario del VERO metodo” (Castelli), anche se soltanto Alfredo Galloni fu poi irremovibile nella sua intransigenza, fondando una Federazione separata.
Il primo campionato nazionale del dopoguerra si disputò a Lanciano nei giorni 1 e 2 maggio 1948. A contendersi la vittoria nelle cinque categorie furon 29 atleti di 9 società: cinque di Roma (CUS, Excelsior, Fronte della Gioventù, Poligrafico, Ymca), due di Lanciano, una di Bari e una di Varese. I titoli individuali andarono ad Adriano Battisti (piuma), ad Augusto Ceracchini (leggeri), a Carlo Mazzantini (medi), ad Amerigo Santarelli (medio-massimi) e a Vincenzo Fanelli (massimi). Nella classifica per società fu prima la S.G. Angiulli di Bari, diretta dal Maestro Franco Scioscia, davanti all’U.S. Excelsior e al CUS Roma, allenate da Romolo Stacconi e Arnaldo Santarelli. In occasione dei campionati si riunì la Commissione Tecnica, che prese atto delle dimissioni di Castelli, eleggendo Presidente Stacconi.
Durante il III Congresso della FIAP, tenuto a Genova il 16 e 17 ottobre 1948, Giorgio Giubilo fu confermato Presidente e Castelli Segretario Generale. Il Congresso approvò il nuovo statuto federale, che contemplava tra gli organi centrali il Gruppo Autonomo Lotta Giapponese (trasformato in Gruppo Autonomo del Judo nel 1951).
Sciolta la Commissione Tecnica il 29 ottobre, l’Assemblea del GALG svoltasi a Roma il 14 novembre elesse Presidente Aldo Torti, Segretario Arnaldo Santarelli, Consiglieri Tommaso Betti Berutto e Alfredo Cardarelli. Rintracciato dall’ex allievo Betti Berutto ad Angera, sul Lago Maggiore, il 18 gennaio 1949 Carlo Oletti accettò la presidenza onoraria “e con la sua autorità rese possibile la riunificazione generale di tutte le forza judoistiche italiane” (Castelli). Nel congresso del GALG tenuto il 29 marzo, infatti, il numero dei Consiglieri fu portato a quattro con l’inclusione di Roberto Piconi e del “pentito” Galloni.
Per la stesura del testo definitivo del regolamento tecnico fu nominata una commissione presieduta da Oletti e composta da Galloni, Piconi, Porceddu, Ramella, Scioscia e Stacconi. Il regolamento, pubblicato su “Lotta e Pesi” il 1° marzo 1949, tra l’altro divideva i praticanti in tre categorie: allievi (cintura bianca), lottatori di III, II e I serie (cintura verde, rossa o marrone), Maestri (cintura nera). Il 1° dan venne riconosciuto a 7 Maestri, il 2° dan a 11, il 3° dan a 9, e precisamente Giulio Bovi, Francesco Cao, Mario Cuzzocrea, Oronzo Donno, Alfredo Galloni, Ennio Marchionni, Lucio Migiarra, Michele Savarino e Franco Scioscia.
In occasione delle Olimpiadi del 1948, per iniziativa del Budokwai di Londra, fu convocata una conferenza internazionale presso il New Imperial College a South Kensington. Si decise la costituzione dell’European Judo Union (EJU), di cui fu eletto presidente l’inglese Trevor P. Legget, l’unico non giapponese graduato 5° dan. Il 29 ottobre 1949 si riunì a Bloomendaal, in Olanda, il II Congresso dell’EJU, che approvò lo statuto e il regolamento tecnico, ripreso da quello del Kodokan. Aldo Torti fu eletto Presidente, Castelli Segretario, Galloni Tesoriere, e la sede venne trasferita a Roma.

“Era la prima Federazione Internazionale – anche se modesta – presieduta da un italiano e con sede in Italia, dopo la guerra” (Castelli)

Davvero una grande soddisfazione dopo tanti momenti bui.
Il 29 ottobre 1950 si svolse a Venezia il III Congresso dell’EJU, che confermò Torti Presidente e Castelli Segretario. Il IV Congresso si tenne a Londra il 2 luglio 1951.
Ispirato dalla Francia, il Kodokan di Tokyo inviò un messaggio nel quale proponeva di trasformare l’EJU in una Federazione Internazionale sotto la presidenza di Risei Kano, figlio di Jigoro, e con sede nella capitale nipponica. Sulla trasformazione

“l’Italia era d’accordo ed aveva anzi preparato uno statuto che venne approvato con poche modifiche. Ma non era d’accordo nel consegnarsi mani e piedi legati ai giapponesi, perchè riteneva che ciò costituisse un ostacolo alla realizzazione del massimo programma che era quello di far ammettere il judo alle Olimpiadi. La maggiore accusa che il CIO faceva al judo, infatti era quella di essere uno sport nazionale giapponese e non uno sport universale. Consegnandosi ai giapponesi si sarebbe rafforzata questa opinione. Gli italiani si opposero con tutte le loro energie e, per quella volta, riuscirono a spuntarla” (Castelli).

La neonata International Judo Federation (IJF) elesse Torti Presidente e Castelli Segretario, ma nel settembre 1952, al Congresso di Zurigo, la presidenza passò a Kano e la sede si trasferì a Tokyo. Torti fu però posto a capo della ricostituita EJU.

Già alla fine del 1951, tuttavia, Castelli si era dimesso da Segretario dell’IJF. Tra l’altro contestava ai francesi di offrire la Presidenza della Federazione ai nipponici prima ancora della lora adesione al nuovo organismo:

“Come se ad un ospite, che non è ancora entrato in casa nostra, ci recassimo sulle scale ad offrirgli una tazza di caffè!”. Il casus belli consisteva nelle categorie di peso. L’Italia ne era la principale sostenitrice, mentre la Francia si dichiarava nettamente contraria, rifacendosi alla concezione orientale. I nostri rappresentanti sapevano, e i fatti lo hanno ampiamente dimostrato, che “la romantica storiella dell’uomo piccolo e debole che può battere il colosso è vera solo quando l’uomo piccolo e debole conosce benissimo il judo e il colosso non lo conosce affatto. Ma nel campo agonistico, quando entrambi gli atleti sono tecnicamente preparati, il colosso non ha nessuna difficoltà a sbatacchiare per aria l’uomo piccolo, anche se questi non è affatto debole. In queste condizioni, ostinarsi a dare l’ostracismo alle categorie di peso significava chiudere gli occhi alla realtà” (Castelli).

Nel settembre 1951 la Nazionale di Judo esordì a Salisburgo nella Mitropa Cup.
La nostra squadra, composta da Cesare Canzi, Augusto Ceracchini, Mario Sarocco, Elio e Virgilio Volpi, fu sconfitta 8-2 dall’Austria e 7-3 dalla Germania. Il 5 e 6 dicembre 1951, al Palais des Sport di Parigi, si disputò la prima edizione dei Campionati Europei di Judo (senza categorie di peso, introdotte però l’anno successivo): il romano Elio Volpi conquistò la medaglia di bronzo tra le cinture marroni, dietro il francese Duprè e l’olandese Geesink. Ancora medaglie di bronzo con Volpi (2) e Gaddi nel 1952 a Parigi, con Maurizio Cataldi e Nicola Tempesta nel 1954 a Bruxelles. Nell’ottobre 1953 vincemmo la prima medaglia a squadre ai Campionati Europei: a Londra fummo terzi dietro l’Olanda e la Francia. Al contemporaneo Congresso dell’EJU Maurizio Genolini fu nominato per acclamazione Segretario Generale.
Il 5 ottobre 1952 si costituì il Collegio delle Cinture Nere di judo: Presidente onorario era Oletti, Presidente effettivo Arnaldo Santarelli, Segretario Tommaso Betti Berutto.
L’1-2 novembre 1952 si svolse a Trento il IV Congresso Federale, che vide il Vice-Presidente Valente superare il Presidente in carica Giubilo per 134 voti contro 132.

Ken Noritomo Otani

Ken Noritomo Otani (1920-2017), 9° dan del Kodokan di Tokyo. È stato il primo giapponese ad insegnare il judo in Italia influenzando per almeno tre decenni lo sviluppo del Judo italiano

Come ho già ricordato, a Valente si doveva la ripresa del judo tra il 1941 e il 1943, quindi la sua elezione fece nascere giustificate speranze. Qualche mese dopo un altro avvenimento galvanizzò i judokas italiani: su invito del Kodokan Club di Roma, nel 1953 venne nel nostro paese il Maestro Noritomo Ken Otani, allora 5° dan (seguito nel 1956 da Tadashi Koike), che contribuì in maniera decisiva allo sviluppo del judo in Italia.
Le speranze, tuttavia andarono presto deluse. Dal 31 ottobre al 1° novembre 1953 si svolse a Rimini il VII Congresso Federale, che sopresse il Gruppo Autonomo Judo inquadrando il judo tra le discipline della FIAP, “a parità di doveri, ma non ancora di diritti” (Castelli). Dopo lo scioglimento del GAJ, alla guida del judo si susseguirono diversi commissari finché, nel 1956, tutti i poteri tecnici si concentrarono nelle mani di Genolini. In quell’anno si disputò a Tokyo il Primo Campionato Mondiale di Judo, in categoria unica, vinto dal nipponico Natsui. L’Italia, assente alla prima e alla seconda edizione (Tokyo 1958), prese parte alla terza edizione del mondiale (Parigi 1961), l’ultima in categoria unica, ottenendo un 5° posto con Remo Venturelli.

Nicola Tempesta

Nicola Tempesta (1935-2021), 9° dan, prima medaglia d’oro italiana ai Campionati Europei

Ai Campionati Europei svoltisi a Rotterdam nel novembre 1957, Nicola Tempesta regalò all’Italia la prima medaglia d’oro nella disciplina. La seconda l’ottenne quattro anni dopo, agli Europei disputati al Palazzo Lido Sport di Milano dall’11 al 13 maggio 1961.
Tempesta vinse nella categoria “quarti dan”, Fiocchi fu terzo nei leggeri e l’Italia terza nella gara a squadre. Agli Europei il campione napoletano ha vinto complessivamente 2 medaglie d’oro, 6 d’argento e 5 di bronzo, di cui quattro nel torneo a squadre.
Nel 1962 ai campionati giapponesi di judo furono introdotte per la prima volta le categorie di peso: leggeri, medi e massimi. E agli Europei del 1963, abolite le gare per dan, si tenne conto soltanto delle categorie di peso. Dopo tante polemiche, si riconosceva così implicitamente la validità delle proposte avanzate dall’Italia in seno all’EJU e all’IJF.

Fu il primo judoka europeo a infrangere il mito della supremazia giapponese vincendo nel 1961 il Campionato del mondo di Parigi dove, battuti Kaminaga e Koga, detronizzò in finale Sone, campione in carica dal 1958. Tre anni dopo, nella prima Olimpiade della storia del judo (Olimpiadi del 1964) nella categoria open (senza distinzione di peso) sconfisse Aiko Kaminaga fra la costernazione del pubblico e dei tecnici nipponici.

Anton Geesink

Anton Geesink (1934-2010)

Le Olimpiadi del 1964 si disputarono a Tokyo e per la prima volta nel programma figurava il judo con 3 categorie di peso e l’open (senza distinzione di peso). Va sottolineato che nella patria del judo l’olandese Anton Geesink vince l’oro nell’open battendo Akio Kaminaga per immobilizzazione a terra. Un silenzio di ghiaccio scese sulla Nippon Budokan Hall stipata da 15.000 spettatori.
La sconfitta non doveva comunque risultare del tutto inaspettata, visto che l’olandese fu il primo judoka europeo a infrangere il mito della supremazia giapponese vincendo nel 1961 il Campionato del mondo di Parigi dove, battuti Kaminaga e Koga, detronizzò in finale Sone, campione in carica dal 1958.
Geesink concluse la sua straordinaria carriera sportiva dopo aver vinto il secondo titolo mondiale a Rio de Janeiro nel 1965 e il 23° titolo europeo a Roma nel 1967.
Il 23 ottobre 1966, nella palestra del Kodokan Milano, si svolse il primo campionato nazionale femminile, in 5 categorie. E in dicembre debuttò la Nazionale Femminile, battendo la Cecoslovacchia a Kromeritz. Nessuno, allora, avrebbe potuto immaginare i successi ottenuti dalle ragazze del judo dal 1975 (primo campionato europeo femminile, a Monaco) ad oggi.
Dimessosi Valente, il 5 gennaio 1965 la Giunta Esecutiva del CONI nominò Carlo Zanelli Commissario straordinario della FIAP. Con il nuovo statuto, approvato dal CONI il 16 settembre 1965, si stabilì che il Consiglio Federale fosse composto, in parti uguali, da membri eletti dai tre Settori (Lotta, Pesi e Judo) con votazioni separate. Zanelli fu eletto Presidente il 25 febbraio 1967 e resse la carica fino al 29 marzo 1981, allorché gli successe il Dott. Matteo Pellicone. Dopo la divisione della FIAP in tre Settori, sono stati Vice-Presidenti del Settore Judo: Alessandro Chieco Bianchi (1967-69), Augusto Ceracchini (1969-78, anno in cui è immaturamente deceduto), Maurizio Genolini (1978-81), Giancarlo Zannier (1981-84), Ezio Evangelisti (dal 18 gennaio 1985).
Il Congresso dell’EJU svoltosi a Lussemburgo il 6 maggio 1966 assegnò la 16a edizione dei Campionati Europei a Milano, che già li aveva organizzati nel 1961. Viste le difficoltà a reperire un’idonea sede nel capoluogo lombardo, la manifestazione venne dirottata a Roma e si svolse dall’11 al 13 maggio 1967 al Palazzetto dello Sport: vi parteciparono 154 atleti di 22 nazioni. L’organizzazione fu esemplare, grazie all’opera dell’apposito Comitato presieduto da Ceracchini, ma gli azzurri non vinsero medaglie.

Alla vigilia delle gare atleti e accompagnatori erano stati ricevuti dal Papa e in Campidoglio.
Il 20 aprile 1970, alla presenza del Presidente del CONI, s’inaugurò all’Acqua Acetosa di Roma il I Corso Nazionale per Insegnanti Tecnici di Judo, intitolato a Jigoro Kano. Il Corso, diviso in cinque turni di una settimana ciascuno, cui parteciparono complessivamente 340 tecnici, si concluse il 3 novembre 1970. Durante la cerimonia Zanelli conferì a Onesti la cintura nera ad honorem e a Ceracchini il 6° dan. Con motu proprio del Presidente, nel 1977 Ceracchini fu promosso 7° dan, il massimo grado mai assegnato in Italia fino ad allora.
Nel 1971 l’Avv. Augusto Ceracchini, Vice-Presidente Federale, con l’appoggio del Presidente Zanelli e la collaborazione di Genolini (scomparso nel marzo 1995) varò l’Accademia Nazionale Italiana di Judo, la cui sede venne fissata nella foresteria del Velodromo Olimpico all’EUR. I primi 14 allievi (corso Alfa) iniziarono le lezioni il 12 settembre 1971 e il 23 novembre furono ricevuti in udienza da Papa Paolo VI, che si rivolse loro cordiali parole di stima:

Abbiamo letto il regolamento e i programmi: ne abbiamo ricavato l’impressione di una serietà, di una, quasi diremmo, ascetica norma di vita e di studio, per raggiungere la completezza umana, scientifica e agonistica, necessaria per svolgere domani, in modo adeguato la vostra attività .

Nel marzo 1974 l’Unione Europea di Judo riconobbe l’Accademia quale sua istituzione ufficiale.
Sempre nel 1974 l’Assemblea Federale straordinaria mutava il nome della FIAP in Federazione Italiana Lotta Pesi e Judo. Dal marzo 1981 la FILPJ è presieduta dal Dott. Matteo Pellicone: Consigliere dal febbraio 1961, era stato Vice-Presidente del Settore Lotta dal 1967 al 1969 e dal 1973 al 1981.
Ma il judo non è solo agonismo: come sosteneva Jigoro Kano, è kata (forma), ovvero la grammatica, e randori (esercizio libero), ovvero la sintassi. È bene, a mio parere, non dimenticare mai che il judo è molto di più di uno sport. A questo proposito mi piace ricordare le parole di Gunji Koizumi:

Lo scopo ultimo del Judo è l’unione armonica degli opposti nella realtà della Vita. In altre parole, il Judo realizza l’unione dell’Uomo e della Natura .
Nella seduta del 21 giugno 1985 il Consiglio Federale accolse anche il jujutsu e l’aikido tra le discipline controllate dalla FILPJ in quanto complementari del judo, “finalizzate alla difesa personale e all’arricchimento tecnico e culturale”.

Due date importanti, il 25 aprile 1990, inaugurazione del Palazzetto FILPJ, e 18 dicembre 1992, inaugurazione del Centro di Preparazione Olimpica.
Un complesso magnifico, quello di Ostia, destinato a lasciare una traccia indelebile non solo nella storia della Federazione, ma nella storia urbanistica della capitale.
Nel 1992 il Settore Judo contava 1.187 società con 64.271 tesserati (di cui 1.230 nel jujutsu e 1.665 nell’aikido), 2.364 insegnanti e 658 ufficiali di gara.
Nel 1995 il karate, già disciplina associata, entra a far parte della FILPJ che assume, pertanto, la denominazione di FILPJK (Federazione Italiana Lotta Pesi Judo Karate).
Il 1° luglio 2000 l’Assemblea Nazionale delibera di dividere la FILPJK in Federazione Italiana Judo Lotta Karate Arti Marziali (FIJLKAM) e Federazione Italiana Pesistica e Cultura Fisica (FIPCF).
Nel 2002 la FIJLKAM celebra il centenario della sua fondazione.
Il 27 novembre 2012 s’inaugura al Centro Olimpico il Museo degli Sport di Combattimento e la nuova Palazzina Direzionale Multifunzionale.

Storia dell'aikido

Dalle origini alla diffusione in Giappone e nel mondo

Morihei Ueshiba e lo sviluppo dell'aikido

 

Morihei Ueshiba fondatore dell'Aikido

Morihei Ueshiba (1883-1969)

La storia dell’aikido si fonde necessariamente con quella del suo fondatore, Morihei Ueshiba (Tanabe 14 dicembre 1883 – Tokyo 26 aprile 1969), verso il quale i praticanti di aikido si riferivano con il termine O’Sensei (Grande Maestro).
L’aikido è un’arte marziale relativamente moderna (nel 1942 assume infatti formalmente questo nome staccandosi dall’aikijutsu). Sarebbe ben difficile comprendere lo spirito e la pratica dell’aikido senza conoscere le condizioni per le quali esso si è sviluppato ed evoluto, nel modo in cui noi lo conosciamo, partendo dalle arti marziali tradizionali giapponesi.
L’aikido ha, infatti, conosciuto due distinte fasi evolutive che possono essere identificate in modo abbastanza agevole: la prima intimamente collegata al percorso evolutivo dello studio del Budo giapponese da parte del fondatore e una seconda a partire dagli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale, periodo in cui l’aikido iniziò la sua rapida affermazione nel mondo intero, in modo particolarmente veloce e ramificato a decorrere dagli anni successivi alla morte del suo fondatore.
Il risultato dei suoi sforzi ha originato un’arte marziale che affonda i suoi principi etici nel codice dei samurai mondato da finalità violente grazie alla coscienza di un’armonia Universale che lega ogni cosa.

Ueshiba studiò ju-jutsu alla Tenshin Shin’yo-ryu sotto la guida del maestro Tozawa Tokusaburo nel 1901, per passare poi tra il 1903 e il 1908 alla Goto-ha Shingan Yagyu-ryu con il Maestro Nakai Masakatsu, praticò inoltre judo sotto Kiyoichi Takagi nel 1911, tuttavia, la sua formazione assunse notevole importanza nel 1915 quando iniziò a studiare aikijujutsu alla Daito-ryu con il Maestro Sokaku Takeda, rimanendo affiliato alla Daito-ryu per i prossimi 22 anni.
In questo periodo inizia l’epoca dello Ueshiba-ryu, il quale chiama inizialmente lo stile di arti marziali da lui praticato aikibujutsu e in seguito aikibudo, evidenziando forse, la decisione di prendere le distanze dalla Daito-ryu.
Indipendentemente da ciò, l’arte del Maestro Ueshiba è stata fortemente influenzata da due cose: primo, la formazione di Ueshiba nella Daito-ryu, e in secondo luogo, la voglia di Ueshiba di iniziare a cercare qualcos’altro nella vita e nella formazione, che lo portò, nel 1919, a incontrare per la prima volta Onisaburo Deguchi, capo carismatico della setta religiosa Omoto-kyo da cui sarà fortemente influenzata l’ispirazione dell’evoluzione spirituale di Ueshiba. L’obiettivo di questa setta era l’unificazione di tutta l’umanità in un “regno celeste sulla terra”, che ha portato l’aikido ad avere uno spiccato aspetto filosofico.

Quest’arte che esprime la filosofia di O’Sensei di armonia, protezione e amore, ha avuto un gran numero di seguaci dagli inizi del 1920. Nel 1927 O’Sensei, si trasferisce con la famiglia a Tokyo, nel distretto di Shiba Shirogane, e in una sala provvisoriamente concessagli dal principe Shimazu, inizia l’insegnamento della “Via dell’Aiki” aggiungendo alle tecniche apprese alla Daito-ryu le sue conoscenze specifiche relative alle tecniche di lancia (sojutsu) e di spada (kenjutsu), di cui era un rinomato esperto, creando così il metodo uchi-komi, una sorta di “kata che vive”, che è considerato tipico dell’aikido.
Pochi anni dopo fondò la Budo Enhancement Society e divenne il suo capo istruttore.
Dal 1926 il nome del Maestro comincia ad essere conosciuto ed eminenti studiosi di Arti marziali gli rendono visita, uno sopra tutti, Jigoro Kano fondatore del judo Kodokan che, nel 1930 andò a fargli visita nel suo Dojo nella località di Mejirodai, dove si era temporaneamente spostato Ueshiba. Jigoro Kano, vedendo Ueshiba praticare il suo aikibudo, esclamò: “… ecco il mio Budo ideale…” e immediatamente inviò alcuni dei suoi migliori studenti del Kodokan, tra i quali Minoru Mochizuki e Jiro Takeda, a studiare presso Ueshiba.
Nel 1931, dopo essere passato attraverso alcune altre sistemazioni di fortuna, inizia l’attività del Dojo Kobukan a Wakamatsu-cho, Shinjuku, Tokyo, che diventerà poi il centro mondiale dell’aikido (Hombu Dojo Aikikai).

Nascita della Fondazione Aikikai e la diffusione dell'aikido in Giappone

O'Sensei Morihei Ueshiba e Kisshomaru Ueshiba

O’Sensei Morihei Ueshiba e Kisshomaru Ueshiba, suo figlio ed erede del fondatore dell’aikido della guida della fondazione aikikai.

Nel 1940 la Fondazione Kobukai è ufficialmente riconosciuta dal governo giapponese: inizia a Iwama-Machi, nella prefettura di Ibaraki, l’allestimento di un luogo all’aperto per la pratica. Nel 1942 è ufficialmente adottato il nome aikido. Nello stesso anno il figlio Kisshomaru Ueshiba diviene Presidente della Fondazione Kobukai. È questa l’epoca, dal dopoguerra in poi, in cui l’aikido fu presentato al pubblico (fino ad allora la sua pratica era ancora riservata a un’élite d’individui scelti con cura in Giappone) e si venne a diffondere in tutto il mondo.
Da quel momento in poi è un continuo progresso della diffusione della pratica, tale da permetterle di essere tra le prime arti marziali a essere autorizzata a riprendere il suo insegnamento pubblico nel 1948, dopo gli accadimenti della seconda guerra mondiale e delle conseguenze interne al Giappone. Le tendenze pacifiste contenutevi hanno avuto sicuramente un peso nella decisione.
Nel 1947-1948 avvenne la riorganizzazione del Kobukai che diventa Fondazione Aikikai e Kisshomaru Ueshiba assume l’incarico di Direttore Generale della Fondazione Hombu Dojo.
In questi anni emerge la figura di Koichi Tohei, 8º dan, uno fra i migliori allievi del fondatore dal quale, negli anni dell’immediato dopoguerra, ricevette l’incarico di rappresentarlo quando eccellenti praticanti di altre arti marziali provenienti dall’intero territorio del Giappone ed anche dall’estero, increduli sull’efficacia delle armoniose e non violente tecniche d’aikido, si recavano personalmente all’Hombu Dojo Aikikai di Tokyo per sfidare la fama d’invincibilità che l’aikido si stava procurando: nessuno di questi sfidanti fu mai in grado di superare il primo incontro con il valentissimo Tohei, per cui il fondatore non ebbe mai più bisogno di rispondere personalmente ad alcuna delle sfide che in quegli anni ancora si usava portare ai capiscuola dei vari stili delle arti marziali.

La diffusione dell'aikido nel mondo

Hiroshi Tada allievo di O'Sensei Morihei Ueshiba

Il Maestro Hiroshi Tada (1929), 9° Dan, allievo di O’Sensei Morihei Ueshiba. A lui si deve a partire dal 1964 la diffusione dell’aikido in Italia.

Negli anni ’50 l’aikido inizia a diffondersi nel mondo per opera dei migliori allievi del Maestro Ueshiba, tra cui il citato Minoru Mochizuki, che nel 1951 durante una sua visita in Francia per insegnare judo agli studenti, introdusse per primo le tecniche di aikido al di fuori del Giappone. Fu seguito da Tadashi Abe nel 1952 che venne come rappresentante Aikikai Hombu ufficiale, rimanendo in Francia per sette anni, mentre Kenji Tomiki insieme con una delegazione di varie arti marziali partecipò a un tour attraverso quindici Stati continentali degli Stati Uniti nel 1953. Più tardi, in quello stesso anno, Koichi Tohei è stato inviato da Aikikai Hombu alle Hawaii, per un anno intero, dove ha fondato diversi dojo. Questa è stata seguita da diverse altre visite ed è considerata l’introduzione formale dell’aikido negli Stati Uniti. In seguito l’aikido è arrivato nel Regno Unito nel 1955; in Italia nel 1964 per opera del Maestro Hiroshi Tada; Germania e Australia nel 1965. Designato “delegato ufficiale per l’Europa e l’Africa” di Morihei Ueshiba, Masamichi Noro arrivò in Francia nel settembre 1961.
L’indiscussa superiorità e qualità tecnica dell’aikido praticato da Tohei, fece sì che nel maggio del 1956 il fondatore stesso gli conferisse l’incarico di “Capo del corpo insegnanti” (Shihan Bucho) dell’Hombu Dojo Aikikai e lo designasse quale inviato ufficiale e proprio rappresentante nelle prime occasioni di presentazione dell’aikido all’estero.

Al momento della morte del suo fondatore, avvenuta il 26 aprile 1969, l’aikido è conosciuto e praticato in tutto il mondo e tuttora continua ad attrarre sempre più persone, conservando lo spirito originario, che lo rende così unico per il grande contenuto tecnico e spirituale.
Ai fini della diffusione dell’aikido nel mondo va certamente ricordata la figura di Kisshomaru Ueshiba, figlio del fondatore, che grazie al proprio impegno ha reso possibile alla disciplina aikido di evolversi dallo stato di Ryu (piccola scuola tradizionale) a pratica che conta decine di migliaia di praticanti in tutto il mondo. L’aikido può essere, oggi, interpretato in vari modi.

Conclusioni

 

Kisshomaru Ueshiba e Moriteru Ueshiba

Kisshomaru Ueshiba e Moriteru Ueshiba, quest’ultimo terzo e attuale Doshu dell’Aikikai.

Senza l’opera paziente di Kisshomaru Ueshiba l’aikido, forse, non sarebbe praticato al di fuori del Giappone. A volte capita che qualcuno se ne dimentichi.

Anche il Maestro Kisshomaru Ueshiba ci ha lasciati il 4 gennaio 1999 ma la forza del nome Ueshiba continua a essere protagonista attraverso l’opera del nipote del fondatore; Moriteru Ueshiba, terzo Doshu (capo ereditario) dell’Aikikai, che seguendo le orme famigliari conserva la tradizione e i contenuti dell’aikido.
Il sistema in cui l’erede nelle scuole di arti marziali è il figlio (naturale o adottato per motivi di successione) del precedente Maestro era comune nelle ko-ryu (scuole tradizionali) e ci si riferiva a esso come iemoto.

Storia delle Arti Marziali Giapponesi

Da Bodhidharma al budo moderno

Mappa Giappone

Mappa Giappone

Considerando la storia delle arti marziali giapponesi va considerato che il Giappone ha risentito delle influenze cinesi in diversi aspetti della propria cultura, d’altronde è stata una peculiarità giapponese per diverso tempo quella di assorbire elementi culturali esterni e rielaborarli in maniera propria.
La scrittura ad esempio è derivata da caratteri cinesi, introdotti nell’isola verso il VII secolo d.C. grazie alla diffusione del buddhismo favorito sicuramente dai nascenti commerci del Giappone con Cina e Corea. Secondo alcune fonti storiche, infatti, si può collocare l’introduzione del buddhismo in Giappone nel 736 d.C. Grazie all’imperatore Shomu che invitò a corte un famoso monaco cinese di scuola Lu, di nome Daoxuan Lushi (in giapponese Dosen Rishi), pare in seguito ai contatti con i re Coreani, i quali magnificavano all’imperatore la dottrina del Buddha già diffusa da qualche tempo sul continente. La rivoluzione culturale portata da Bodhidharma (Daruma in giapponese) in Cina, portò alla diffusione del buddhismo Chan (Zen in Giappone) in Giappone, dove si fuse con gli elementi shintoisti già presenti nella cultura arcaica giapponese, costituendo un nucleo unico e nuovo che porterà a quello che sarà il futuro Giappone. Attraverso questi scambi culturali e commerciali che portarono in Giappone molte innovazioni, anche le arti marziali nate in Cina, iniziarono a essere diffuse sul territorio giapponese.

Uno dei primi trattati commerciali ufficiali con la dinastia Ming risale al 1372, un esempio in tal senso è la diffusione in Okinawa di stili di combattimento portati dalle comunità cinesi e denominati semplicemente con il nome della famiglia del maestro concatenato al suffisso Te (mano). Il significato originario dell’ideogramma per la parola karate è, infatti “mano cinese”, ma dopo la Restaurazione Meiji esso sarà sostituito da un diverso ideogramma, dall’identica pronuncia che significa invece mano vuota.
Va aggiunto che in quel periodo diverse famiglie giapponesi di alto rango inviavano i propri giovani a essere educati in Cina in varie arti e fra queste c’erano anche vari stili di arti marziali già diffusi nel continente.
Sicuramente un grande stimolo allo sviluppo di queste arti fu offerto dalle particolari condizioni storiche che caratterizzarono il Giappone nei secoli successivi, infatti, un sanguinoso periodo di guerra prima (periodo Sengoku) e, un lungo periodo di pace poi (periodo Tokugawa) contribuirono alla diffusione prima e al raffinamento poi di numerose forme di arti marziali, legando queste ultime intimamente all’essenza della cultura giapponese.

Nihon Shoki Nihonji

Una pagina dei Nihon Shoki Nihonji

Il Nihon Shoki Nihonji (cronaca del Giappone, compilata nel 720 d.C.) riferisce che già nel 230 a.C. ebbero luogo pubbliche competizioni di forza, che servivano anche a selezionare gli uomini più vigorosi, destinati alla guardia imperiale o alla formazione di corpi speciali.
Il più famoso incontro di lotta che si ricordi fu quello combattuto davanti all’Imperatore Suinin (29 a.C.-70 d.C.) da Taima-no-Kehaya e Nomi-no-Sukune, che uccise l’avversario spezzandogli la schiena. Il vincitore ricevette onori e ricchezze, nonché l’incarico di regolamentare il suo efficacissimo metodo di lotta per renderlo meno pericoloso.
Nomi-no-Sukune selezionò allora 48 colpi (12 riguardavano la testa, 12 il tronco, 12 le mani e 12 le gambe) e chiamò sumo il nuovo stile.
Da una forma di combattimento primitivo e cruento (chikara-kurabe), il sumo progredì verso una forma di addestramento militare, fino a diventare un vero e proprio rito durante le raffinate epoche Nara e Heian, imbevute di cultura cinese: l’Imperatore Shomu (724-740), infatti, lo incluse tra i giochi della Festa di Ringraziamento per il raccolto.
L’importanza del sumo fu veramente grande, visto che nell’858 Korehito e Koretaka, figli dell’Imperatore Montuko, arrivarono a disputarsi il trono con un incontro di lotta tra i campioni Yoshiro e Natora. Vinse Yoshiro e Korehito divenne l’Imperatore Seiwa.
I primi lottatori professionisti si esibirono a Edo nel 1623. Nonostante qualche dimostrazione all’estero, il sumo ha sempre avuto un carattere esclusivamente nazionale e ancora oggi gli incontri si svolgono secondo l’antico cerimoniale, compreso il propiziatorio lancio di sale sulla pedana.

Dal Giappone si è invece diffuso in tutto il mondo il jujutsu, o “arte della flessibilità” le cui origini si perdono nelle leggende. La più nota racconta che intorno alla metà del ‘500 un medico di Nagasaki, Shirobei Akiyama, si recò in Cina per approfondire le sue cognizioni sui metodi di rianimazione, che presupponevano una perfetta conoscenza dei punti vitali del corpo umano.
Akiyama, uomo di moltiforme ingegno, approfittò del soggiorno nel continente per studiare anche il taoismo e le arti marziali cinesi. Tornato in patria, durante un periodo di meditazione notò che i rami robusti degli alberi si spezzavano sotto il peso della neve, mentre quelli di un salice si piegavano flessuosi fino a scrollarsi de peso, per riprendere poi la posizione senza aver subito danni. Applicando alle tecniche di lotta apprese in Cina le considerazioni maturate sulla cedevolezza o “non resistenza”, fondò la scuola Yoshin (del “cuore di salice”).
Non è questa la sede per trattare del taoismo, ma va evidenziato che alla base stanno i due principi complementari Yin e Yang, l’aspetto positivo e negativo dell’Universo: nessuno dei due può esistere senza l’altro. Nel mondo tutto è in perpetua mutazione tra questi due poli attraverso combinazioni dinamiche. Lo Yang rappresenta la durezza e l’attacco, lo Yin la morbidezza e la difesa.

Castello di Osaka

Castello di Osaka

Le molte scuole di jujutsu, pur con diverse sfumature, fecero proprio questo fondamentale concetto, che rivoluzionò la maniera di lottare: la morbidezza può vincere la forza. Va inoltre sottolineato che “ai livelli più alti delle arti marziali, il punto più importante di tutte queste strategie sta nello sviluppare una sensibilità intuitiva verso le leggi dell’universo. Lo scopo più profondo non è semplicemente sconfiggere gli avversari ma giungere al modo (“Do” o “Tao”), che è il modo in cui funziona l’universo (Payne) “. Il jujutsu si sviluppò sotto nomi diversi secondo il gruppo di tecniche che si preferiva approfondire (proiezioni, immobilizzazioni, percussioni, ecc.), raggiungendo il massimo splendore durante il lungo periodo di pace instaurato da Ieyasu Tokugawa dopo la battaglia di Segikahara (1603) e la conquista del castello di Osaka (1615).
La fine delle guerre civili che avevano insanguinato il Giappone dal XII secolo, interrotte soltanto per respingere le invasioni mongole di Kublai Khan, lasciò disoccupati migliaia di Samurai, che divennero perciò Ronin (“uomini onda”, ossia guerrieri senza padrone).
Molti di loro pensarono quindi di mettere a frutto quanto avevano appreso sui campi di battaglia, raccogliendo e perfezionando le tecniche di combattimento senz’armi ereditate dal passato, e mentre in precedenza esistevano solo scuole private a uso dei grandi clan, ognuno dei quali elaborava e tramandava al suo interno colpi di particolare efficacia, sorsero allora scuole di bujutsu (arti marziali) aperte a tutti.
L’uso strategico del corpo umano raggiunse livelli sbalorditivi di efficienza. Due secoli e mezzo di pace durante lo shogunato Tokugawa furono possibili grazie a un rigoroso controllo verticistico che tendeva al mantenimento dell’ordine. Divennero difficoltosi i contatti all’interno e furono decisamente vietati quelli con l’esterno, pena la morte, relegando il paese fuori dalla storia. Intorno alla metà del XIX secolo, però alla ricerca di nuovi mercati commerciali, le grandi potenze decisero di porre fine all’isolamento nipponico.

Matthew Calbraith Perry

Commodoro Matthew Calbraith Perry (1794-1858)

L’8 luglio 1853 il commodoro Matthew Calbraith Perry giunse nella baia di Uraga con le sue celebri quattro “navi nere”, chiedendo in nome del Presidente Fillmore l’apertura del Giappone al mondo occidentale. In seguito ai temporeggiamenti nipponici, Perry tornò nel febbraio 1854 con otto navi, facendo chiaramente intendere che non avrebbe tollerato il rifiuto. Al trattato di Kanagawa con gli USA seguirono ben presto quelli con la Gran Bretagna e Russia, gettando nello sconforto quanti avrebbero preferito morire combattendo contro un nemico meglio armato che sottostare a un umiliante cedimento. I contrasti fra “falchi” e “colombe” si acuirono via via fino a spaccare il paese. Ne conseguì inevitabilmente una sanguinosa reazione a catena, culminata nel 1868 con la fine del Bakafu (shogunato) Tokugawa e con la “restaurazione Meiji”: dopo sette secoli il potere politico dalle mani dello shogun tornava in quelle dell’Imperatore.
Il giovane Mutsuhito Meiji, 122° esponente della dinastia, trasferì la capitale di Kyoto (ove risiedeva dal 794) a Edo, che chiamò Tokyo, ossia “capitale dell’est”, inaugurando l’era Meiji (1868-1921), sotto l’infatuazione per la civiltà e i costumi occidentali, il bujutsu subì una rapida decadenza (anche per l’enorme diffusione delle armi da fuoco) e non pochi esperti, rimasti senza allievi, per sopravvivere in una società profondamente mutata dovettero esibirsi a pagamento in squallidi locali o finirono nella malavita. I Maestri non tramandavano più il loro sapere, portandosi nella tomba i segreti del Ryu (scuola): un grande patrimonio di nobili tradizioni stava per scomparire.
Alcune Ryu riuscirono comunque a sopravvivere nonostante tutto, ma subirono un’ulteriore crisi dopo la Seconda Guerra Mondiale: molte furono costrette a chiudere per mancanza di allievi, o per la morte durante il conflitto degli eredi depositari delle loro tecniche.
Non è possibile stabilire con certezza quando si passò dal budo al bujutsu, ma è probabile che si debba alla rielaborazione dell’insieme delle conoscenze di ciascuna scuola, che le portò a passare da semplice insegnamento di tecniche pratiche all’istituzione di una vera e propria serie di precetti morali e filosofici da seguire. Non più semplice “educazione alla lotta”, volta a disciplinare il corpo ma “educazione del sé”, il cui scopo diventava fornire la strada per la completa realizzazione dell’individuo.
Per ciascuna scuola il momento in cui avvenne questo passaggio è diverso e difficile da stabilirsi con precisione, ma si può affermare che grosso modo si esaurì durante la prima metà del XX secolo.
Una rielaborazione che in qualche modo il declino iniziato nel Periodo Meiji dovette favorire: ogni scuola divenne ancora più esclusiva e per non estinguersi doveva affinare sempre più il bagaglio di conoscenze che trasmetteva, esulando dal solo piano fisico-corporeo.

Storia delle Arti Marziali

Bodhidharma

Bodhidharma: le origini e l'arrivo al Tempio di Shaolin

Il sensazionale sviluppo delle arti-marziali in Asia si ebbe grazie alla fusione dei princìpi del buddhismo indiano e del taoismo cinese.
Tra tutte le leggende sorte attorno all’origine delle arti marziali quella del monaco Bodhidharma (India, 483 circa–540) e del Tempio Shaolin è sicuramente una delle più affascinanti e ricche di sostenitori.
Bodhidharma (Ta-Mo in cinese, Daruma in giapponese), la cui vita si colloca tra il V e il VI secolo d.C., è un personaggio tra i più indecifrabili. Le leggende su di lui sono numerose quanto scarse sono le fonti storiche accertabili. Tra i pochi dati sicuri c’è la sua origine: egli proveniva da una nobile famiglia del Sud dell’India.
Durante il suo tempo, Bodhidharma non richiamò molto l’attenzione del popolo cinese, infatti, le prime annotazioni che lo menzionano, sono datate a cento anni più tardi. Le nostre conoscenze riguardo alla sua vita derivano da due fonti.

    1. La prima, che contiene le più antiche informazioni su di lui, menzionandolo solamente come un monaco dedito alla meditazione, è costituita dalle “Biografie dei grandi Sacerdoti”, libro composto da Tao-Hsuan al principio della dinastia Tang, verso il 645. L’autore fu l’erudito fondatore della setta Vinaya in Cina, vissuto però prima che il Buddhismo Chan raggiungesse la sua maturità con il sesto patriarca Hui-neng, che aveva nove anni al tempo in cui Tao-Hsuan scrisse le “Biografie”.
    2. L’altra fonte è costituita dagli “Annali della trasmissione della lampada” (Chuan-Deng-Lu), compilati dal monaco Chan Tao-Yuan, nel 1004, al principio della dinastia Song, dopo che il Chan era stato formalmente riconosciuto come una speciale corrente del buddhismo. L’opera contiene detti dei maestri Chan e notizie sulla loro attività. L’autore spesso invoca l’autorità di certe precedenti storie del Chan, che però sono andate perdute, tanto che se non conoscono solo i titoli.

Bodhidharma

Bodhidharma (483 circa – 540)

Bodhidharma, il cui nome in origine era Bodhitara, era un principe originario di Kancipura (Xing-Chi) che a quel tempo era una piccola ma prospera provincia buddhista a sud Chennai (Madras), terzo figlio del Re Sugandha, sovrano della dinastia Syandria, un piccolo regno della provincia di Madras nel sud dell’India.
Altro dato certo è il suo lignaggio, quello di XXVIII Patriarca del Buddhismo, quindi discendente in linea diretta di Siddharta Gautama Buddha. Ma, pur essendo egli successore del Buddha storico, difficilmente è possibile immaginare due personaggi più diversi.
Nato in un periodo di tumulto, in cui l’India era devastata dagli Unni provenienti dal Nord, come membro reale di Ksatriya, Bodhidharma ricevette un’educazione militare, nell’arte marziale vedica, allora chiamata Kalari-Payat, e l’addestramento necessario per succedere un giorno al trono di suo padre; fu questo il motivo per cui entrò in contatto col buddhismo.
La tradizione vuole che, Bodhidharma, affrontasse intorno al 520 d.C. un viaggio dal paese nativo sino alla Cina per diffondere il buddhismo. Probabilmente la missione di Bodhidharma in Cina consisteva nell’assistere o succedere al suo famoso contemporaneo Bodhiruci. Fu così che Bodhidharma s’imbarcò e dopo tre anni di difficile viaggio via mare, approdò a Canton (Guang-Zhou) in Cina, dove fu ricevuto dall’Imperatore Liang Wu Di, della dinastia Liang.
Allontanato dalla corte a causa del suo pensiero innovativo, Bodhidharma proseguì il suo cammino fino ai piedi del monte Sung-Shan nella provincia di Honan, giungendo al Tempio di Shaolin (Shorinji in giapponese, Sorimsa in coreano), il cui nome significava “giovane foresta”.

Lo Shaolinquan e lo sviluppo della arti marziali in Cina

Qui fondò una scuola impostata sulla meditazione: Dhyana in sanscrito, Chan in cinese, Zen in giapponese. Viste le non buone condizioni fisiche dei monaci, insegnò loro degli esercizi di respirazione e di ginnastica e, secondo la leggenda, anche delle tecniche di combattimento a mani nude, che col tempo furono arricchite e perfezionate sotto la generica denominazione di wushu, ossia arti marziali (bujutsu in giapponese). Secondo molti maestri la prima vera e propria arte marziale orientale fu quella praticata nel monastero, denominata shaolinquan, la cui forma originale è andata perduta, ma è stata ricostruita sulla base degli stili derivati.
I tantissimi stili di wu-shu si sono sviluppati lungo due direttrici:

Yin e Yang

Yin e Yang

    1. La prima prende il nome di Wei-Chia e comprende gli stili “esteriori” o “duri” di lotta, che si fondano sull’uso della forza in linea retta, sviluppando movimenti vigorosi come calci e pugni, e sembrano ispirarsi direttamente dall’originaria scuola del tempio buddhista di Shaolin. Tra questi vi era l’arte dello shorin-ryu, evolutosi poi nello shuri-te sull’isola di Okinawa, da cui deriva il karate, diffuso in Giappone da Gichin Funakoshi (1868-1957).
    2. La seconda direttrice è la Nei-Chia e comprende gli stili “interiori” o “morbidi” che facevano a capo al tempio taoista di Wutang, che si sviluppano con il concetto di Wu-wei, solitamente tradotto con “non azione”, ma sarebbe meglio dire “non ingerenza”: rappresenta la capacità di dominare le circostanze senza opporvisi, arrivando a sconfiggere un avversario cedendo apparentemente al suo assalto per neutralizzarlo con movimenti circolari e rivolgere contro di lui la sua stessa forza, privilegiando una respirazione ventrale, simile a quella dello yoga indiano. Gli stili morbidi, portarono in Cina allo sviluppo di discipline come Tai Chi Chuan, studiate ancora ai giorni nostri soprattutto per la salute psicofisica del praticante, mentre in Giappone generarono il jujutsu, da cui sono derivati il judo di Jigoro Kano (1860-1938) e l’aikido di Morihei Ueshiba (1883-1969).

Ovviamente, la filosofia taoista prevede una complementarietà dei principi Yin e Yang (passivo e attivo), così è improbabile trovare una tecnica che sviluppi unicamente movenze “dure” o all’opposto solo “morbide”. Tutte le scuole cinesi cercano uno sviluppo del Chi, l’energia interiore, solo che, per realizzarlo scelgono diverse strade.
Successivamente alla visita di Bodhidharma, che, presumibilmente, partì poi per continuare la sua opera di “evangelizzazione”, i monaci di Shaolin continuarono a praticare insieme allo yoga anche le arti marziali e il secolo successivo godevano già la fama di essere invincibili, capaci di difendersi con efficacia dai briganti e dai criminali che si rifugiavano nei boschi. Lunghi anni di addestramento, isolati dal mondo, trasformarono i monaci in formidabili combattenti, motivo per cui divennero famosi in tutta la Cina, e la loro superiorità non era solamente fisica, ma grazie al Buddhismo Chan, anche spirituale e mentale.

Conclusioni

Gli storici moderni escludono tuttavia che Bodhidharma abbia insegnato ai suoi discepoli delle tecniche di combattimento e anzi ne mettono in discussione addirittura l’esistenza.
Indipendentemente dal fatto che Bodhidharma sia o no esistito, pare accertato comunque che, intorno al 500 d.C., alcuni monaci indiani abbiano introdotto una particolare forma di buddhismo, detta Chan, che influenzerà in seguito tutta la filosofia marziale dell’Estremo Oriente.
Di certo possiamo affermare che in India si praticava già da secoli una forma marziale che, nella tecnica oggi a noi nota, presenta rilevanti analogie con gli stili di tradizione Shaolin.

Come detto dal periodo successivo a Bodhidharma le arti marziali iniziarono a fiorire in tutta l’Asia, e questo sarà per noi il punto di partenza per provare a tracciare, nei prossimi articoli, un quadro sulla storia delle arti marziali dei singoli paesi.

Storia delle Arti Marziali

Dalle origini alla fondazione del Tempio Shaolin

Prime tracce di forme di combattimento

Rilievo in terracotta della Mesopotamia

Rilievo in terracotta di due pugili della Mesopotamia, c. 2000 B.C.E. da Eshnunna

Come abbiamo detto le origini delle arti marziali si perdono nella notte dei tempi.
Probabilmente lo scambio culturale tra le popolazioni era seguito anche da un reciproco trasmettersi di culture marziali.

Seguendo questa linea di pensiero che vuole strettamente legata l’evoluzione della civiltà a quella delle arti marziali, numerosi studiosi hanno postulato che le prime forme di combattimento stilizzato si siano sviluppate in Mesopotamia e abbiano raggiunto l’Oriente attraverso il principale canale commerciale dell’epoca: la Via della Seta.
L’ipotesi sembra suffragata da graffiti e statuette babilonesi datate fra il 3000 e il 2000 a.C. in cui è possibile distinguere gestualità tipiche delle arti marziali. L’una rappresenta un uomo con la mano nella caratteristica posizione di parata, l’altra mostra due uomini che lottano tenendosi l’un l’altro per la cintura, una forma di combattimento simile al sumo, ancora oggi popolare in Giappone.
Non esistono altre prove che le arti marziali siano nate in Mesopotamia, tranne la considerazione che lì ha avuto origine una civiltà che avrebbe esercitato una forte influenza sia a oriente sia a occidente. Quello che è certo è che l’arte marziale che giunse per prima in Oriente dalla Mesopotamia era molto primitiva e incominciò a evolversi in India e in Cina fino a culminare nelle sofisticate tecniche di oggi.

Huang Di, l'Imperatore Giallo e lo studio del Chiao-ti

Huang Di

Huang Di (… –2597 a.C.)

Tra le leggende più attendibili c’è quella che fa risalire la nascita delle arti marziali nel III millennio avanti Cristo. In quell’epoca regnava il leggendario Huang Di, l’Imperatore Giallo, considerato il progenitore dei Cinesi, che fu il primo a studiare una sorta di combattimento a mani nude denominato Chiao-ti, in cui i combattenti come tori si caricavano con la testa indossando “elmi cornuti”. Le truppe di Huang Di utilizzarono questo metodo di combattimento intorno alle ultime decadi del 2600 a.C., vincendo quella che è conosciuta come la battaglia di Zhuolu, per respingere la minaccia d’invasione da parte della tribù Jiuli, guidata da Chi You. Poco tempo dopo (alcune fonti sostengono una cronologia inversa), le truppe dell’Imperatore Giallo affrontarono, uscendone di nuovo trionfanti, le truppe dell’Imperatore del Fuoco, Yang Di, nella battaglia di Banquan. Tuttavia, parte dei racconti sul leggendario imperatore è considerata, con molta probabilità, di derivazione mitologica, ma è certo che, nonostante l’epoca imperiale gialla sia lontana nel tempo, l’impostazione socio-culturale cinese risente tuttora della condotta illuminata di Huang Di.
Monaci studiosi del V secolo a.C. riferiscono che ancor prima del regno dell’Imperatore Giallo, esisteva un metodo di esercizi e tecniche di respirazione specifici per la salute del corpo, per la prontezza della morte e la tranquillità dello spirito, forse alla base delle pratiche tuttora proprie delle religioni del Medio Oriente, oltre a essere fondamentali negli esercizi yoga e in quelli cinesi per la longevità, anticipavano probabilmente quelli che sarebbero diventati in seguito i princìpi del taoismo che saranno alla base degli stili interni del wushu.

Origine del taoismo e prime fonti storiche

Fonti storiche più precise risalgono dall’XI al III secolo a.C., periodo in cui regnava la dinastia dei Chou. Nel periodo dal quinto al terzo secolo a.C. la Cina era suddivisa in piccoli stati in continua lotta fra loro, è la cosiddetta epoca degli “Stati Combattenti”.

Statua di Siddharta Gautama Buddha

Statua di Siddharta Gautama Buddha (566 a.C. – 486 a.C.)

Importante in questo periodo è la nascita del Buddhismo nel 560 a.C. per opera del principe Siddharta Gautama Buddha in India che ha influenzato in modo radicale le scuole di India, Cina e Giappone.
Nel corso della dinastia Chou visse Confucio (551-479 a.C.), il grande maestro del pensiero cinese, che, intorno al 500 a.C. esortava i giovani a praticare, oltre agli esercizi spirituali e allo studio, anche la pratica degli stili di combattimento come il tiro con l’arco, la scherma, la corsa con i carri e il pugilato, chiamato con diversi nomi: Wu-ni, Chi-chi, Chi-ni ecc.
Nello stesso periodo nacque anche Lao Tze (Laozi), detto “il vecchio”, autore del Tao Te Ching (il titolo dell’opera si può tradurre come “il classico della Via e della virtù”), considerata un’opera d’immenso valore culturale, che copre campi che vanno dalla filosofia, alla spiritualità individuale, alle dinamiche dei rapporti interpersonali. Il taoismo e l’arte del combattimento furono influenzati dal suo pensiero, legandosi così indissolubilmente a principi mistici ed esoterici quali la meditazione, la medicina tradizionale e l’alchimia.
La medicina cinese, la religione taoista, con la sua ricerca della longevità e dell’immortalità, e le arti marziali si svilupparono, da allora, sempre a stretto contatto l’una con l’altra. All’epoca di Lao Tze e di Confucio, le arti marziali nobili erano: il tiro con l’arco e l’equitazione. Si trova comunque traccia, in questa epoca di un’arte praticata dalle caste nobiliari e da certi monaci (per ragioni evidenti, di protezione durante i loro pellegrinaggi, ma anche per ragione di certi insegnamenti taoisti, secondo i quali, la concentrazione poteva essere favorita dalla pratica costante di certi esercizi fisici).
Il tao è un’antica filosofia, che possiamo definire, superficialmente nel seguente modo: nel corpo umano, l’energia primordiale, o energia pre-natale, che nella sua forma naturale presiede alla conservazione della specie e dell’individuo, è trasformata attraverso l’esercizio della meditazione in energia vitale, detta ch’i.
Nel Tao Te Ching, Lao Tze descriveva le vere tecniche di respirazione che avevano lo scopo di aumentare la durata della vita di una persona. Questa è la prima testimonianza sopravvissuta sull’uso della respirazione per migliorare la circolazione del “Chi” e la durata della vita.
Saranno in seguito alcuni grandi taoisti a creare alcuni movimenti di difesa e in seguito a codificarli nello stile conosciuto con il nome di Tai Chi Chuan.
Dal Tao-Te-Ching, citiamo alcune massime di grande importanza per il nostro studio:

Il più cedevole nel mondo/Vince il più duro.
L’uomo nasce debole e delicato/Muore rigido e duro[…]/Così: rigido e robusto sono i modi della morte/Debole e flessibile sono i modi della vita.
La massima del buon combattente è:/Assecondare per mantenere l’iniziativa[…]/Vince colui che lascia.

L'esercito di terracotta nel mausoleo di Ch’in Shih-huang

L’esercito di terracotta nel mausoleo di Ch’in Shih-huang

Nel periodo della dinastia Chou visse anche Sun Tzu, il più famoso teorico cinese dell’arte bellica e autore del trattato “L’arte della guerra”, i cui suggerimenti sono anche da applicare al combattimento singolo.
Si narra che nel periodo degli Stati Combattenti esistessero i leggendari otto immortali ubriachi del taoismo, cavalieri erranti mercenari, detti Yu Hsieh. Lo storico Ssu Ma Chien, vissuto durante la dinastia Han, nel suo trattato storico, scrive che di queste persone, seppur mercenarie, erano decantate la sincerità e l’onestà. Le definiva persone degne di fiducia, che agivano con estrema decisione perché esperte di arti marziali. Le arti marziali progredirono proprio grazie a queste figure eroiche. Sempre secondo Ssu Ma Chien il Chi-chi era sviluppato in particolar modo nello stato di Ch’in i cui abitanti erano abilissimi nel combattimento corpo a corpo. Il Primo Imperatore della Cina e la distruzione degli antichi testi

Nel 221 a.C. il principe di Ying Zhéng (Handan, 260 a.C. – Shaqiu, 210 a. C), si mise in armi contro gli Stati Combattenti, che vinse e unificò, formando un unico grande Stato e assumendo il nome di Ch’in Shih-huang, letteralmente “Primo Imperatore della dinastia Qin”, considerato il Primo Imperatore della Cina, poiché fu il primo sovrano storico a fregiarsi di tale titolo. La stessa parola “Cina” è fatta generalmente risalire a “Ch’in”.
Despota geniale e crudele, Ch’in Shih-huang instaurò una politica di assolutismo e centralismo monarchico spazzando via ogni traccia di feudalesimo. Fece costruire l’imponente esercito di terracotta e fu l’iniziatore della Grande Muraglia, unificò i pesi, le misure, le monete e la scrittura.
Nel 213 a.C., su consiglio di Li Si, allo scopo di eliminare ogni traccia della tradizione che potesse costituire una minaccia al suo mandato imperiale, attuò il rogo dei libri e sepoltura degli eruditi, politica che durò fino al 206 a.C.; furono bruciati tutti gli antichi testi, fatta eccezione per quelli di medicina, di agricoltura e di divinazione (I Ching). Nel rogo andarono senza dubbio distrutti anche i libri di arti marziali e questo spiega forse la scarsità di notizie pervenuteci sull’argomento.

Il Chang Kuo Chang, progenitore dello Shaolinquan

A Ch’in Shih-huang succedette Liu Bang (247 a.C.–195 a.C.), nome personale dell’Imperatore Gao, comunemente noto in Cina con il suo nome templare Gao Zu, e fondatore della dinastia Han (206 a.C.–220 d.C.), il quale in modo quasi definitivo modellò la cultura cinese.
Nel periodo della dinastia Han fiorisce la pace e la cultura e con esse si sviluppano notevolmente le arti marziali, diventate molto popolari che erano chiamate Chi Ch’iao che significa “abilità e talento”, oppure Shou Po ossia “mano che colpisce a pugno”.
Nascono nuovi stili, e il maestro più importante che si ricordi è Kwook Yee (I secolo d.C.) che avrebbe fondato il primo stile veramente “schematizzato” chiamato Chang Kuo Chang (“l’arte della mano lunga” o la “boxe di lungo raggio”) che alcuni considerano il diretto progenitore dello Shaolinquan. Esso era apprezzabile per il suo concetto di combattimento a distanza, che preferiva al corpo a corpo ravvicinato, sviluppato dal Go-ti e dal Ch’ih Yu-Shi. Kwook Yee inaugurò uno stile che divenne rapidamente popolare tra i suoi contemporanei, anticipando l’avversario che si avvicinava colpendolo duramente alla distanza di un braccio. Pur essendo una tattica difensiva, l’arte della lunga mano fu perfezionata e migliorata fino al VI secolo d.C. tanto che un abile praticante era ritenuto in grado di battere avversari pesantemente armati usando solo mani e piedi nudi.
Pan Ku, un famoso storico vissuto anch’egli nel primo secolo dopo Cristo, descrisse dettagliatamente nella sua “Storia degli Han” le tecniche marziali allora in voga e le strategie che erano utilizzate in combattimento.
La dinastia Han introdurrà in Cina anche il Buddhismo Mahayana (70-50 a.C.) detto del “Grande Veicolo”.
Nel 184 d.C. scoppiò una rivolta popolare, cosiddetta dei “Turbanti Gialli” (nome che deriva dal turbante giallo che portava sulla testa il loro capo Zhang Jiao) guidata da una società segreta a sfondo taoista. Dopo alcuni anni fu repressa in modo crudele da alcuni capi militari, che lottarono poi a loro volta per il potere, spodestando la dinastia Han nel 220 dopo Cristo.

Le prime tecniche ispirate agli animali

 

Hua Tuo

Hua Tuo (c. 140–208)

Nel III secolo d.C. visse anche il famoso chirurgo taoista Hua Tuo (140-208) che ideò un certo numero di esercizi ispirati a cinque animali: l’orso, il cervo, la scimmia, la gru e la tigre; questi esercizi, benché modificati e perfezionati dai successivi innovatori, formano ancora la base dell’odierna ginnastica del kungfu. Essi potrebbero aver ispirato la divisione dei sistemi di combattimento in forme animali, attribuita al tempio di Shaolin alcuni secoli più tardi, e presenti ancora oggi nella maggior parte degli stili di kungfu amalgamati a quelli di altri animali: serpente, topo, cavallo, mantide religiosa, drago ecc.
Hua Tuo affermava che la pratica regolare di questi esercizi, una forma di wei dan (wei chia), che definiva “i giochi dei cinque animali”, avrebbe “… guarito le malattie, rafforzato le gambe e assicurato la salute”.

Kuan Yu, eroe dei Tre Regni

Guan Yu

Guan Yu (160-219)

Dopo la dinastia Han, il regno si frantumò in tre stati: Wei a nord, Wu a sud-est e Shu a ovest, che combatterono tra loro per il potere; questo periodo, compreso tra il 220 e il 280 d.C. prende il nome di Periodo dei Tre Regni, forse il più ricco d’imprese eroiche della storia cinese, durante il quale le arti marziali e la scienza militare in generale, hanno avuto un incredibile sviluppo ottenendo sostanziali perfezionamenti. Le gesta degli eroi correvano sulla bocca di tutti e tante volte era difficile distinguere mito e realtà.
Questo è anche il periodo di uno degli eroi popolari più famosi: Kuan Yu (162-219). Le gesta di Kuan Yu, sono state rese famose dal “Romanzo dei Tre Regni”, scritto da Luo Guanzhong nel XIV secolo (1330-1400 circa), basato sul testo storico ufficiale sul periodo dei Tre Regni: le “Cronache dei Tre Regni”, che copre il periodo dal 189 al 280 d.C. e fu scritto da Chen Shou nel III secolo. Kuan Yu, maneggiava in maniera inimitabile l’alabarda che da allora, in suo ricordo, si chiama Kuan Tao ed è una delle armi fondamentali del Kungfu Shaolin. Durante la dinastia Ming fu addirittura divinizzato e considerato Dio della Guerra. In suo onore furono eretti numerosi templi.

Fondazione del Tempio di Shaolin

Passato il periodo dei Tre Regni, vi fu una breve riunificazione, ma subito dopo la Cina del Nord conobbe un periodo d’invasioni barbariche che ebbe come conseguenza la sua frammentazione in piccoli stati e la separazione dalla Cina del Sud che rimase invece uno stato unitario.
Ciò portò la Cina nell’era che gli storici chiamano “Nord e Sud”, caratterizzata da un rinnovato fervore religioso buddhista, che vide la costruzione di molti templi e monasteri in tutto il paese.

Shaolin-si

Il tempio di Shaolin fondato nel 495 d.C.

Uno di questi templi fu fatto fondare dall’Imperatore della dinastia Wei settentrionale, Xiaowen (regno 471-499), nel 495. Questo tempio venerava la figura, non si sta se storica o leggendaria, di un monaco indiano di nome Fotuo (o anche Bátuóluó).
Sorto nel distretto di Deng-Feng, nell’attuale regione dell’Henan, nei pressi dell’antica capitale Luoyang (a circa 600 km a sud di Pechino). Questo luogo santo, situato tra quattro catene montuose che si estendono ai quattro punti cardinali, è considerato tra i più sacri di tutta la Cina. Al centro della catena montuosa, si trova il monte Songshan (Monte dei Nove Loti), per i cinesi, il centro del mondo.
È qui, ai piedi del versante settentrionale, che si colloca il tempio.
Davanti al cancello principale del tempio scorre il fiume Shao-xi, mentre una foresta d’altissimi pini secolari, lo avvolge e lo protegge. Questa cornice naturale ispirò Fotuo a chiamare il tempio Shaolin-si (“Tempio della Giovane Foresta”), divenuto famoso col semplice nome di Tempio di Shaolin (Shorinji in giapponese, Sorisma in coreano).
Questo tempio diventerà molto importante nella storia del Buddhismo cinese.
Fu proprio in questo tempio che, nel 520, arrivò un altro monaco indiano, Bodhidharma ritenuto il fondatore del Buddhismo Chan, e secondo la leggenda, proprio questo sarà il punto di partenza della nascita e sviluppo delle moderne arti marziali, ma di questo parleremo nei prossimi articoli.

Storia delle Arti Marziali

Premessa

Le difficoltà della ricerca

Cercare di stilare un trattato sulla storia delle arti marziali e la loro evoluzione nel tempo, è un’impresa quasi impossibile, se si considera che non esistono praticamente fonti storiche attendibili, almeno per quel che riguarda i primordi.
Il tentativo, nei capitoli che seguono, è quello di dare un quadro storico del vastissimo mondo delle arti marziali tracciando una linea temporale di alcuni degli eventi più rilevanti, senza avere la pretesa di essere una verità assoluta dal momento che anche fra gli storici più autorevoli ci sono molte discordanze nel racconto dei fatti e sulle vari date.
Quindi, scusandoci di eventuali errori o imperfezioni che potranno essere presenti anche nelle varie traslitterazioni, invitiamo chiunque voglia aprire una discussione a utilizzare lo spazio per i commenti presenti in fondo a ogni pagina, o per discussioni più articolate, ad iscriversi al nostro nuovo forum sulle arti marziali.

Dalle lotte primordiali alle arti marziali

Tomba Beni Hasan

20° secolo a.C. – Murales nella tomba 15 a Beni Hasan, raffigurante tecniche di lotta.

Quasi tutte le informazioni che ci sono pervenute sono state tramandate oralmente attraverso le generazioni nell’ambito delle varie scuole ed è assai difficile distinguere quelle vere da quelle leggendarie o di pura fantasia.
Di certo, difendersi dagli animali feroci prima, e sopravvivere in un combattimento corpo a corpo con altri uomini dopo, è una delle prime necessità sentite dall’uomo.
È quindi facile pensare che, dai primi colpi portati alla cieca dai nostri antenati cavernicoli sotto lo stimolo dell’istinto di sopravvivenza, alle moderne e raffinate discipline marziali che tutti oggi conosciamo, ci sia un filo conduttore fatto di sperimentazioni sul campo e studi teorici.
Realisticamente possiamo dire che la prima volta che un uomo ha stretto le dita a pugno, arrivando alla conclusione che un colpo inferto con una determinata parte del corpo piuttosto che con l’altra poteva essere più efficace, è stato il primo passo verso la codifica dei moderni stili. Da qui alla considerazione che non solo gli arti potevano essere impiegati come armi, ma che esistevano punti più esposti al dolore per cui era utile indirizzare proprio in quelle regioni colpi precisi, il passo era breve. Ma non ancora sufficiente.
Per parlare di arte marziale nel senso moderno del termine, cioè come studio delle possibilità di difendersi con una tecnica adeguata per ogni situazione, si deve compiere uno sforzo ulteriore.

Origini del termine "arti marziali"

Il termine arte marziale, derivato dal latino, poiché “arte marziale” significa letteralmente “arte di Marte” (mitologico Dio romano della guerra), è entrato nell’uso comune agli inizi degli anni sessanta quando furono introdotte in occidente le arti marziali orientali e talvolta è associato solo a queste e in particolare alle arti marziali cinesi, giapponesi e coreane.

 

Wushu Kanji

Wushu Kanji

In lingua cinese si usa il termine wushu, dove “wu” indica l’aggettivo “militare” e possiede anche le specifiche di “marziale, valoroso e fiero”, “shu” è invece traducibile come “arte, perizia, abilità, tecnica”; ne consegue che l’esatta interpretazione della parola wushu è naturalmente “arte marziale”. L’attuale termine wushu fece la sua prima apparizione all’interno dell’opera intitolata “Zhao Ming Taizi Wenxuan” (cioè la “Raccolta di scritti dell’illustre erede legittimo”); il suo autore Xiao Tong, vissuto dal 501 al 531 d.C. si dilettava di letteratura presso la corte di Nanjing, che all’epoca era un centro d’arte e di cultura, fatto fiorire dalla volontà di suo padre, l’imperatore Liang Wu Di.
La rivalutazione del termine wushu dovette attendere il 1911, quando l’ultima dinastia imperiale crollò e dalle sue ceneri sorse la Repubblica Cinese; quest’istituzione fu scossa durante il 1926, analogamente a molte nazioni europee, dall’ascesa politica dell’estrema destra: il partito unico dei nazionalisti, detto Guomindang, fondò, tra le altre innovazioni moderniste, la Scuola Centrale di Nanjing, che attraverso ricerche, pubblicazioni e corsi di formazione operò una nuova interpretazione delle arti marziali tradizionali, definendole col termine Zhongguo Wushu, che nell’uso pratico veniva sempre abbreviato in Guoshu (cioè l'”Arte Nazionale”).

La pratica del wushu è per il popolo cinese una tradizione antica quanto la sua millenaria civiltà, ma nel resto del mondo è un evento ancora recente e per l’Italia in particolare se ne possono far risalire gli esordi alla metà degli anni ’70, in seguito all’effimero dilagare sul mercato occidentale delle opere cinematografiche prodotte ad Hong Kong, prime fra tutte quelle basate sulle prestazioni marziali dell’artista Li Xiaolong, divenuto poi figura di culto internazionale sotto il nome americanizzato di Bruce Lee; ne consegue logicamente che purtroppo ancor oggi l’uso del termine wushu non è unitariamente diffuso nel mondo, preferendo spesso al suo posto svariati altri nomi (specialmente Kung Fu, Guoshu, Gong Fu, Quan fa, ecc.); chiaramente questo stato di cose non serve ad altro che a confondere le idee a chi è estraneo a questa disciplina o a essa vorrebbe accostarsi.
Kungfu altro non è che la traslitterazione anglosassone, che utilizza la trascrizione detta Wade Gyles, del termine cinese Gongfu.
Kungfu è quindi un termine piuttosto generico che letteralmente significa “abilità acquisita con la fatica”, per un cinese Kungfu può significare semplicemente “tempo da impiegare in qualche attività”.
Nonostante, come detto, in Occidente si usi comunemente il termine Kungfu per indicare le arti marziali cinesi, forse sarebbe più corretto utilizzare la forma completa “Wushu Kungfu”.

Bujutsu è invece la denominazione giapponese di un insieme di sistemi di combattimento trasmessi fin dall’epoca feudale giapponese. Il termine indica colettivamente le arti marziali disarmate o più spesso armate che, almeno fino al 1868 (restaurazione Meiji), erano competenza specifica della classe militare (Buke) il cui esponente tipico fu il Bushi o Samurai.
Bujutsu si compone dei kanji di “guerriero” e di “tecnica”. Perciò letteralmente significa “tecniche del guerriero”, intese come un semplice insieme di mosse da impiegare in combattimento. Dunque, un significato puramente pratico. Una variante più classica di questa parola, nell’accezione di sistema organigo di educazione militare, è Bugei,che significa proprio “arti marziali”, o “arti del guerriero”. Il Bujutsu antico (koryu) va quindi distinto dal Budo contemporaneo, sua rielaborazione fondata su sistemi educativi o pedagogici più moderni (gendai), ponendo l’accento sull’aspetto filosofico, etico e morale, oltre che sulle tecniche di lotta in sè, specialmente nella prima metà del XX secolo. Budo si compone sempre del kanji di “guerriero”, insieme a quello di “Via, strada”. Pertanto letteralmente si traduce come “Via del guerriero” (vedi: Storia delle Arti Marziali Giapponesi).

Differenze fra arti marziali e sport da combattimento

Nell’esaminare la storia delle arti marziali, è necessario comunque distinguere quelle che noi definiamo discipline marziali, dai vari sport da combattimento come il pugilato, la savate, il full-contact e simili. Tale distinzione è dettata dal fatto, che a differenza degli sport da combattimento, nelle arti marziali la lotta non è fine a se stessa, ma fa parte di qualcosa di più vasto, basandosi su un’unione di combattimento, filosofia e religione: l’obiettivo dei praticanti non è solamente quello di vincere la resistenza dell’avversario, ma l’apprendimento va al di là dell’abilità nel combattimento, includendo l’accrescimento delle capacità fisiche, mentali e spirituali, attraverso un analisi del proprio io, per poter vivere in armonia con l’universo, diventando un metodo per rafforzare il fisico e la psiche tramite esercizi strettamente collegati con la medicina orientale e, non ultima, una pratica sportiva in grado di sviluppare le migliori qualità dell’uomo: coraggio, determinazione, coordinamento e socialità.

I princìpi delle arti marziali

Principio Arti Marziali

Principio Arti Marziali

Arrivare a elaborare un sistema, seppure rozzo di tecniche di lotta o di percossa non significa aver compreso il punto delle arti marziali. Un uomo grosso, dai muscoli potenti, poteva sempre prevalere su un individuo meno dotato fisicamente o su una donna. Lo studio delle tecniche da combattimento nasce, come abbiamo detto, dalla necessità di uscire da situazioni di pericolo.
È logico aspettarsi che fossero proprio i deboli e le donne i primi a voler imparare una tecnica precisa per rintuzzare gli attacchi, rozzamente inferti, di altri essere umani spinti non dalla volontà di difendersi ma da quella di sopraffare i propri simili.
La storia ci dimostra il fondamento di questa intuizione. Il wing chun per esempio, uno degli stili più efficaci per la difesa personale, fu ideato da una donna e il jujutsu sembra essere stato codificato da un medico che osservava la cedevolezza dei rami di un salice sotto il peso della neve (vedi: la leggenda del salice).
Il principio base di tutte le arti marziali è quello di non opporre mai la forza alla forza ma di sfruttare doti, quali l’agilità e la precisione, tipiche d’individui meno dotati di potenza muscolare, ma sicuramente capaci di sfruttare l’intelligenza per sopravvivere.
Nasce così la leggenda del debole che batte il forte, di Davide che, con un unico colpo di fionda, abbatte il gigante Golia. Questo è l’elemento fondamentale dello studio dell’arte marziale: la ricerca della tecnica più efficace anche nelle mani di un essere apparentemente indifeso.